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Il nostro 11 settembre

Non aspettatevi una “commemorazione” dell’11 settembre 1973, data del colpo di stato fascista  (aggettivo che non piace, perché, a suo giudizio, “falso”, a tale Tonino Perna, uno scribacchino de Il Manifesto) di Pinochet (e dei suoi padroni e mandanti yankees) contro il governo di Allende e di Unidad Popular.
Dovrebbe essere ormai noto a tutti che non amiamo commemorare le sconfitte. Perché la commemorazione è una sorta di celebrazione religiosa, di rito,  insomma qualcosa, per molti aspetti, di sacro.
Oltretutto, se il rito riguarda una sconfitta, oltretutto una sconfitta delle dimensioni e della portata di quella consumatasi in Cile quarant’anni fa, non c’è ragione alcuna perché esso venga rispettato.
Pensate ai festeggiamenti per il 25 aprile in Italia: cosa si festeggia, il 25 aprile in Italia? La “sconfitta” di un fascismo che è di nuovo al potere? L’anniversario dell’introduzione di una carta costituzionale che sancisce tutto ciò (proprietà privata, accordo con il Vaticano, centralità del Parlamento borghese, ecc.) contro cui avevano combattuto i partigiani rivoluzionari?
Non c’è neppure da ricordare l’ennesimo caso di uso infame e bestiale della violenza borghese, imperialista, magari per cercare di dimostrare, con gli argomenti del moralismo catto-comunista, che i padroni ed i loro servi vanno combattuti “perché hanno torto”, perché “loro hanno dimostrato di essere cattivi, comunque più cattivi di noi”.
Di casi come quello cileno dell’11 settembre 1973 la Storia ne conosce in quantità – è il caso di dirlo! -  industriali: il milione di morti del colpo di stato anticomunista nell’Indonesia di Sukarno; il golpe clerico-fascista di Videla del Vaticano nell’Argentina della metà degli anni Settanta del secolo scorso; le stragi un po’ in tutti i Paesi ed un po’ in tutti gli angoli di un mondo che la Rivoluzione è riuscita a ripulire solo per brevi periodi tempo e solo pagando ogni volta un prezzo esagerato.
Non commemoreremo l’11 settembre cileno nemmeno perché, davanti al Tribunale della Storia, la nostra Tendenza non ha alcun bisogno di fondare in qualche modo la propria legittimità, le proprie “buone ragioni”.
E, per completare questo breve elenco, non ricorderemo l’anniversario del golpe cileno neppure per trovare l’ennesima conferma alla tesi maoista che “il potere nasce dalla canna del fucile, non dalla scheda elettorale”.
E allora, vi chiederete a questo punto, perché l’articolo che state leggendo?
Perché, nonostante le dichiarazioni fin qui elencate, ricordare comunque l’11 settembre 1973 in Cile e non, per fare solo qualche esempio, il golpe di Videla, o quello di Franco in Spagna, o la strage di Piazza Fontana a Milano o quella della stazione ferroviaria a Bologna?
Forse perché la situazione del Cile, alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, era molto affine a quella italiana dello stesso periodo? Oppure perché parlare del Cile di Allende significava e significa parlare (indirettamente) della strategia ultrariformista e reazionaria del PCI di Gramsci-Togliatti- Longo e Berlinguer, come se il compagno Allende avesse qualcosa in comune con il prete Berlinguer? Oppure ancora perché i fatti del Cile “parlano” anche dell’Italia, dimenticando che l’imperialismo è un mostro che non conosce né confini geografici né limiti territoriali?
Se oggi noi de IL BUIO commemoriamo, nonostante tutto e nonostante l’apparente contraddizione con quanto fin qui detto, la  sconfitta della Rivoluzione cilena nel 1973, lo facciamo soprattutto perché essa ci offre il pretesto di ricordare i rivoluzionari, i combattenti, i militanti del distaccamento cileno dell’Esercito Rivoluzionario mondiale.
Quelli che, nelle celebrazioni di questi giorni, nei riti che si propiziano su iniziativa di traditori e servi di regime, risultano puntualmente, sistematicamente ma comprensibilmente, dimenticati.
Come se il processo rivoluzionario cileno di quarant’anni fa si esaurisse nel “comportamento eroico” (ma del tutto normale per un rivoluzionario coerente) di Salvador Allende, di cui comunque non vanno taciuti i limiti e gli errori, primo fra tutti quello testimoniato dal compagno Luis Sepulveda in un articolo per La Repubblica dell’11 settembre scorso.
“Quando l’insurrezione militare di giugno era stata già sconfitta, 100 mila operai si concentrarono di fronte alla Moneda (la sede del governo di Unidad Popular, bombardata dai golpisti, ndr) al grido ‘Armi, armi, armi!’. Allora il generale Prats (un generale lealista, fatto successivamente assassinare da Pinochet in Argentina, ndr) disse ad Allende: ‘Presidente, se mi da l’ordine io apro gli arsenali di guerra e armo il popolo’. E Allende: ‘No, Questa è una rivoluzione democratica, pacifica, con pieno rispetto delle istituzioni’”.
I rivoluzionari di ieri, di oggi e di domani, di sempre, insomma, lottano per una causa che troverà sempre qualcuno disposto a lottare per la sua vittoria finale, costi quel che costi. E nonostante i Pinochet, i Videla, i Franco, i Suharto, i Berlinguer… Nonostante i mostri di tutti i tempi, e nonostante i loro animali da cortile.
Per ricordarli, quando nessuno li ricorda né li ha mai ricordati, perché la Storia la scrivono i Vincitori usando, per farlo, la stessa logica con cui i piccolo-borghesi interpretano la vita quotidiana, e cioè affidandosi alla coppia interpretativa “persone famose che contano-persone sconosciute che non contano”, ci affidiamo alle parole del compagno Salvador (Sergio Guerra), ex comandante del Frente Patriòtico Manuel Rodriguez (FPMR), il gruppo combattente che, fra l’altro, organizzò il fallito attentato a Pinochet: “Furono molte le forze che presero parte a questo processo (il processo rivoluzionario cileno, ndr), ma indiscutibilmente il peso ed i costo maggiore nella lotta contro la dittatura lo pagarono quelli che, con eroismo e volontà, decisero di porsi alla testa di questo confronto (quello fra Rivoluzione e controrivoluzione, ndr) diseguale. Non ci si inganni: il ruolo giocato dal Partito Comunista, dal MIR, dal FPMR, da settori del socialismo e da comunità cristiane di base fu determinante nella conduzione e nell’esito delle mobilitazioni, nonostante i numerosi colpi subìti ed i numerosi dirigenti assassinati o desaparecidos (…).
Il Rodriguismo, come parte di una generazione che sognò come dare l’assalto al cielo, prova orgoglio per questa storia alla quale fornì i proprio contributo insieme con migliaia di cileni. Solamente, possiamo chiedere perdono al nostro popolo, ai nostri caduti ed ai loro famigliari per non aver fatto più e  meglio tutto quello che avrebbe permesso di accelerare la caduta della dittatura e di aprire la strada verso una vera democrazia
” ( in www.fpmr.cl, 11 settembre 2013).

Matteo Sepulveda