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 Rubrica di poesia rivoluzionaria, ribelle ed anticonformista

 

 

 

"Arrivò una famiglia e disse: Abbiamo le carte

dimostrano che la casa e' nostra.

- No, no, disse il vecchio. Il mio popolo ha sempre vissuto qui,

Mio padre, mio nonno ... e guarda in giardino:

un mio avo lo piantò.[continua]

: Il (Contrap)punto :

Il (Contrap)punto 19 dicembre 2008
Il (Contrap)Punto: sconfitte


Giorni fa, in occasione dell’ennesima ricorrenza del 12 dicembre 1969, IL BUIO ha pubblicato la testimonianza di un militante di quegli anni.



Una testimonianza importante, utile fra l’altro a dar conto del clima di un intero periodo storico.



Un periodo in cui, tanto per dirne una, oltretutto fra le meno importanti e significative, i fascisti erano “veramente” fascisti, non quattro subnormali incapaci persino di scimmiottare quelle bestie ammaestrate dei loro padri.



Sul 12 dicembre 1969, sulle bombe democristiane alla banca di Piazza Fontana, è stato tutto e di tutto.



Non è nostra intenzione, dunque, aggiungere l’ennesima interpretazione ad una lista interminabile di interpretazioni.



Solo due annotazioni.



La prima, è che non è affatto vero, come vanno da sempre cianciando gli ex dirigenti del Movimento Studentesco dell’epoca, ed i loro mentori “progressisti”, che “il popolo” o “il proletariato” o “la Classe Operaia” (con le iniziali maiuscole, sia chiaro: come si conviene ai personaggi mitici o agli extraterrestri) o qualunque altra patacca si voglia venerare per nostalgia di una fede religiosa mai in realtà persa e superata abbia “respinto vittoriosamente” l’attacco sferrato dalla Controrivoluzione.



In realtà, quell’attacco “alle conquiste dei movimenti di lotta dell’epoca” vinse senza grandi resistenze, dal momento che riuscì a spostare un intero movimento di massa dall’offensiva alla difensiva, dal terreno delle problematiche per la “presa del potere” (e non è certo questa né la sede né l’occasione per stabilire se si trattasse di un obiettivo storicamente realistico oppure no; se cioè si potesse realmente, all’epoca, ma anche oggi a dirla tutta, “prendere il mitico palazzo d’Inverno”, neutralizzando, con quattro operai semi-analfabeti, cinque studenti bamboccioni e sei femministe invasate, l’esercito, gli amerikani, la mafia, il partito comunista…) a quelle, assolutamente riformistiche,  dunque democratiche, della “difesa delle conquiste ottenute nelle scuole, nelle fabbriche e nella società”.



Insomma, un movimento che avrebbe potuto, se non per intero, quantomeno in qualche sua componente, salire dal piano del riformismo a quello della rivoluzione fu costretto a rifugiarsi in cantina, a protezione delle fondamenta di un piccolo appartamento “democratico e progressista” che non sarebbe mai diventato un grattacielo  rivoluzionario.



Il tutto con l’approvazione, l’appoggio e la protezione di una borghesia riformista da decenni alla ricerca di un “cavallo vincente” su cui puntare per modificare a proprio favore i rapporti di forza all’interno della classe al potere.



La seconda breve annotazione è legata alla prima.



Il 12 dicembre 1969 è la data di una sconfitta.



Del movimento rivoluzionario (anche se non di tutto), ma non solo: dei democratici, dei riformisti, di tutti coloro che credevano e continuano a credere che la democrazia è la forma più avanzata di governo, che la violenza è incompatibile con la società, in pratica che il mondo che esiste in realtà non esiste, essendo il mondo realmente esistente del tutto diverso dal mondo che si vorrebbe esistesse, che si pensa esista, che si vorrebbe far credere esista anche agli altri…



Per pochi, in fondo il 12 dicembre 1969 è stato, perché effettivamente era, come la barricata: ha chiuso una strada ma ha aperto una via.



Una via che finora non ha condotto da nessuna parte. E che forse non condurrà mai da nessuna parte, magari perché non c’è nessuna parte dove andare.



Ma la strada che il movimento volle percorrere all’epoca per sottrarsi opportunisticamente alla scelta hic rhodus, hic salta, quella strada si è già dimostrata senza sbocchi, senza prospettive: ha già condotto al crollo senza rimedio e senza alternativa di un regime infame, assassino e corrotto.



Dai cortei dell’epoca, si levava un grido: “Lo Stato borghese si abbatte, non si cambia!”.



Forse lo Stato borghese, non può essere abbattuto, forse.



Certo è, invece, e provato, e riprovato ancora una volta, ed un’altra, ed un’altra, che non “cambia”, che non potrà mai cambiare.



E chi ha permesso, per paura, viltà ed ignoranza, che l’ennesima dimostrazione della natura criminale dello stato borghese producesse, in tutti gli anni che sono passati da quel 12 dicembre 1969, stragi, omicidi, furti, guerre, rapine, disoccupazione, povertà, mafia, corruzione… porta la responsabilità ed il destino che dai tempi mitologici della bibbia e dei vangeli toccano agli infami ed ai traditori.


 



di Eugenio Colombo


 


La rubrica ospita contributi che non sempre e non necessariamente esprimono le  posizioni del CPU e della redazione web



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