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Monnezze

Gli assalti ai campi rom avvenuti a Napoli nelle scorse settimane – ma il fenomeno si è manifestato e sicuramente si ripeterà un po’ in tutta Italia – sono stati materia di analisi e di interpretazione da parte, oltre che dei politicanti di tutto il fetido, al pari della monnezza partenopea, “arco costituzionale”, di sociologi, esperti, studiosi e parassiti vari.

Tutti concordi nello sproloquiare sul “senso di insicurezza” dell’ormai mitica “gente”, della paura del “diverso” di quest’ultima o dei “guasti indiretti” provocati dall’ormai altrettanto mitica “globalizzazione”, questa sorta di nuovo grimaldello capace di aprire tutte le porte e di liberare tutte le soluzioni.

Nessuno si è soffermato su due considerazioni tanto elementari quanto inaccessibili per cervelli plasmati con la cera di scarto dell’opportunismo e dell’ignoranza piccolo-borghese.

La prima è che gli episodi razzisti (c’è da domandarsi, così, per passatempo, cosa sarebbe successo se, anziché di rom, si fosse trattato degli intoccabili ebrei, gli amici prediletti, oltre che del neo-rabbino Fini, uno i cui soci, i rom, li bruciavano davvero, ma in massa, del vecchio fetente che, anziché rifondare il comunismo, ha contribuito a restaurare  il filo-sionismo) di Napoli rivelano il fallimento del cattolicesimo, da una parte, e del vetero-comunismo, dall’altra.

Gran parte dei “coraggiosi” teppisti partenopei, infatti, sono, o meglio si professano, cattolici. In quanto tali convinti che dio ha creato gli uomini tutti uguali e, soprattutto, che tutti gli uomini sono uguali davanti a dio.

Anzi, per dirla con un celebre barzellettiere, che certi uomini sono persino “più uguali” degli altri: ad esempio i neri, gli ebrei, i comunisti e, per l’appunto, gli zingari.

Tornerà a liquefarsi, il sangue di san Gennaro, per questa banda di cattolici praticanti, pronti a segnarsi ogni volta che segna un calciatore del Napoli, a confessare al parroco gli omicidi commessi per conto della camorra  per ricevere l’assoluzione al modico prezzo di qualche avemaria e di altrettanti paternoster, giusto per far contenta la neo-ministra delle pari opportunità, e di imbrogliare, ma con tanto di senso di colpa annesso e senza sovrapprezzo, il prossimo, qui creativamente reinterpretato come cliente?

Gli stessi teppisti, d’altro canto, rientrano di diritto nella categoria di “popolo”, in mancanza, nel Meridione, di “classe operaia” con marchio doc.

Ed anche il “popolo”, quello che “suda, soffre e lavora”, che aveva casa nelle omonime sedi piciste e che oggi aspira alle più ambite e confortevoli dimore della media-borghesia; il “popolo” depositario per definizione,  delle virtù sociali e per dogma depositario della verità e dell’appetibilità della “società futura” rischiarata dal mitico “sol dell’avvenire”; anche il “popolo”, dicevamo, non ha dato gran prova di sé.

O forse no: forse l’ha proprio data. Perché ha dimostrato, finalmente, che l’ignoranza, se poteva essere in parte scusabile quando non era ancora esplosa la società del benessere e dell’informazione, oggi non merita più attenuanti: di nessun tipo, men che meno di quelle pseudo marxiste-leniniste.

Con gente così, con un soggetto sociale così, dove si può mai andare, se non allo stadio, in processione, in banca a contrarre un mutuo o in televisione ad animare lo show di moda?

Dall’incontro di questi due rigagnoli (quello cattolico e quello vetero-comunista), che in realtà non hanno mai proceduto separati, è nato, col tempo, il colatore denominato catto-comunismo, ricettacolo di tutte le scorie e di tutti i liquami fetenti di questo fetente Paese.

Un Paese che andrebbe bruciato, lui sì, se si volesse veramente farla finita, piuttosto che con i rom, con la monnezza, quella vera: quella che ci inquina il presente e che ci rovinerà il futuro…

di Eugenio Colombo