Rubrica di poesia rivoluzionaria, ribelle ed anticonformista "Arrivò una famiglia e disse: Abbiamo le carte dimostrano che la casa e' nostra. - No, no, disse il vecchio. Il mio popolo ha sempre vissuto qui, Mio padre, mio nonno ... e guarda in giardino: un mio avo lo piantò.[continua]
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: dalla Rivista :
Rivista n.43 “La vita di una gallina vale più di quella di un uomo”: riceviamo e pubblichiamo. Questa frase del subcomandante insorgente Marcos spiega meglio di ogni analisi teorico-politica il motivo di quella ribellione indigena, che da dieci anni fa discutere di sé e ha avuto il merito di stracciare un pezzo di quel velo di menzogna che da più parti viene steso per tentare di camuffare il crimine umanitario che il modello economico egemone perpetra in ogni continente.
Questa frase del subcomandante insorgente Marcos spiega meglio di ogni analisi teorico-politica il motivo di quella ribellione indigena, che da dieci anni fa discutere di sé e ha avuto il merito di stracciare un pezzo di quel velo di menzogna che da più parti viene steso per tentare di camuffare il crimine umanitario che il modello economico egemone perpetra in ogni continente. Questa frase ricorda un’altra frase, di un altro rivoluzionario, Fidel Castro, che alle petulanti richieste di illustrare i motivi strutturali che renderebbero possibile storicamente e “giustificherebbero” l’esistenza della rivoluzione cubana, taglia corto: “la rivoluzione è stata fatta perché andava fatta”. In entrambi i casi è l’esigenza morale, prima del manifestarsi delle condizioni strutturali individuate da Marx per il superamento della classe dominante, il fattore scatenante della scintilla rivoluzionaria nella periferia. Quella scintilla che se non guadagna in tempi ragionevoli la dimensione di massa critica deve necessariamente ripiegare, ma se riesce a costruirla accende la rivoluzione secondo l’idea leninista che essa può crescere, non solo dove e come prevede Marx con lo sviluppo della produttivià sociale, con l’incremento del grado di sviluppo dei mezzi di produzione che entra in contraddizione con i rapporti di produzione e produce una tensione verso il loro superamento, cioè dove il sistema è maggiormente sviluppato, ma anche fuori dal centro, nel quadro delle condizioni tipicamente interne al sistema imperialista. Tale idea in America Latina ha spesso previsto l’azione di un’avanguardia combattente che favorisca con la propria azione lo sviluppo della coscienza (che cresce più facilmente nella periferia, dove gli oppressi e sfruttati dei ceti subalterni non sono integrabili nel sistema imperialista) e che questa sia un fattore determinante per staccare dall’albero capitalista alcuni rami, che in genere si fanno coincidere con i famosi anelli deboli della catena imperialista. Il Messico, tuttavia, agli inizi degli anni ottanta, quando i primi zapatisti si preparavano alla clandestinità, pur mostrando situazioni sociali umanamente intollerabili, non era propriamente considerabile un anello debole del sistema economico e mostrava grandi capacità di contenimento e riassorbimento delle spinte di cambiamento, tanto che risultava una pazzia il solo sognare di poter realizzare un progetto rivoluzionario. Questo per ragioni prevalentemente interne, di carattere culturale, legate alla situazione creata dalla particolare storia rivoluzionaria messicana degli ultimi cento anni. Per questo gli zapatisti sono stati obbligati ad aspettare e si sono dovuti allenare nell’arte della pazienza, lavorando nell’ombra per dieci anni con scarsi risultati e poche soddisfazioni. Poi lo sviluppo del neoliberismo su scala planetaria (e nello specifico con l’entrata in vigore del Nafta) portò le già precarie condizioni materiali dei contadini chiapanechi a livelli totalmente insostenibili e l’esercito zapatista ha registrato l’arrivo progressivo di migliaia di combattenti dai primi anni novanta. A questa situazione si è poi sovrapposta la questione indigena, che ha impresso alla rivolta alcune singolari caratteristiche, a cominciare dalle proprie modalità comunicative, e che probabilmente hanno contribuito a diffondere le simpatie che questa lotta più di altre ha suscitato al di fuori dei propri confini nazionali. L’EZLN ha fatto la propria comparsa pubblica il primo gennaio del 1994 dichiarando guerra all’esercito messicano. La peculiarità che questa lotta mostra, sta più che altro nella sua capacità di sapersi considerare un sintomo della quarta guerra mondiale, quella che il neoliberismo ha scatenato contro l’umanità, e da questa posizione saper parlare e comunicare a tutto il mondo con il linguaggio universale del sacrificio e della speranza. Quella che si è propagata dal sud-est messicano è una grande forza soprattutto morale, tanto grande da far vibrare di nuovo le corde della speranza in un mondo disperato, che pareva richiudersi inesorabilmente nella rassegnazione, sotto la stretta del capitalismo trionfante. Ma ciò che era vero ieri è ancora più vero oggi, e la lotta per la dignità e la giustizia non può cessare finché esisterà un solo oppresso, un solo uomo al quale è impedito di svilupparsi come tale (cioè finché esisterà il capitalismo), indipendentemente da quanto sacrificio possa comportare questo cammino di liberazione. E a proposito di questo sacrificio è utile riportare ciò che dalle montagne della Selva Lacandona “El Sup” scrive, e che può essere trovato a pagina 1 del primo numero della rivista “rebeldia”: los zapatistas y las manzanas Dice Durito che la vita è come una mela. E dice pure che c’è chi la mangia acerba, chi la mangia marcia e chi la mangia matura. Dice Durito che c’è qualcuno -ben pochi- che può scegliere come mangiare la mela: in una bella composizione di frutta, in composta, in una di quelle odiose (per Durito) bibite alla mela, come succo di frutta, in una torta, nei biscotti, o comunque prescriva la gastronomia. Dice Durito che i popoli indio si vedono costretti a mangiare la mela marcia, che ai giovani viene imposta la digestione della mela acerba, che ai bambini si promette una bella mela e intanto la si avvelena con il verme della menzogna, che alle donne si promette una mela e invece ricevono solo un’arancia. E dice anche che uno zapatista, quando si trova davanti una mela, affila il proprio pensiero e taglia la mela con mano sicura. Dice Durito che lo zapatista non cerca di mangiarsi la mela, che non guarda nemmeno se è matura, marcia o acerba. Dice Durito che, aperto il cuore della mela, lo zapatista raccoglie con molta cura i semi, va ad arare un pezzo di terra e li semina. Poi, dice Durito, lo zapatista annaffia la piccola piantagione con le sue lacrime e il suo sangue e sorveglia la crescita. Dice Durito che lo zapatista non vedrà nemmeno fiorire il melo, e tantomeno i frutti che darà. Dice Durito che lo zapatista ha seminato il melo perché un giorno, quando lui non ci sarà, qualcuno, chiunque sia, possa tagliare una mela matura ed essere libero di decidere se mangiarla in una composizione di frutta, in composta, come succo,in una torta o in quelle odiose (per Durito) bibite alla mela Dice Durito che il problema degli zapatisti è questo:gettare i semi e sorvegliare la loro crescita. Dice Durito che il problema degli altri esseri umani è lottare per essere liberi di scegliere come mangiarsi la mela che verrà. Dice Durito che qui sta la differenza tra gli zapatisti e il resto degli esseri umani: dove tutti vedono una mela, lo zapatista vede un seme, va a preparare la terra, getta il seme e lo cura. In queste parole c’è tutto il senso dell’esperienza politica e umana di questa lotta, e non è affatto un caso che il richiamo all’insegnamento guevarista sia onnipresente e assolutamente esplicito in tutte le comunità indigene ribelli. Il senso del dovere, il senso di responsabilità e sacrificio, il peso morale che il Che caricava sulle spalle dell’avanguardia comunista, rivivono oggi nella visione zapatista. “Tutto per tutti, niente per noi” si dice oggi dal Chiapas. Questa è la vita dei rivoluzionari. Esprimendo un concetto simile attraverso categorie culturali indigene i comandanti dell’EZLN David e Marcos ripetono che “bisogna morire oggi per vivere domani”. Non si dichiara una disponibilità a morire nella lotta, si dice che questa morte è necessaria. Occorre. Questo è riferito al fatto che la condizione di morte quotidiana, di calice amaro da bere, di propria croce da portare, rappresenta un passaggio obbligato per la propria liberazione, significa cioè che se non si da l’esempio con i propri sforzi e col proprio volontario sacrificio, non crescerà una generazione di uomini liberi. Si può dire che il primo merito storico dell’EZLN sia stato quello di riuscire a dare nuovo slancio alla politica antimperialista a livello mondiale, che dal dopo ’89 stava attraversando una crisi molto seria, e viveva una sorta di disorientamento su molti fronti. Sul piano internazionale la bandiera zapatista ha contribuito a riannodare i fili spezzati della lotta per la dignità e per la giustizia, e se in diverse forme questa tela è stata tessuta negli anni seguenti è anche grazie a quei volti coperti da un passamontagna. Oggi l’esperienza zapatista si inserisce nel quadro dell’antimperialismo latinoamericano, che vede la presenza di quattro punte avanzate: quella del fronte storico cubano, che con l’esempio della sua rivoluzione rappresenta per tutto il “Cono Sur” la prova provata della possibilità di vittoria e continua a dare questa testimonianza con la propria esistenza e resistenza quotidiana. Il nuovo fronte bolivariano, che con le ripetute vittorie delle forze popolari in Venezuela sta giocando un ruolo strategico per tutta la regione, trascinando e rinvigorendo i movimenti che scuotono Bolivia ed Equador, rompendo l’isolamento cubano e aprendo speranze per la lotta in Colombia, sostenendo con la politica petrolifera venezuelana le istanze progressiste di Brasile e Argentina ai quali si è recentemente unito l’Uruguay. Questi ultimi tre paesi costituiscono la terza punta, quella meno rivoluzionaria perché fondata sul compromesso di classe tra le forze popolari e settori importanti delle borghesie nazionali, ma che tatticamente e in chiave unicamente di contrasto con l’egemonia economica e culturale nordamericana svolgono un ruolo tutt’altro che secondario. La quarta punta è quella zapatista, che viene forse percepita come più autonoma rispetto alle altre, anche se non è così. Non solo per gli ovvi legami culturali che gli stessi zapatisti rivendicano o per le continuità storiche che gemellano tutte le esperienze di lotta antimperialista, e non solo per il ruolo fondamentale che proprio la comparsa sulla scena mondiale dell’EZLN ha rappresentato. Ma perché ora il destino di questa lotta dipende anche dallo sviluppo delle lotte nel resto dell’America Latina. La situazione nel Chiapas oggi è infatti caratterizzata da una situazione di paralisi. La fase espansiva del fenomeno zapatista ha lasciato il posto alla fase dell’equilibrio tra le forze antagoniste ed è anche per questo che l’EZLN ha cercato di spostare il più possibile il confronto dal piano militare a quello civile. E’ come se il peso della bandiera che è stata innalzata si fosse fatto troppo gravoso per le forze zapatiste, che possono resistere ma non vincere, e dopo aver manifestato la necessità di combattere, ora si abbia bisogno di condividere questo onere. In altre parole dopo aver ricevuto una spinta e un aiuto dalla ribellione zapatista ora è giunto il momento che il resto degli antimperialisti , in una sorta di ondata di ritorno, aiutino gli zapatisti, facendo crescere le istanze rivoluzionarie nei propri luoghi e vincendo le lotte nelle quali sono impegnati, in modo da creare una situazione regionale nuova, caratterizzata da nuovi rapporti di forza che contribuisca a sbloccare la situazione in Messico e consenta l’avanzamento del processo di rinnovamento iniziato dieci anni fa. Attualmente questo processo risulta bloccato in uno stallo caratterizzato dalla strategia della guerra a bassa intensità da parte delle forze governative, e dalla resistenza civile, con lo sviluppo delle relazioni interne e internazionali da parte zapatista, nel tentativo di far crescere una prospettiva critica e di impedire che all’accerchiamento militare si aggiunga un isolamento relazionale che renderebbe più probabile una soluzione finale all’annoso problema zapatista, basata sull’uso della forza da parte dell’esercito messicano. L’attuale strategia di lotta degli zapatisti, che era stata genericamente sintetizzata come “el fuego y la palabra”, prevede un protagonismo sempre più accentuato delle comunità indigene, che sviluppano l’avanguardia della lotta in modo pacifico e organizzato, attraverso la disobbedienza civile e la costruzione della propria autonomia, fondata sulla costruzione delle proprie libere forme di sostentamento e sviluppo economico-sociale, mentre il ruolo delle formazioni armate si fa sempre più defilato. I contingenti dell’EZLN rimangono dislocati nei luoghi impervi delle montagne della selva e svolgono più che altro una funzione di protezione delle comunità e di deterrenza nei confronti delle formazioni paramilitari filo-priiste. Non si prevede comunque nessuna forma di smobilitazione dell’esercito zapatista a beneficio di una conversione nella lotta solamente politica. E’ ormai impensabile separare l’esercito zapatista delle comunità indigene, dal momento che il percorso che hanno effettuato li configura ormai come due aspetti di una stessa entità, l’EZLN è cioè parte integrante delle comunità stesse, così come il popolo delle comunità indigene è l’essenza, la sostanza, e il riferimento sociale unico dell’EZLN. Se la linea della repressione militare dovesse prevalere negli orientamenti governativi vi sarebbe un bagno di sangue e una carneficina tale da entrambe le parti (giacche gli zapatisti pur avendo scarse capacità offensive possiedono una capacità difensiva notevole, anche in ragione degli aspetti logistici di un eventuale conflitto armato) che i costi politici da dover sostenere sarebbero altissimi e questa è la ragione principale che ha permesso agli zapatisti di aprirsi degli spazi di parola in questi dieci anni, di sviluppare anche una forma di dialettica politica con la società civile messicana e di contrattare alcuni punti con le istituzioni messicane. Nell’elaborazione delle proprie forme politico-organizzative gli zapatisti sono oggi raccolti in cinque “caracoles”, le chiocciole formate dai municipi autonomi che raccolgono la varie comunità. Municipi autogovernati attraverso il sistema delle cosiddette “juntas de buen gobierno”. Questo sistema appare come un tentativo di elaborazione politica molto vicino alla tradizione iniziata con l’esperienza della Comune di Parigi i cui principi guida, che Marx ed Engels raccomandarono accuratamente e insistentemente, sono volti ad eliminare la burocrazia statale, spezzare il potere della macchina repressiva dello Stato, creare in sua sostituzione una milizia autenticamente popolare (che non sia cioè una forza speciale con funzioni repressive e che sia sotto diretto controllo del popolo) e realizzare organi di lavoro legislativi ed esecutivi insieme, eletti con suffragio universale, con la revocabilità permanente dei mandati, prevedendo l’abolizione della differenza nel trattamento economico di chi ricopre tali incarichi e la distribuzione e rotazione frequente delle responsabilità amministrative. Questi principi rappresentano quella forma di esercizio diretto del potere, che dovrebbe mettere le Comuni al riparo dal pericolo di ricreare una nuova forma di parassitismo e opportunismo carrieristico. “Aqui manda el pueblo y el gobierno obedece”, recita un cartello all’ingresso del caracol de “La Garrucha”- Municipio autonomo “Francisco Gomez”. “Comandare, obbedendo” dicono gli zapatisti. Cioè il governo è, come volevano Marx ed Engels prima, Lenin poi, un dipendente del popolo, scelto a suffragio universale, nello stesso modo in cui il padrone di un’azienda sceglie con suffragio individuale i propri dipendenti. L’organizzazione del potere popolare è basata sul lavoro collettivo (elemento essenziale della cultura indigena) in particolare nelle terre degli attuali Municipi autonomi, dove con la fuga dei proprietari terrieri conseguente alla sollevazione zapatista del ’94 si è potuto ridare forza al sistema degli ejidios (appezzamenti di terreno a proprietà collettiva autogestiti dalle comunità indigene per il soddisfacimento dei bisogni primari) che nonostante fossero in teoria assicurati dalla costituzione rivoluzionaria di Zapata e Villa, erano pericolosamente erosi dalla politica neoliberista dei governi dello Stato e dell’Unione, e la cui sopravvivenza era messa in discussione dalla modifica costituzionale del 1992, ad opera del presidente Salinas, che, ritrasformando la terra in merce, rafforzava l’invasiva presenza del latifondo privato. La collettivizzazione della terra posseduta dai terratenientes e la sua ridivisione per ejidios , con la soppressione del sistema del lavoro salariato, fu la prima conseguenza dell’insurrezione zapatista. A questo punto le disquisizioni sulla diversità zapatista, prima guerriglia che non si batte per la conquista del potere, che tanto hanno appassionato gli “alternativi” di casa nostra, appaiono come il frutto di una sorta di fraintendimento, o al massimo una questione di lana caprina. Si può giocare con le parole fin che si vuole, e il primo specialista di questa pratica è proprio Marcos, ma la sostanza è che dove l’insurrezione zapatista ha avuto la forza di arrivare è stata una rivoluzione in senso proprio e tradizionale. Nelle terre zapatiste vi è stato il sovvertimento dei rapporti di produzione e la trasformazione qualitativa della proprietà dei mezzi della produzione. La terra. Su questa base è stata edificata una struttura politica che ha preso le caratteristiche del potere popolare descritte prima, è stato cioè costruito al posto del vecchio assetto dello Stato una sorta di semi-Stato, per dirla con Lenin, o di una struttura che non è uno Stato in senso proprio, cioè una Comune, per dirla con Engels, ma che comunque si voglia dire, come per la Comune parigina, la sua edificazione è stata resa possibile da una presa del potere vera e propria. A meno che non si voglia affermare che nelle terre zapatiste il potere non è nelle mani degli zapatisti e che non lo esercitino secondo il principio del “comandare obbedendo”delle juntas de buen gobierno, o ,ancora, che il potere nelle mani del popolo non sia potere. Appunto si tratterebbe di giochi di parole. Altro discorso è il fatto che gli zapatisti non mirino strategicamente a conquistare militarmente Città del Messico, e questo lo si capisce: perché dovrebbero cercare di prendere il potere centrale (a parte il fatto che le condizioni sociali del Messico non danno assolutamente la possibilità di sviluppare un esercito rivoluzionario che da solo sconfigga militarmente l’esercito federale) se il loro primo obiettivo è la costruzione dell’autonomia indigena a partire dalle proprie comunità, come garanzia del rispetto dei diritti sociali che ancora sono negati? La loro azione sulla società messicana vuole essere di condizionamento critico e di risveglio a partire dalla testimonianza della propria esistenza come alternativa di sistema. Hanno scelto la società civile messicana come interlocutore privilegiato e l’ hanno individuata come il soggetto sociale di riferimento per la prospettiva di cambiamento che perseguono. Se un cambio politico deve avvenire in Messico, esso deve nascere dalle esigenze della società civile e questa troverà al suo interno le forme e i modi per gestire questa trasformazione. Gli zapatisti hanno sviluppato le loro forme di espressione politica e di esercizio del potere e si pongono, portando la loro rivoluzione come contributo, in rapporto dialettico con le altre componenti del tessuto sociale messicano, senza cercare di far adottare il loro modello. Ma se questo non significa rinunciare alla promozione delle trasformazioni, non significa tanto meno rinunciare all’esercizio del potere popolare delle juntas nelle loro comunità. Il rispetto dei diritti sociali e della cultura di coloro che sono stati esclusi dallo sviluppo economico capitalista può essere sintetizzato dalla frase: “Mai più un Messico senza di noi”. Per fare in modo che ciò avvenga gli zapatisti sviluppano la propria autonomia senza chiedere il permesso, realizzando una autentica rivoluzione, con la presa del potere nelle loro terre, e praticando al disobbedienza civile (già Marx diceva che ogni re è re solo finché gli altri uomini si comportano da sudditi). A partire da questa posizione e in dialettica con il resto della società messicana cercano di favorire lo sviluppo di una forma di democrazia partecipativa in Messico (in luogo della caricatura democratica presente oggi), stimolando la società civile per promuovere insieme ad essa l’auspicato mutamento. Tra le rivendicazioni politiche zapatiste non ha mai trovato posto alcuna ipotesi indipendentista o separatista. Semmai l’esatto contrario: si rivendica la piena partecipazione indigena alla vita civile e politica del paese, rinfacciando ai governi l’accusa di tradimento, che con la loro politica hanno escluso ed emarginato, contro la costituzione, la parte indigena del popolo dietro ad un muro di razzismo, indifferenza e diritti sociali negati. Tra gli obiettivi dell’insurrezione del ’94 vi era quello di ridare dignità alla bandiera messicana estirpandola dalle mani dei traditori ed usurpatori che, svuotandola di significato, l’avevano depositata su un palazzo antidemocratico di San Cristobal. Oggi quella bandiera è nelle mani dei comandanti dell’EZLN e la portano come vessillo alla testa delle loro apparizioni pubbliche, come in occasione dei vertici dell’umanità e contro il neoliberismo. Diritti sociali e riconoscimento dell’autonomia gestionale e organizzativa sono il punto fermo della rivendicazione zapatista. Inoltre come parte della lotta antineoliberista Marcos ricorda che gli zapatisti lottano per la “difesa dello Stato nazionale davanti alla globalizzazione economica”. Tuttavia, nonostante l’impatto mediatico immenso di cui la sollevazione indigena ha potuto beneficiare e la capacità comunicativa dei suoi portavoce, risulta sorprendentemente bassa l’influenza politica che l’EZLN è in grado di esercitare al di fuori del Chiapas. Negli altri Stati dell’Unione la vita politica continua ad essere regolata inerzialmente dalle tradizionali scaramucce tra i concorrenti per la spartizione del potere politico delle amministrazioni. L’onda moralizzatrice che si è propagata dalla selva lacandona sembra aver lasciato indifferente il grosso del corpo sociale messicano. Paradossalmente sembra maggiore l’influenza culturale che ha avuto nei dibattiti interni alla sinistra europea e la capacità d’attrazione verso gli ambienti “altermondisti”. Il fatto è che l’EZLN si inserisce nella tradizione rivoluzionaria del Messico, e Marcos parla un linguaggio conosciuto e comprensibile, ma inevitabilmente anche dagli effetti meno esplosivi in una società che è cresciuta respirando un clima perennemente insurrezionalista, al quale ha fatto da contraltare la cristallizzazione del potere intorno al PRI (oggi al potere c’è la destra del PAN di Fox, ma come si dice a Città del Messico: PRI y PAN es la misma puerqueria). Il Messico è un paese davvero strano: sul piano estetico e del linguaggio sembra ci sia una presenza di rivoluzionari seconda solo a Cuba, il tessuto sociale è vivo, ma non ha rappresentanze politiche reali e sembra non cercarle: la maggioranza delle persone, per tradizione e abitudine, si trova legata ai gruppi politici classici. Anche il PRD (sinistra messicana) che pure ha ottenuto il governo della capitale e ha avuto un atteggiamento tutto sommato di apertura verso gli zapatisti, si trova coinvolto nei soliti giochi di alleanze di comodo, contrattazioni squallide e compromissioni ambigue, che tanto hanno nauseato i veri rivoluzionari, che concepiscono la politica unicamente come servizio e sacrificio anche personale. La realtà del PRD mostra delle somiglianze con ciò che avviene in Nicaragua, dove il sandinismo è diffuso, ma la politica dell’FSLN non ne è all’altezza. Marcos, d’altro canto, è popolare, dice cose condivise, ma per la maggioranza dei messicani la proposta zapatista non rappresenta un’alternativa reale, realizzabile e concreta, del sistema politico consolidato. Marcos è un apprezzato e intoccabile critico (intoccabile soprattutto dopo che è diventato anche un fenomeno di costume e un’icona commerciale che ha ridato fiato, come attrazione turistica, all’economia della città di San Cristobal). Rappresenta una sorta di coscienza civile della società ed è a quel livello che si muove, per muoverla. Per ora però, la società messicana, ascolta la voce degli uomini che hanno il colore della terra, ma sta nella sua maggioranza molto ferma. Così ogni cinque anni si ripete inerzialmente il vuoto rito delle elezioni parlamentari, della democrazia oligarchica, con la sfilata farsesca e ridicola dei concorrenti candidati più furbi, nei quali nessuno crede, e che vengono giudicati ladri nella migliore delle ipotesi. A questo gioco, orchestrato per lo più da pupazzi al servizio della cupola del potere messicano, però, sembra che nessuno voglia o riesca a sottrarsi davvero, che non si vada oltre l’aperta critica e l’insulto, e l’oblio delle inconsistenti campagne elettorali ritorna sempre ad anestetizzare la gran parte del popolo messicano e a riproporre un nuovo presidente sempre più vecchio…se la campagna di diffamazione contro il popolare sindaco di Città del Messico Lopez Obrador (forse l’unico uomo politico messicano che potrebbe riaprire spazi di democrazia) dovesse andare a buon fine per i due partiti gemelli che stanno cercando di demolirne preventivamente l’immagine, e fosse costretto a ritirare la sua candidatura alla presidenza, il prossimo presidente potrebbe addirittura tornare ad essere, che la Virginsita de Guadalupe non voglia!, un uomo del PRI.
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