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L’ultima vittoria di Marulanda

La dialettica Perseguitato-Persecutore è un aspetto della lotta di classe, e dunque anche di una delle sue forme principali: la guerriglia.

Nella dialettica Perseguitato-Persecutore, né il Perseguitato né il Persecutore vogliono, o possono, prendere il posto dell’altro: il Perseguitato non può e non vuole essere o diventare il Persecutore, mentre il Persecutore non può e non vuole trasformarsi nel Perseguitato.

Il Perseguitato lo fa per ragioni di principio: egli lotta per eliminare il Persecutore, e dunque per annullare la contraddizione Perseguitato-Persecutore privandola di uno dei suoi termini fondanti e costitutivi: la società per cui il Perseguitato lotta è una società senza perseguitati e senza persecutori, senza servi e senza padroni.

Le cose non stanno affatto così per il Persecutore. Per lui, perseguitare il Perseguitato è un fatto naturale.

E vitale: perché, senza perseguitati, i persecutori cesserebbero di esistere.
La lotta che oppone il Perseguitato al Persecutore è una lotta in cui, mentre uno dei due poli, il Perseguitato, mira all’eliminazione dell’altro polo, il Persecutore, quest’ultimo, il Persecutore cioè, lotta affinché la contraddizione seguiti a riprodursi invariata, vale a dire ineliminabile ed eterna.

Ecco perché il Persecutore deve essere, e deve dimostrare di essere, sempre e comunque, il responsabile concreto, reale, fisico dell’eliminazione concreta, reale, fisica del Perseguitato.

Il Persecutore deve uccidere personalmente il Perseguitato, pena la perdita di emblematicità della contraddizione Perseguitato-Persecutore. E dunque pena la sconfitta del Persecutore in quanto tale.

Per queste ragioni, il comandante Marulanda ha colto una vittoria, la sua ultima vittoria, allorquando la morte per cause naturali l’ha sottratto alla furia omicida del Persecutore senza che quest’ultimo potesse far nulla per impedire il proprio scacco.

Il Persecutore si è visto sfuggire il corpo del Perseguitato dalle mani come sabbia che scorre via fra le dita.

Il Persecutore deve poter esibire il cadavere del Perseguitato come un trofeo che attesti la sua vittoria, deve poter dar prova, tramite esso, nella forma delle ferite, delle torture, delle offese inferte, della propria frustrazione finalmente appagata; una frustrazione; una frustrazione che gli deriva, oltre che dalla propria natura bestiale, dalla vaga consapevolezza che, in realtà, il potere effettivo del Persecutore è un non-potere, un fallimento. Dal momento che non è in grado di crescere e di svilupparsi, tendendo invece a riprodursi sempre uguale a se stesso.

Ai futuri Perseguitati, il Persecutore deve essere in condizione di mostrare la loro (dal suo punto di vista: inevitabile perché naturale) sorte futura, il loro destino: la vittima è la misura, ma anche il presupposto necessario, dell’onnipotenza del carnefice, della sua certezza di esistere a dispetto di un’essenza mostruosa ed infame.

Sulle bestie drogate e corrotte al soldo di Uribe e di Bush, il comandante Marulanda ha vinto ancora.

di Matteo Sepulveda
Montevideo, giugno 2008

P.S.: al momento di inviare questo contributo ai compagni de IL BUIO, giunge anche qui la notizia che il presidente Hugo Chavez, domenica 8 giugno nel corso di una trasmissione televisiva, ha esortato la guerriglia colombiana a deporre le armi e a liberare senza condizioni tutti gli ostaggi. Sostenendo, fra l’altro, che “un movimento di guerriglia non è più all’ordine del giorno nelle montagne dell’America Latina”, e che “la guerriglia appartiene alla storia”.

Lascio agli ingenui lo sconcerto per una sortita del genere, peraltro tutt’altro che imprevedibile ed inaspettata. Perlomeno per chi non confonde lo Stato con l’anti-Stato, il Potere con la Rivoluzione; non tiene affisse in casa le immaginette dei capi di governo “rivoluzionari” in sostituzione di quelle di Padre Pio, accantonate solo perché una fede religiosa ne ha temporaneamente sostituita un’altra; e non si è mai illuso che “fare la rivoluzione” sia la stessa cosa che “amministrare lo Stato borghese”.

Marulanda non è mai stato Chavez, o Sarkozy, o Fidel, o Correa…
Per fortuna di chi è sempre stato convinto che la verità, e dunque la lotta e la rivoluzione, alla fine giochi sempre un brutto tiro ai dilettanti ed ai cattocomunisti.

Fra le FARC e Chavez (Sarkozy, Fidel, Correa…), ovviamente, il vostro Matteo Sepulveda sceglie senza esitazioni di sorta le FARC.
E gli altri?