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Riceviamo e pubblichiamo un racconto dal sito Tintefosche

Milano Sud

L’alba era spuntata da poco in quell’afoso giorno di agosto del 1943.
Giungevo dal Burg dè furmagiatt, dietro Corso San Gottardo per chi non fosse pratico di Milano, e stavo tagliando velocemente la Piazza XXIV maggio.
Il tratto che dovevo compiere era breve, ma la Darsena era ritrovo di malnatt, quindi dovevo guardarmi intorno con molta attenzione.
In quella zona, soprattutto ad una signorina come me in orari poco frequentati, erano sconsigliate le viuzze laterali dunque mi dirigevo verso il Vicol di Lavandèe con il mio cesto di biancheria sporca pronta ad usare palton e olio di gomito per lavare i panni e riuscire a guadagnare qualcosina.
Approfittavo dell’orario scomodo dato che, altrimenti, avrei dovuto cedere il posto alle servette dei sciòr che volevano sempre la precedenza.
In quei giorni, poi, non dormivo troppo bene. Eravamo parecchio spaventate da i bòmb di ingles e ‘mèrican che cadevano in città annunciate dalla voce della sirena. Restavamo sveglie ed impaurite nascoste in cantina e sentivamo i racconti delle fughe dalla città e dei locch che si ribellavano ai crucchi.
Io e le mie due sorelle piccole senza padre, madre e parenti non potevamo scappare da nessuna parte, figüres fà quaicòss ai tòdesch
Speravo solo che tutto passasse presto.
A sedici anni ero una donna in grado di intendere e di volere e badavo alle piccole. Mi arrangiavo.
Non mi stavano simpatiche le camicie nere e tanto meno i lor amis, anche se avevo un certo debole per la divisa.
Notai i militari appostati in Piazza XXIV maggio che controllavano i documenti.
Un bel ragazzo biondo con occhi azzurro ghiaccio, anche se con quel ciuffo el pareva un articioccòn,  mi guardò con interesse e mi fece passare senza indugio.
Risposi con un accenno di sorriso che non prometteva niente, come mi aveva insegnato la mamma, ed allungai il passo verso il Naviglio Grande per raggiungere la mia meta.
Passai da dietro e vidi che sotto la tettoia non c’era ancora nessuno.
Mi inginocchiai sul primo brellin ed iniziai subito a lavorare sodo.
Ero impegnata a togliere una macchia particolarmente ostinata quando mi sembrò di essere osservata. Mi voltai e rividi il ciuffo biondo. Evidentemente mi aveva seguita.
Mi mormorò alcune frasi in tedesco che non capii ed il suo sorriso si fece lugubre.
Si guardò attorno e mi abbracciò con prepotenza cercando di alzarmi la gonna.
Non ero mica una logia come pensava quello lì. Rüatòmm!
Lottai con tutte le mie forze.
La battaglia di protrasse solo per pochi istanti.
In preda alla disperazione estrassi il coltello che portava sul lato della divisa e glielo ficcai nella schiena con una forza che non mi conoscevo.
Lui prima mi guardò con occhi sorpresi e poi vacillò per qualche metro fino al parapetto del naviglio.
Cercò disperatamente di aggrapparvisi, ma cadde all’indietro direttamente nell’acqua. Sentii distintamente il rumore del tuffo.
Ussignur! – esclamai portandomi le mani sulla faccia pensando subito alle mie sorelle.
Lanciai d’istinto il coltello insanguinato nel lavatoio.
Dopo pochi secondi sbucarono due militari tedeschi che mi guardarono con occhi duri.
Per un istante il cuore cessò di battere. Mi preparai al peggio.
Uno dei due si fece avanti e mi indicò il naviglio.
“Tu visto nostro militare cadere in acqua?” – disse in un italiano stentato.
“Sì” – risposi io con la faccia sconvolta.
“Tu visto dove essere andato terrorista assassino?” – ribadì.
Feci appena in tempo ad alzare il braccio indicando verso una direzione casuale che i due mi ossequiarono con un veloce saluto e si fiondarono verso la direzione che avevo indicato.
Mi appoggiai ad un palo della tettoia per riprendere fiato.
Non avevo respirato per quei secondi che mi erano parsi un’eternità.
Presi la sporta piena di panni e mi avviai verso casa prima che la zona si riempisse di divise nere.