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Comunisti comici o comici comunisti

Non so se, girando per la città, vi è già capitato di imbattervi in uno dei manifesti per il tesseramento di Rifondazione Comunista.
Per la precisione in quello che raffigura, con stile da “cafone alla Briatore”, un bel tacco a spillo aureolato dalla scritta “Mi iscrivo a Rifondazione perché… SONO UNA DONNA DI CLASSE” (il maiuscolo è nel testo della dichiarazione di fede degli epigoni rincoglioniti del Subcomandante Fausto, uno che, di salotti borghesi, di qualunquismo conformistico e di pettegolezzi modaioli si intendeva e si occupava molto più e molto meglio che di lotte di classe e di Comunismo).
Se avete superato lo shock iniziale, se vi siete stropicciati gli occhi e ricordati quel che avete più di una volta letto, sulle pagine de IL BUIO, a proposito di questa nuova congrega di comici ambulanti senza più storia, dignità e coerenza, non illudetevi di essere usciti dalla crisi di sconcerto che vi ha colto alla prima occhiata, distratta prima, interessata e disgustata poi.
Vi manca ancora la lettura delle motivazioni di una linea propagandistica (in realtà pubblicitaria) del genere.
Motivazioni che sono, giusto per restare in linea (di Partito), fra le più sceme possibili ed immaginabili.
In breve: non siamo tristi, non siamo bacchettoni: siamo Comunisti(e)!
Rivela Rosa Rinaldi, responsabile della Comunicazione del PRC: “Volevamo fare delle inversioni di senso, spiegare con ironia che la classe non è un luogo separato. Le nostre donne sono normali, non sono trinariciute, ingolfate dentro giubbotti punitivi. Quando finiscono di lavorare indossano scarpe eleganti, escono e vanno a ballare” (sic!).
Sulla stessa linea (stilistica) tale Angela Scarparo, che porta nel nome il proprio destino, oltre che la propria natura: “Si può mettere un pantalone blu e sotto scarpe rosse e calze a rete”.
Che dire? riflessioni che impressionano per la loro serietà, roba da Manoscritti economico-filosofici marxiani…!
In realtà, fare appello alle donne affinché si iscrivano a Rifondazione Comunista agitando il modello mignottesco delle Noemi berlusconiane, sostituire l’immagine dei tacchi a spillo “da escort” a quella della Kollontai o di Rosa Luxemburg non stupisce affatto, in un partito che appare sempre più vicino al baratro dell’autodissoluzione.
Per mancanza di idee, di progetti, di capacità politica, certo; ma anche per mancanza di dirigenti capaci di riconoscere la propria inutilità.
Beh, a dire il vero, una inutilità non proprio assoluta: in fondo, questi infami-venduti-traditori riescono ancora a farci ridere, dopo che per anni si erano spacciati per i soli in grado di far piangere i padroni.

Eugenio Colombo