Rubrica di poesia rivoluzionaria, ribelle ed anticonformista "Arrivò una famiglia e disse: Abbiamo le carte dimostrano che la casa e' nostra. - No, no, disse il vecchio. Il mio popolo ha sempre vissuto qui, Mio padre, mio nonno ... e guarda in giardino: un mio avo lo piantò.[continua]
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: dalla Rivista :
Rivista n.43 Che c’entra Che? Un fantasma si aggira per i circoli Arci e per le sezioni di Rifondazione: è il manifesto del Che. Uscito fuori dagli scaffali polverosi, in cui lo avevano collocato, viene trasformato in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Quello che ne esce è quanto di più surreale si possa immaginare: "un James Dean latino-americano”, un "beat senza chitarra”, "una Teresa di Calcutta di sinistra”, un "esistenzialista" un po' romantico.
Un fantasma si aggira per i circoli Arci e per le sezioni di Rifondazione: è il manifesto del Che. Uscito fuori dagli scaffali polverosi, in cui lo avevano collocato, viene trasformato in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Quello che ne esce è quanto di più surreale si possa immaginare: "un James Dean latino-americano”, un "beat senza chitarra”, "una Teresa di Calcutta di sinistra”, un "esistenzialista" un po' romantico. Quando era vivo, lo chiamavano "rivoluzionario da farmacia", "avventuriero individualista": se eri d’accordo con lui, venivi espulso dal PCI per “guevarismo”, “malattia infantile dell’estremismo”. Un bel po’ di tempo dopo la sua morte, lo hanno rivalutato, trasformandolo nel rivoluzionario “buono” da contrapporre ai “terroristi” “cattivi”, cioè a quelli che, come lui, la Rivoluzione, almeno hanno cercato di farla. Ci si sarebbe aspettati che qualcuno dei “guevaristi” più accesi, quelli che bazzicano i Centri sociali e le sezioni di Rifondazione, si pronunciasse contro questo scempio; invece, erano tutti occupati a chiedere " marijuana libera" o a discutere sull'ultima svolta del loro segretario. Credo che un "guevarista" (ma anche un non guevarista) dovrebbe riflettere sui suoi lasciti, piuttosto che dedicarsi ad organizzare insulse tavole rotonde in attesa che abbia inizio il concerto. In cui gli ipocriti, i traditori e tutti coloro che, quando ebbero l'opportunità di seguire l’esempio del Che, non lo fecero, tengono banco, tra gli applausi ingenui degli estimatori dei Social forum. Stimati falsi intellettuali hanno potuto pubblicare le loro cazzate, e persino farci i soldi, rincorrendo e alimentando questa moda. Ridicoli voltagabbana più o meno telegenici, per agguantare un pizzico di notorietà, urlano insulse asinate contando su di un ascolto garantito e, spesso, complice. Pino Cacucci docet: per lui, i rivoluzionari buoni sono quelli già morti, mentre quelli – ben vivi! – che militano nelle FARC o negli altri gruppi guerriglieri dell’America latina sono solo “terroristi”. Il Che, però, non era il democratico che vogliono farci credere: non era neppure un pacifista, un ecologista, un femminista o un gay. Non si era dissociato, non si pentì, non è stato un voltagabbana e, oggi, non avrebbe votato Unione e letto Liberazione nella sala d'attesa di un’organizzazione umanitaria. Se qualcuno leggesse veramente le opere del Che, non quelle degli illustri biografi, magari potrebbe cominciare a dubitare e poi indignarsi, e poi ancora pensare che per trasformare il mondo ci vuole il mitra. Il Che non ha mai scritto poesie o canzoni; si è invece soffermato soprattutto sulle tecniche guerrigliere e sulle motivazioni che spingono un uomo a trasformarsi in un soldato e a combattere. Il pensiero del Che, una volta compiuta la rivoluzione cubana, strategicamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l’imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della “guerra di guerriglia". La "teoria del foco", secondo la quale nuclei relativamente piccoli di combattenti scelgono luoghi favorevoli ed iniziano a lottare per allargare la propria base di appoggio e sviluppare la guerra rivoluzionaria, a suo tempo fece discutere e ricevette numerose critiche ma anche altrettante adesioni. Almeno due generazioni di latino-americani hanno sentito come supremo dovere non quello di girare il continente in motocicletta, ma di dare inizio ad una lotta armata che si trasformasse in una guerra di liberazione. E molti di questi sono morti dopo aver imbracciato il fucile. L'esempio del Che ha portato anche in Occidente uomini e donne non a dedicarsi alla riproduzione delle magliette con il volto barbuto del comandante, bensì a cercare di creare le condizioni per impiantare una guerra popolare nei loro paesi. Possono aver commesso errori: sicuramente non possono essere biasimati, compatiti, calunniati o disprezzati per aver tentato di aprire un processo rivoluzionario nel “ventre della Bestia” (imperialista). E’ la strategia che lo stesso Che condensò in una frase: “creare due, tre, molti Vietnam”. A proposito degli interrogativi: “che fare per gli iracheni? E per l’Iran? Dobbiamo manifestare contro i Talebani o sostenere il Papa?”, non bisogna inseguire belando i disastri provocati dalla logica del dominio e del profitto, perché, a un certo punto, magari senza saperlo, uno si trova a combattere sullo stesso fronte insieme con il .... nemico! L'aridità intellettuale, la mancanza di curiosità, portano mostri alla testa dei movimenti, e si finisce per pensare alla costruzione di un capitalismo… “democratico”, un ossimoro che solo le de-menti perverse dei DS possono immaginare! Contro 1'equivoco ecumenico delle associazioni, contro il pacifismo ipocrita, contro la solidarietà fasulla, conviene ricordare che l’internazionalismo proletario consiste nell’individuazione del nemico comune (che oggi è sempre lo stesso di ieri: l’imperialismo, in primo luogo nord americano) e nella lotta contro di esso.
Oz
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