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L’’operazione di Beslan è stata perpetrata non da militanti, ma da mercenari

Il primo settembre 2004, un gruppo di uomini armati faceva irruzione in una scuola a Beslan (Ossezia del Nord) e prendeva in ostaggio bambini, genitori ed insegnanti.

A conclusione di tre giorni di crisi, di una serie di esplosioni e di un assalto delle forze dell’’ordine, trovavano la morte 376 persone, tra cui 186 bambini. L’’azione fu rivendicata da Shamil Basaev, un capo militare ceceno. Stranamente, la stampa occidentale, lungi dall’’esprimere la minima compassione per i Russi, si accanì contro il presidente Putin, accusato di essere responsabile della carneficina, sia perché avrebbe intrapreso un’atroce guerra coloniale in Cecenia, sia perché avrebbe ordinato un assalto alla cieca. Certi autori andarono oltre, accusando Vladimir Putin di aver deliberatamente provocato il bagno di sangue per giustificare nuove misure autoritarie [1].

Il Cremino, da parte sua, rispose affermando che la presa di ostaggi non era collegata al conflitto ceceno, il quale si trovava in via di normalizzazione, ma aveva mostrato che la Russia era divenuta un bersaglio del terrorismo internazionale. Tale versione fu presto modificata, in quanto degli esperti russi avevano lasciato intendere che l’’operazione sarebbe stata, in realtà, comandata dai servizi britannici per indebolire il paese [2].

Un anno dopo, che cosa sappiamo di questo dramma, degli obiettivi politici dei suoi protagonisti e delle sue conseguenze ?

Per rispondere a queste domande, è innanzi tutto il caso di restituire questo dramma al suo contesto. La Cecenia è uno Stato membro della Federazione Russa che in un decennio ha conosciuto due guerre consecutive e che rimane immerso nel caos [3]. Per coloro che hanno una visione della Russia etnica, bianca ed ortodossa, la questione deriva dalle classiche guerre coloniali.

Al contrario, per coloro che hanno una concezione eurasiatica della Federazione, il problema attuale è una conseguenza del crollo dello Stato nel periodo 1991-1999, nel corso del quale il presidente Eltsin esitò tra la guerra ad oltranza contro la propria popolazione e l’’indipendenza di fatto. Il vuoto di potere avrebbe giovato sia alle bande armate che ai predicatori islamisti, secondo uno schema paragonabile a quello conosciuto dall’’Afghanistan nello stesso periodo.

Questi due punti di vista possono essere ugualmente sostenuti, ma è importante comprendere bene le ideologie che li sottendono. La visione etnica è difesa, in Russia e nella stessa Cecenia, dall’’estrema destra e, in Occidente, dai sostenitori dello « scontro delle civiltà ». La visione eurasiatica è promossa dal presidente Putin che non perde un’’occasione per celebrare l’’apporto musulmano nell’’edificazione della Russia [4].

L’’analisi storica dà ragione agli eurasiatici come ha notato il professor Francisco Veiga dell’università di Barcellona [5], ma questo non infirma il punto di vista etnico che può costituire un progetto politico.

In ogni caso, la questione cecena è anche, e forse soprattutto, una questione strategica internazionale : tale Stato è attraversato da una rete di oleodotti indispensabili all’esportazione russa del petrolio del Caspio. Ne deriva che è interesse dei rivali ed avversari della Russia, e in particolare degli Stati Uniti, far uscire il conflitto dai confini, anzi che esso si estenda a tutto il Caucaso [6]. Gli USA sono impegnati nella regione in uno sforzo visibile. Hanno collocato loro uomini in Georgia, della quale essi inquadrano l’esercito e controllano lo spazio aereo dalla loro base turca di Incirlik [7]. In risposta, i Russi sostengono di nascosto in Georgia i separatisti dell’’Ossezia del Sud [8].

Il processo politico in corso permette alla Federazione Russa di organizzare delle elezioni in Cecenia, il 29 agosto 2004. All’unanimità gli osservatori internazionali, compresi quelli della Lega araba, attestano la sincerità dello scrutinio mentre, fedele a se stessa, la stampa occidentale persiste nel denunciarle come una buffonata organizzata dall’’apprendista dittatore Putin.

L’’appello degli indipendentisti per il boicottaggio dello scrutinio trova poco seguito, perché il tasso di partecipazione raggiunge il 79 %. Il generale Alkanov, candidato favorevole alla Federazione, viene eletto senza difficoltà. Incapace di accettare la sconfitta, la stampa occidentale vede in questo risultato la prova di una manipolazione. Due giorni dopo, il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che hanno tutt’altra analisi, vanno a Sochi per congratularsi con il presidente Putin per il riuscito ripristino di istituzioni democratiche in Cecenia.

Eppure i sostenitori del caos non avevano lesinato sul dolore per far fallire il processo politico : il 24 agosto, un Tupolev 154 della linea Mosca-Sochi e un Tupolev 134 della linea Mosca-Volgograd esplodevano in volo, provocando la morte di 90 persone. Dopo aver ipotizzato possibili incidenti, le autorità russe ammettevano che i due aerei erano stati oggetto di attentati. L’’azione era rivendicata dalle Brigate Al-Islambuli (Kata’ib al-Islambuli) [9]. Il 31 agosto, la stessa organizzazione faceva esplodere una bomba a Mosca, davanti alla stazione di metro Rizhskaya, uccidendo dieci persone e ferendone una cinquantina. Ma il più terribile doveva ancora venire.

Il 1° settembre, 32 tra donne e uomini armati penetrano nella scuola di Beslan (Ossezia del Nord, Federazione Russa) durante la cerimonia del « giorno della conoscenza ». Essi raggruppano 1300 ostaggi (alunni, genitori di alunni e personale) nella palestra dell’edificio, che imbottiscono di grandi quantità di esplosivo.

Tuttavia, i sequestratori non avanzano alcuna rivendicazione, si rifiutano di dar da mangiare e da bere agli ostaggi e ne uccidono venti quando uno di loro viene ferito dalle forze di sicurezza.

Frattanto il Kremlino, che non considera quel caso derivante dalla causa cecena, ma diretto da una potenza straniera, ha convocato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quest’ultimo rifiuta di dibattere su un progetto di risoluzione e si accontenta di un comunicato di condanna della presa degli ostaggi e degli attentati sugli aerei, esortando la comunità internazionale a cooperare con le autorità russe per arrestare e processare i colpevoli [10].

L’’indomani, l’’ex presidente dell’’Ingiscia, Ruslan Aushev, tenta a sua volta una mediazione ed ottiene delle liberazioni al contagocce. I bambini sono ancora privi di acqua e cibo, costretti a bere la loro urina per sopravvivere. I sequestratori si dimostrano particolarmente insensibili e sarcastici. Il loro capo, senza formulare pretese, dichiara di agire su ordine del capo militare Shamil Basaev. Egli conta sul degenerarsi della situazione, mentre i media del mondo intero affluiscono nella cittadina. Improvvisamente, egli chiede l’’arrivo di personalità e dichiara che darà da bere ai bambini solo quando il presidente Putin avrà annunciato alla televisione l’’indipendenza della Cecenia.

Il terzo giorno, i sequestratori autorizzano i servizi medici a sgombrare i cadaveri di 21 ostaggi abbattuti perché, in quelle condizioni di calore e di umidità, iniziano a decomporsi. In quel momento, riecheggia un’esplosione senza che si capisca esattamente se si tratta dello sparo tirato dall’’esterno della scuola dal genitore di un alunno oppure, più probabilmente, di una delle bombe azionata accidentalmente. L’’esplosione diventa il segnale di una sparatoria generale nel corso della quale le forze dell’’ordine danno l’assalto. Gli spari e le bombe fanno 376 morti, tra cui 11 soldati russi e 31 sequestratori.

Un solo sequestratore sopravvive e sarà processato. Le autopsie rivelano che 22 suoi compagni erano tossicomani in stato di astinenza al momento della loro morte. L’’identificazione degli attaccanti è tuttora incerta.

L’’azione è rivendicata da Shamil Basaev e condannata dal portavoce del governo ceceno in esilio a Londra, Ahmed Zakaev.

Per realizzare l’’attacco di Beslan, Shamil Basaev non ha potuto contare su forze militanti. Ha dovuto utilizzare dei tossicomani, retribuiti in droga, inquadrati da alcuni combattenti agguerriti. In effetti, Basaev in Cecenia non dispone di legittimazione e non ha sostenitori. È un capo militare che ha vissuto una carriera di mercenario in diversi conflitti, prima di tentare invano una penetrazione politica in Cecenia, per tornare poi ad attività militari.

L’operazione era stata concepita per concludersi in una carneficina. La palestra era stata riempita di bombe, appese al soffitto con cerotti. Un sistema così precario che ci si chiede come abbia potuto tenere per tre giorni interi. Sembra che l’’inquadramento militare del gruppo avesse previsto la fuga con il sacrificio delle pedine, ma il piano è stato fatto saltare dagli avvenimenti.

Il commando non ha formulato rivendicazioni prima della fine del secondo giorno, vale a dire prima dell’’arrivo dei giornalisti stranieri. Del resto, quella rivendicazione era irrealistica e puramente pro forma. L’’obiettivo era dunque creare una situazione di crisi, non di dare vita ad una qualsivoglia trattativa.

La presa di ostaggi interviene tre giorni dopo l’elezione presidenziale in Cecenia e alcune ore dopo la fine del vertice russo-tedesco-francese di Sochi, che saluta la normalizzazione politica della Cecenia. Il suo obiettivo principale è bloccare il processo politico e il riconoscimento internazionale dell’azione di Vladimir Putin per ristabilire la democrazia.

In prossimità del primo anniversario del massacro di Beslan, Shamil Basaev, su cui pende un mandato d’’arresto internazionale, ha concesso un’intervista ad una catena televisiva statunitense. Poi, è stato nominato vice Primo ministro dal governo ceceno in esilio a Washington e a Londra, che pure aveva ufficialmente condannato l’operazione di Beslan. La distinzione, immaginata dai sostenitori europeo-occidentali dell’indipendenza della Cecenia, tra i « duri » come Basaev (che tutti gli Occidentali condannano) e i «moderati» del governo provvisorio (con i quali si deplora che il presidente Putin rifiuti di discutere) non è dunque che un artificio della comunicazione.

Quel governo è appoggiato dall’’American Committee for Peace in Chechnya dell’’ex consigliere della sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, installato nei locali della Freedom House [11] dell’’ex direttore della CIA James Woolsey.

Shamil Basaiev rivendica recenti legami con Osama Ben Laden che gli Stati Uniti sostengono oggi di ricercare invano.

Brzezinski è noto per avere personalmente reclutato Osama Ben Laden quando questi viveva a Beirut e per avergli affidato l’’organizzazione di attentati in Afghanistan allo scopo di provocare l’’intervento sovietico. In diverse opere e conferenze, Brzezinski non ha mai smesso di raccomandare lo smantellamento non solo dell’’URSS, ma della Federazione Russa e di portare il suo appoggio a tutti i movimenti separatisti purché siano anti-russi.

L’’operazione di Beslan è stata perpetrata non da militanti, ma da mercenari. Essa dunque non mirava a difendere una causa, fosse pure l’indipendenza della Cecenia o l’instaurazione di un Califfato. Essa ha fatto parte del « grande gioco » che oppone le grandi potenze per il controllo del Caucaso e delle risorse del Caspio. Il suo organizzatore, Shamil Basaiev, è oggi vice Primo ministro di un governo in esilio che ha un’attività ben avviata a Washington e a Londra. Quest’ultimo dispone di tutto l’appoggio logistico necessario fornito dal governo degli Stati Uniti tramite noti funzionari della CIA.

Thierry Meyssan, giornalista e scrittore, presidente del Réseau Voltaire.

NOTE:

[1] E’ ad esempio il caso dello studio « Beslan – The Political Fallout », redatto dal Dr. Mark A. Smith per conto dell’Accademia di difesa britannica.

[2] « La responsabilité anglo-saxonne à Beslan » di Marivilia Carrasco e la redazione del Réseau Voltaire, Voltaire, 27 settembre 2004.

[3] Il lettore si rifaccia all’’inchiesta in tre parti di Paul Labarique : « La première guerre de Tchétchénie », « Business et terrorisme à Moscou » e « Le domino tchétchène », Voltaire 4, 7 e 11 maggio 2004.

[4] « La Russie musulmane » di Akhmet Yarlykapov, Voltaire, 28 giugno 2005.

[5] « El Algujero negro de Chechenia » di Franciso Veiga, El Periodico, 6 settembre 2004.

[6] « La stratégie anti-russe de Zbignew Brzezinki » di Arthur Lepic, Voltaire, 22 ottobre 2004.

[7] « Les dessous du coup d’État en Géorgie » di Paul Labarique, Voltaire, 7 gennaio 2004.

[8] « Coups de maîtres sur l’échiquier géorgien », Voltaire, 19 marzo 2004.

[9] Il nome di quest’’organizzazione fa riferimento al tenente Khaled Al-Islambouli che organizzò l’’assassinio del presidente egiziano Anouar El-Sadate, il 6 ottobre 1981.

[10] Riferimento ONU : S/PRST/2004/31.

[11] « Freedom House : quand la liberté n’’est qu’’un slogan », Voltaire, 7 settembre 2004.

Questo articolo, curato dalla Redazione Esteri de IL BUIO-edizione web, è stato tratto dal sito web Réseau Voltaire.


pubblicato il 7 dicembre 2006