Rubrica di poesia rivoluzionaria, ribelle ed anticonformista "Arrivò una famiglia e disse: Abbiamo le carte dimostrano che la casa e' nostra. - No, no, disse il vecchio. Il mio popolo ha sempre vissuto qui, Mio padre, mio nonno ... e guarda in giardino: un mio avo lo piantò.[continua]
|
|
: dalla Rivista :
Rivista n.44 Un problema attuale. L'interpretazione della storia da parte dei vincitori.
«Fu portato In mezzo a noi un cinese. I miei commilitoni volevano divertirsi e cominciarono a spintonarlo da una parte e dall'altra come se stessero giocando con un cagnolino. Mitsuji propose di infilarlo in uno di quei sacchi postali che giacevano per terra e annaffiarlo di benzina e dargli fuoco. Il cinese piangente venne preso, infilato e pressato nel sacco... I militari presero a calciarlo come fosse un sacco di verdura. Poi tutti insieme vi pisciarono sopra Hashimoto andò a prendere della benzina e la versò sul sacco, lo legò con una fune e gli appiccicò il fuoco. Un urlo disumano lacerò l'aria: il sacco cominciò a saltare e a sobbalzare. Hashimoto, tirando la fune, disse a voce alta: "ma guarda un po', senti così caldo? Vuoi che ti dia qualcosa che ti rinfreschi?". Tirò fuori due granate le lego alla fune e spinse il sacco nello stagno. Il fuoco si spense Ma non appena la superficie increspata fu ridiventata piana, le due bombe esplosero. L'acqua ribollì per un po', poi tornò cheta». Tratto da «Il massacro di Nanchino nei ricordi di un soldato» di Azuma Shiro.
Dicembre 1937, i samurai del Sol Levante sbaragliano la debole difesa delle truppe di Chang Kai-Shek ed entrano nella capitale azionalista. Quello che segue è un racconto dell’orrore che narra di 50.000 soldati giapponesi che torturano, violentano, fucilano e decapitano senza posa per oltre un mese. Quando avranno finito il lavoro (non per sazietà, ma per carenza di vittime) la terra, i fiumi e gli stagni saranno grondanti del sangue di oltre 300.000 esseri umani sacrificati sull’altare della superiorità razziale nipponica, tragico monito della arbarie fascista. Marzo 2005, conservatori e revisionisti giapponesi, riuniti sotto le bandiere di un gruppo ultranazionalista, la «Società per correggere la deformazione dei documenti sulla guerra», hanno tenuto ad Osaka, nel Centro per la pace internazionale, una conferenza dal titolo sfrontato e profanatore: «La verifica degli stupri di Nanchino: la peggiore bugia del XX secolo». Di fronte all’inconfutabilità dei documenti comprovanti il massacro, «negazionisti» e «riduzionisti» nipponici procedono imperterriti lungo la strada del revisionismo più spinto, certi dell’appoggio di gran parte delle forze politiche e del governo. Ad esempio il libro dello storico Hata Hihuhiko «L’incidente di Nanchino», adottato dal ministero dell’istruzione quale libro di testo per le scuole, nel quale si insinua che i fatti del ’37 sarebbero un’esagerazione dei cinesi e che le vittime sarebbero «solo» 40.000, poiché l’uccisione dei soldati arresi e catturati non può considerarsi un massacro. Ma com’è possibile che in uno dei paesi tecnologicamente più avanzati al mondo e col più alto tasso di informatizzazione, la verità storica di una delle più grandi tragedie del XX secolo venga ignorata dalla stragrande maggioranza della popolazione? Come possono venire rimosse le testimonianze dei numerosi veterani che compirono in prima persona le atrocità di cui fu costellata l’occupazione giapponese della Cina nel decennio a cavallo tra anni ’30 e ’40? Il revisionismo nipponico è un'onda lunga che nasce nei primi anni '70, con una dura reazione della destra alle confessioni sempre più numerose dei veterani di guerra, e agli articoli di Katsuichi Honda, «Viaggio in Cina, interviste con i sopravvissuti», sull'Asahi Shinbun, per giungere dopo tre decenni di rielaborate menzogne, boicottaggi e censure, fino a noi. A farne le spese anche il film di Bertolucci, «L'ultimo Imperatore», di cui sono stati censurati, dal distributore giapponese, proprio quei trenta secondi del massacro di Nanchino; e il film prodotto da John Woo, «Don't cry Nanking», giunto in Giappone dopo anni di ostracismi e manifestazioni di protesta dai militanti della destra con la sala dove il film era proiettato circondata da decine di camion e minacce agli spettatori. A Yokohama, un «esaltato» lacerava lo schermo con un coltello. Un radicato sentimento nazionalista quindi, ma anche una generale acquiescenza da parte delle forze politiche che legittimano una rilettura della storia funzionale agli interessi nazionali e alla situazione interna del paese. Non vi è mai stato da parte dei giapponesi un reale atto di pentimento (a differenza del popolo tedesco) per le atrocità commesse negli anni ’30-’40 , non solo in Cina ma in quasi tutti i territori occupati . Anche perché esso presupporrebbe un’ammissione di colpa e una severa critica alle tre istituzioni più prestigiose del Giappone: l’esercito, l’imperatore e gli zaibatsu, i grandi complessi monopolistici dell’industria giapponese. Così, se in Germania è stato possibile affrontare un processo di autocritica collettiva scaricando sul partito nazista e sui gerarchi gran parte delle, in Giappone ciò non sarebbe stato possibile vista la continuità delle istituzioni e delle gerarchie interne alla società. Un ruolo attivo in questo processo lo ebbero gli Stati Uniti che vedevano nel mantenimento delle strutture sociali nipponiche un argine al dilagare del comunismo sia all’interno del paese, che negli ex territori dell’impero; non si fecero perciò scrupoli a riabilitare e ad utilizzare gli ex nemici che avevano sì combattuto aspramente, ma che si erano anche dimostrati particolarmente efficienti nella repressione e nello sterminio della resistenza popolare . Anche L’Italia non è esente dal revisionismo. Sicuramente il terreno prediletto dai revisionisti è quello delle "stragi rosse", attraverso la riesumazione spettacolare dei morti per mano partigiana,si ha il dichiarato intento di equiparare le efferatezze fasciste alla lotta partigiana. Di volta in volta, si assiste ad un rovesciamento delle parti, in cui i fascisti finiscono per avere tutte le giustificazioni possibili per le loro scelte più nefande, mentre a chi li combattè non è concessa neanche un'attenuante generica: ecco quindi il "Triangolo della morte" in Emilia cancellare il ricordo dell'assassinio dei 7 fratelli Cervi, le Foibe quello della Risiera di San Saba, Via Rasella quello delle Fosse Ardeatine, Piazzale Loreto quello di quanto avvenuto nella stessa piazza il 10 agosto del '44. Altro aspetto è la tentata riabilitazione di personaggi come Bottai, Ciano, Gentile, Evola e dello stesso Mussolini o della monarchia, tramite rivalutazione umana o culturale affidata a personaggi lontani dal fascimo .Il suddetto meccanismo nello specifico, è frutto consapevole della classe dominante che tende così a voler criminalizzare il concetto stesso di resistenza, di lotta popolare contro l’oppressore, per colpire direttamente o indirettamente chi ora della resistenza ne fa uso. Si assiste quindi alla manipolazione della storia e della memoria collettiva in funzione degli interessi delle classi dominanti, alcuni fatti si riducono, altri si ingigantiscono, altri ancora addirittura si negano; il tutto volto ad occultare o ad esaltare certi aspetti delle dinamiche che hanno caratterizzato determinati eventi o periodi. Ecco quindi che ne esce una visione distorta, parziale del passato: non si parla più di lotta di classe o di contraddizioni in seno ai popoli; ma di scontri tra nazioni, di entità nazionali compatte e armoniose, di famelici nemici appostati sui confini pronti da un momento all’altro a compiere l’aggressione e allora meglio scoccare il colpo per primi e prevenire piuttosto che curarsi le ferite poi, senza porsi troppi perché; in fondo le nostre ragioni sono sempre più fondate di quelle degli altri.
[..] Perché d'un tratto questo smarrimento ansioso? (I volti come si son fatti seri!) Perché rapidamente e strade e piazze si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
S'è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. Taluni sono giunti dai confini, han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente.
Da «Aspettando i barbari» di C. Kavafis «Il Giappone è profondamente consapevole dl avere arrecato, durante la guerra, enormi danni al popolo cinese e per questo fa profonda autocritica» è questa la formula di circostanza adottata nella dichiarazione cino-giapponese del 1972 firmata dai primi ministri Chou Enlai e Tanaka a Pechino, che segnava la ripresa delle relazioni tra i due stati. Decine di migliaia di coreani vennero deportati per lavorare in condizioni di schiavitù nelle fabbriche giapponesi, senza contare la spietata repressione che colpì le zone in cui era più attiva la guerriglia comunista. Al momento della resa del Giappone, Chiang Kai-Shek, il fedele alleato cinese degli USA, emanò una direttiva nella quale si ordinava ai 1.283.000 giapponesi ancora presenti in Cina di arrendersi solo alle forze del Kuomitang e di assicurare nel frattempo il «mantenimento dell’ordine» nelle zone da loro occupate. Avrebbero cioè dovuto proseguire nella violenta repressione della guerriglia comunista. In Vietnam, a poche settimane dalla fine della guerra, reparti giapponesi parteciparono ad un’operazione militare degli ex nemici franco-britannici volta ad attaccare My Tho con l’obiettivo di controllare il delta del Mekong e catturare gli esponenti del comitato rivoluzionario del Viet Minh che vi si erano rifugiati.
Clicca qui per tornare alla pagina principale. |
|