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Il lama non l’ama nessuno

La visita in Italia del Dalai Lama, una visita di cui francamente nessuno, tranne pochi frikkettoni di sinistra ed altrettanti pacifisti decerebrati, sentiva il bisogno, non foss’altro per la presenza, nel nostro Paese, di moltitudini di preti, di truffatori, di spie e di pataccari, un aspetto positivo, comunque, l’ha avuto. Quello di fornire l’occasione per una rapida riproposizione della vera storia del Tibet.

Dal 1727 – vale a dire da ben prima che il Regno delle Due Sicilie  fosse annesso con la forza al Regno di Piemonte prima ed all’Italia unita poi, senza che ciò abbia mai scatenato le proteste degli idioti e degli anticomunisti per ignoranza o per tradizione oratoriana – il Tibet è diventato parte integrante della Cina. Sotto forma di dipendenza autonoma.

In quanto tale, il Tibet, fino alla rivoluzione comunista di Mao, è sempre stato dominato da un regime teocratico autoritario, simile a quello che vige tuttora nella Città del Vaticano, con tutto il potere concentrato nelle mani del Dalai Lama, come il Papa romano ad un tempo capo spirituale e temporale.

Tutta la terra era di proprietà del Gran Lama e della gerarchia teocratica buddista-lamaista, espressione di un rapporto di produzione feudale basato sulla servitù della gleba, con ampie fasce di schiavitù.

La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée (lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il matrimonio, la nascita di un figlio, un morto in famiglia. Erano soggetti ad imposta per aver piantato un nuovo albero nel cortile, per possedere animali domestici o dell’aia, per un vaso di fiori o per il campanello messo ad un animale. C’erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello. Persino i mendicanti erano soggetti a tassazione: quelli che non riuscivano a trovare lavoro e si spostavano in un altro villaggio alla ricerca di un’occupazione, dovevano pagare una tassa di transito.

Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20 ed il 50%.
Alcuni debiti venivano tramandati di padre in figlio fino al nipote. I debitori insolventi rischiavano la riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal monastero, a volte per il resto della vita.

Le dottrine pedagogiche della teocrazia – che tanto entusiasmo suscitano fra parassiti e gli psicolabili di casa nostra, ed in particolare fra la “sinistra chic” che adora Uolter Veltroni ed ascolta Radio Popolare – giustificavano e sostenevano l’ordine sociale classista.

Si insegnava ai poveri che i loro guai dipendevano da un comportamento sciocco ed immorale (un po’ quello che i furfanti e gli imbecilli seguaci delle sedicenti medicine alternative  rimproverano ai malati: “è colpa vostra, se vi ammalate!”) tenuto in una delle loro vite precedenti.

Per questa ragione, dovevano accettare la miseria della loro esistenza come una sorta di espiazione anticipata: solo in questo modo il loro destino e la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati, se si fossero reincarnati!

Naturalmente, i ricchi ed i potenti consideravano la loro buona fortuna come una ricompensa ed una dimostrazione tangibile di virtù nelle vite sia passate che presenti.

A riprova che le bugie avranno forse le proverbiali “gambe corte” ma che i bugiardi e gli impostori hanno sempre un pingue e ricco conto in banca.

La Repubblica Popolare cinese, nata a conclusione della gloriosa rivoluzione maoista, assunse il controllo del territorio tibetano (lo “invase”, secondo i redattori di Radio Popolare, quelli che non esitano a definire “ribelli” i partigiani kurdi del PKK!) il 23 maggio 1951.

Da questo momento ha inizio un lungo processo di trasformazione sociale che comprende l’abolizione della servitù della gleba (che ne abbiano nostalgia, i redattori di Radio Popolare?) e della schiavitù (idem come nella parentesi precedente), la distribuzione dei pascoli ai contadini senza terra e la costituzione di cooperative agricole.

Nello stesso tempo, prende avvio un programma di alfabetizzazione di massa, che certo, per ovvie ragioni, non entusiasma i redattori di Radio Popolare, per i quali bastano un paio di orecchie (d’asino) per ascoltare quotidianamente le loro fesserie veltroniane spacciate per “controinformazione”.

La Costituzione cinese riconosce al Tibet lo status di repubblica autonoma, il che comprende il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione locali (un po’ quello che, qui da noi, succede alla Valle d’Aosta ed al Trentino-Alto Adige).

Nel 1959, un tentativo insurrezionale di bande armate addestrate, finanziate e sostenute dalla CIA e dagli Stati Uniti viene sventato dalla popolazione della capitale tibetana, che insorge in massa e costringe, il “dolce, spirituale e mite” Dalai Lama a fuggire in India.

Le accuse di “genocidio” rivolte alla Cina dagli amici nostrani del Lama-agente della CIA (non quello della CGIL, preso a bastonate dagli studenti romani: quello tibetano, preso a fucilate dai contadini del suo Paese) e dall’intero schieramento dell’anticomunismo e del fascismo internazionale, si rivelano completamente false soprattutto se si pensa che, negli ultimi 40 anni, la popolazione è più che raddoppiata; che, dei 2,7 milioni di abitanti, il 90% è di origine tibetana (solo il 10% è invece composto da residenti di etnie diverse); e che, non meno importante, la speranza di vita è salita dai 35 anni dei primi anni Cinquanta ai 69 di oggi.

Dalla metà degli anni Novanta, il PIL del Tibet è aumentato del 13% l’anno, più della stessa Cina.
Le opere edili sono raddoppiate; e il commercio, che fino ad una decina di anni fa, si svolgeva prevalentemente con il vicino Nepal, è cresciuto di 18 volte rispetto al 1995.

Aspetto ancor più importante, con gli stessi ritmi vengono sviluppati il sistema sanitario e quello scolastico (entrambi inesistenti quando regnava il Dalai Lama).

Sarebbe questa la “devastazione freddamente calcolata dalle autorità cinesi” che, come farneticano il Dalai Lama e, facendogli eco, la schiera di “alternativi” fanatici delle medicine orientali e della meditazione e nemici giurati della serietà e della razionalità?!

Per concludere con le parole di Totò, che di comici s’intendeva: “Ma fateci il piacere…!”

Rettifica finale: IL LAMA L’AMA SOLO LA CIA

Secondo la documentazione rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri degli Stati Uniti nel 1998, dall’inizio del 1960 i tibetani “in esilio” (alla Craxi maniera) hanno intascato segretamente 1,7 milioni di dollari.

Quando questo dato è stato reso pubblico, l’organizzazione del Dalai Lama ha emesso un comunicato in cui riconosceva di aver ricevuto alcuni milioni di dollari dalla CIA durante gli anni Sessanta per inviare squadracce armate di esiliati in Tibet.

Il Dalai Lama, da parte sua, riceveva per sé 186 mila dollari.

Nonostante abbia presentato sé stesso come il difensore per eccellenza dei diritti umani e  che con questa motivazione sia stato insignito del premio Nobel per la pace nel 1989 (un riconoscimento , peraltro, del tutto privo di significato, visto che, fra gli altri, è stato conferito anche ad un terrorista, gangster internazionale e farabutto come il sionista Begin), durante l’esilio il Dalai Lama ha avuto modo di frequentare ogni tipo di furfante e di reazionario: da Margate Thatcher a Giovanni Paolo II, da Giorgino-Il Cretino Bush a Pinochet.

A favore della liberazione di quest’ultimo dopo il provvisorio arresto in Gran Bretagna, il campione dei diritti umani (leggi: dei diritti degli yankee allo sterminio, alla guerra ed alla criminalità) non ha esitato a lanciare un appello.

Attualmente, soprattutto attraverso il Fondo per lo sviluppo della democrazia, ed altri canali che rappresentano note ramificazioni della CIA, il Congresso degli USA continua ad assegnare i due milioni di dollari annuali per i tibetani in India, con altri milioni supplementari per le “attività di democrazia” (?) all’interno della comunità tibetana in esilio.

Il Dalai Lama, inoltre, riceve soldi dal finanziere George Soros, che sovvenziona la creatura della CIA Radio Free Europa/Radio Liberty ed altri analoghi istituti, tutti da sempre impegnati ad alimentare la sovversione ed il terrorismo internazionali. Oltre che a cercare di “destabilizzare” i Paesi ed i regimi invisi ai sionisti ed agli statunitensi, ad esempio la Jugoslavia l’altroieri, l’Ucraina ieri e l’Iran oggi.

dalla Redazione Esteri