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Ieri come oggi

Rubrica periodica

“Ben si comprende che da questo gigantesco sovrapprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori ed al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del ‘proprio’ Paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei Paesi ‘più progrediti’ operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti ed indiretti, aperti e mascherati.
E questo strato di operai imborghesiti, di ‘aristocrazia operaia’, completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della II Internazionale: e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi delle classe capitalistica nel campo operaio (labor lieutenants of the capitalist class), veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, ed in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei ‘versagliesi’ contro i ‘comunardi’”.
Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1920.

Il 20 dicembre 2012, a Melfi, è andata in scena una cerimonia a dir poco vergognosa (ma illuminante su cos’è oggi – o forse addirittura su cos’è sempre stata la “classe operaia dei Paesi a capitalismo avanzato”, la “forza trainante e dirigente della Rivoluzione comunista internazionale” – ), tentata con successo soltanto nel Ventennio fascista. Più in particolare nell’ottobre del 1932, al Lingotto di Torino, allorquando il Duce venne omaggiato da Gianni Agnelli.
Anche allora, come ieri a Melfi, applausi per il Duce (Monti al posto di Mussolini) e per il Padrone (Marchionne al posto di Agnelli) da parte della maggioranza degli operai più ottusi e fedeli.
Fedeli al padrone, naturalmente: ieri (1932) come oggi (2012).
Con gente così non c’è neppure da paventare il rischio di finire nel pantano. Perché, nel pantano, alla faccia della “grande e giusta classe operaia”, ci siamo già.
Per questo andiamo tutti a testa alta: per evitare che il letame ci soffochi.
L’abbiano accumulato le canaglie piciste o i sindacati “gialli” alla Cisl poco importa…