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Intervista a Samah Idriss

L’Italia è un paese impegnato nella “forza interposizione di pace” in Libano ovvero, tralasciando la potenza della dialettica che tutto muta e lo riadatta a suo piacere evitando terminologie e verità spiacevoli, è uno stato in guerra. Anche perchè ufficialmente dal 10 ottobre, le forze Unifil possono adoprare le armi anche a scopo non prettamente difensivo. Volendo credere a quello che ci dicono però, diciamo che l’Italia è a mantenere la pace. Ma com’è la situazione in Libano. Cosa ci fa veramente l’Italia in Libano? Nella sede del circolo Iskra di Viareggio, l’abbiamo chiesto a Samah Idriss, il noto intellettuale libanese direttore della rinomata rivista araba Al Adab e autore di numerosi saggi.

Signor Samah Idriss, può dirci qual è la situazione attuale in Libano?

“La realtà in Libano non è delle migliori. Una realtà che vede Siniora (il premier libanese) prendere decisioni che non sono in linea con quelle della maggior parte dei libanesi. Basti considerare che la maggior parte delle organizzazioni che risiedono al governo, ne sono uscite, ministri sciiti compresi. Anche il ministro dell’ambiente si è dimesso e nemmeno l’ex generale cristiano-maronita Michel Aoun (che rappresenta circa il 60% della comunità cristiana) fa parte del governo. Il governo Siniora sta oscurando le varie voci del parlamento. Con la manifestazione di Beirut (un milione e mezzo in piazza), si è cercato di dar una voce a quello che vogliamo noi libanesi. Oltre ad esser veramente rappresentati, vorremmo che si correggesse questa economia deficitaria. Un economia che da due anni non vede nemmeno una parvenza di finanziaria e che fa considerare il Libano, da parte della banca mondiale, come un paese a crescita zero. In più, questo governo sta prendendo decisioni pericolose per questo paese. A parte manipolare la vittoria ottenuta dalla resistenza e accusare i ministri dimessi sta inoltre mettendo in pericolo la sovranità stessa del paese sul suo territorio, consegnando di fatto la “gestione” della acque territoriali e degli spazi aerei ai tedeschi ed ai francesi”.

Qual è il ruolo effettivo dei caschi blu?

“È opinione comune per noi, che il ruolo delle forze Onu, sia rispecchiabile nel pensiero espresso dal cancelliere tedesco Angela Merkel (“la flotta tedesca ha lo scopo di proteggere anche il diritto d’esistenza di Israele”) e da quello di Condoleeza Rice, la quale sosteneva in pratica che l’impegno Unifil è variabile. A nostro avviso purtroppo, l’Unifil gioca un ruolo subalterno alle politiche americane anche perché altrimenti vi sarebbe stato un fronte difensivo sito anche a difesa dei nostri territori. D’altronde siamo noi quelli attaccati!”.

Qual è il ruolo dell’Italia in questa missione a vostro avviso?

“Quello dell’Italia è semplicemente un ruolo da seguace di Francia e Stati Uniti. Questa l’amara verità anche se storicamente si pensa che l’Italia abbia un ruolo indipendente rispetto agli Usa”.

Come si conviveva, prima dello scoppio di questa nuova guerra, con una potenza nucleare come Israele alle porte?

“In uno stato di allerta. Purtroppo il Libano è un paese che vive nel cuore del conflitto mediorientale. In più, il nostro confinante è uno stato che non rispetta i trattati. A questo proposito, stiamo cercando di cambiare la vecchia ideologia libanese che diceva ‘la forza del Libano è la sua debolezza’ in ‘la forza del Libano è la sua forza’”.

Si può dire che questa guerra, visto che è giunta nel momento in cui stavate risolvendo i vostri problemi nazionali con la costituzione della tavola rotonda per il dialogo nazionale, sia giunta per impedire che le forze libanesi trovassero da sole la soluzione ai loro problemi?

“Questa è una costante. Ogni volta che ci avviciniamo ad un intesa, c’è un intervento esterno che ce lo impedisce. Su alcune cose però siamo d’accordo però. Secondo gli ultimi sondaggi di un’agenzia internazionale, il 90% dei libanesi sono favorevoli all’uso delle armi per resistere al nemico che ci ha invaso”.

Considerando che ci sono circa 8000 palestinesi rapiti, dentro le carceri israeliane senza processo e accuse, si può dire, lecitamente, che il rapimento di due soldati sia stato usato da Israele come pretesto per attaccare?

“Si, Noi pensiamo che sia un alibi perché ad Israele interessano le acque del Libano. Un articolo apparso sul San Francisco Chronicle del 21 luglio del 2006, svelava i piani di un attacco preparato da tempo. Se a questo aggiungiamo l’incontro tra Cheney e Netanyau e le dichiarazioni della Rice (“Queste sono le doglie per un nuovo medioriente”) a guerra intrapresa, la domanda si risponde da sola, senza aggiunte”.

Cosa ha voluto dire l’assassinio del ministro dell’industria libanese, Pierre Gemayel?

“Il significato rientra nella strategia americana e israeliana di creare un disordine controllato. L’assassinio è avvenuto in una zona controllata dalle forze libanesi, pare ad opera di forze vicine agli israeliani. Fortunatamente il fatto ci ha compattati ancora di più”.

Alla luce dei fatti, come viene vista l’Ue da parte dei libanesi?

“La credibilità dell’Unione è messa a dura prova dall’occhio della popolazione che la vede come un seguace delle politiche americane. L’Ue deve correggere queste politiche, diventando almeno non belligerante, se non ci vuol dare una mano”.

Quanto pesa l’interesse economico italiano in Libano sull’entrata in guerra da parte dell’Italia?

“Il più grande partner commerciale del Libano nell’Unione Europea è l’Italia. Io però non credo che sia essenzialmente questo il motivo dell’entrata in guerra dell’Italia. Suppongo che vi sia entrata nel tentativo di accontentare gli Usa e per avere così una spartizione consistente del ‘bottino’ in caso di fine vittoriosa della guerra”.

In Libano ci sono gli Hezbollah. Cosa cambia tra Hezbollah e Al Qaeda?

“Tutto. Hezbollah non chiede, al confronto di Al Qaeda, di applicare la Sharia nel paese. Hezbollah è un vero e proprio partito, con strutture e una vasta rappresentativa parlamentare. A differenza di Al Qaeda inoltre, Hezbollah ha un proprio programma politico interno. L’equiparazione è fatta dagli Stati Uniti per fare di tutta un’erba un fascio per crearsi un nemico da combattere”.

C’è la possibilità di un Libano libero? E se si, è una cosa fattibile con le proprie forze o necessita di un aiuto esterno?

“La possibilità c’è. Considerando la situazione attuale con le sole proprie forze è difficile. L’aiuto può venire da altri stati arabi, per vicinanza dato che il Libano è il polmone culturale e politico del mondo arabo, anche se l’aiuto più grande, dovrebbe arrivarci dall’Ue che si dovrebbe schierare contro un paese che invade un altro, senza un vero e proprio motivo. I rapimenti infatti erano una cosa già accaduta, anche poco tempo fa, e tutto si era risolto con la diplomazia”.

Una strada, quella della diplomazia, attuata senza guerre e senza uomini, donne e bambini morti in merito al sonno della ragione ed alla sete di potere.
A tutto questo, ha dato una mano il silenzio assenso dell’Ue, troppo oberata da interessi economici che valgono più della logica e della vita di migliaia di persone innocenti.
Anche se, contro le armi, non c’è diplomazia che tenga. L’Unione europea deve dissentire dalla politica espansionistica attuata dallo stato di Israele, se non vuol farlo con le armi, la colpisca nel portafogli, dando l’embargo ad un paese che viola i trattati e ne invade un altro.

Post scrittum. Che nessuno mi scambi per antisemita. Non sono per niente antisemita, tutt’altro, tengo a precisarlo. Nel 2000 ho visto con i miei occhi, grazie al pellegrinaggio fatto ad Auschwitz, Birkenau e Mathausen, l’orrore perpetrato dai nazisti nei confronti degli uomini di fede ebraica. Dopo aver visto questo però, è ancor più impossibile per me stare inerme e muto dinanzi allo sterminio ingiustificato di un popolo. A buon intenditor poche parole.

di Francesco Bertolucci

Pubblicato il 6 dicembre 2006