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Intervista al gruppo “El libertario”

Tra il materiale che arriva da alcuni compagni che vivono quotidianamente la situazione venezuelana abbiamo scelto di pubblicare questa intervista abbastanza datata, ma non per questo meno significativa. Lo facciamo anticipando delle specifiche di merito. Il gruppo intervistato è un’organizzazione anarchica all’opposizione, ma non alleata con quella borghese legata agli Stati Uniti. Per chiarire, questo è un gruppo libertario di estrazione universitaria poco significativo da un punto di vista numerico e che, magari, dimostra estrema difficoltà a dar seguito alle critiche che esprime nei confronti del chavismo. Detto questo, riteniamo utile pubblicare questa intervista perché alcune delle posizioni espresse risultano condivisibili, ma soprattutto alla luce del fatto che, pur intuendo che in parte ci sia il tentativo di far quadrare la realtà con la propria visione ideologica, alcune delle critiche che leggiamo sono, in sintesi, le stesse che circolano anche all’interno del processo bolivariano. Riteniamo, dunque, che sia giusto far conoscere il dibattito per come si presenta nei fatti, discostandoci, per parlar fuori dai denti, dalla propaganda “retorica ed esaltante” di un tale processo che, come è normale e logico, abbonda di contraddizioni e di errori.
Solo in questo modo concepiamo il nostro lavoro di controinformazione.

La red/azione de “Il Buio”

INTERVISTA CON ALCUNI ESPONENTI DEL GRUPPO ANARCHICO “EL LIBERTARIO”

Non possiamo definirci un gruppo strutturato. Abbiamo creato un collegamento per la discussione sull’attuale processo di rottura in corso in America Latina, e su cosa significa parlare di rivoluzione in questo continente. Veniamo da varie esperienze militanti, ed ora siamo dentro il gruppo El Libertario.

Il nostro è un gruppo di affinità anarchico, nato una decina di anni fa con l’idea iniziale di recuperare la storia e diffondere le idee del movimento anarchico in Venezuela, e da dieci anni pubblichiamo anche il periodico El Libertario, che è il nostro strumento di propaganda politica.

Nell’ultimo anno abbiamo diversificato le nostre attività: abbiamo aperto un centro di studi sociali, un “ateneo libertario” con annessa biblioteca, qui in un quartiere di Caracas.
Alcuni di noi hanno partecipato al processo iniziale chavista, per poi distaccarsene criticamente. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo avviato un programma chiamato “Contropotere”, cioè di messa in discussione e critica contro il potere in generale, e di discussione critica sul potere gestito dalla sinistra, da un punto di vista di sinistra, qui in America Latina. Abbiamo anche una pagina Web.

Cerchiamo ora di spiegare la nostra posizione sul processo capeggiato da Hugo Chavez qui in Venezuela.
Noi pensiamo che quello in corso qui, è un processo reazionario e regressivo, che punta alla ricomposizione fra una nomenclatura pseudo-rivoluzionaria da un lato , e lo stato borghese e l’economia capitalista dall’altro lato. Non c’è un cambiamento reale. Qui si sta riproducendo uno stato borghese, secondo un modello originario di rappresentanza democratica che noi chiamiamo “euro-democrazia”, che è l’esercizio del potere di una minoranza, il cui obiettivo fondamentale è preservarsi nel potere senza dover rispondere su nessuna problematica di fondo. Con una differenza però rispetto ad altri processi come quello cinese o sovietico: l’attuale gruppo di potere non si afferma attraverso un processo rivoluzionario, di guerriglia o insurrezione.

Chavez, sull’onda di un processo sociale e politico che era realmente orientato al cambiamento, giunge ad occupare la vecchia struttura del potere tradizionale, e la usa abilmente allo scopo di preservarsi nel potere medesimo. Egli viene portato alla presidenza sull’onda di una grande ascesa del movimento popolare di massa contro il vecchio sistema di potere e la vecchia socialdemocrazia. Una volta installato al potere altro non fa che puntare a frenare e far regredire il movimento, da una ottica di cambiamento politico radicale, ad una ottica meramente rivendicativista. Vedi la parole d’ordine centrali con cui affronta il referendum presidenziale revocatorio nell’Agosto 2004: “che non ti tolgano le tue Missioni”.
Esponiamo meglio alcuni elementi per chiarire questa natura secondo noi regressiva e reazionaria dello chavismo: la ri-concentrazione personale del potere, il caudillismo, il messianismo, la religiosità del chavismo, l’assoluta e dichiarata coscienza magico-religiosa dello chavismo. Una coscienza non sostenuta da nulla di concreto, ma solo da una nuova nomenclatura che esprime una nuova retorica. Tutto viene chiamato in modo differente ma poi tutto resta uguale. Qui si sta ricomponendo lo stato borghese.

Un altro aspetto importante è quello della militarizzazione della gestione pubblica: la parte essenziale del potere viene esercitata dalla cupola militare. Posti di ministro,  molti governatori di stato, quasi tutti dell’esercito, a parte il governatore dello stato Lara, che è un aviatore, il cui merito principale che lo ha condotto a tale carica, è quello di essere stato il primo venezuelano a rompere la barriera del suono. A questo si aggiunge la stessa logica militarizzante.

La risposta a qualunque tipo di problematica è una logica di guerra, di stato d’assedio, di bellicismo e di confronto antimperialista, la quale serve da giustificazione sia per ri-riconcentrare e militarizzare sempre più il potere e la vita poltica nazionale, sia per promuovere inutili spese in armamenti, sottomarini, armi leggere etc… I regimi più simili a quello chavista sono quello Nord-Coreano di Kim Il Sung, la Libia di Gheddafi e Panama di Noriega.

Questo governo si colloca nel più tipico solco del populismo latinoamericano con una discorsività di sinistra. Chavez da un lato capitalizza la grande ondata di massa verso il cambiamento che si era inaugurata, dopo un periodo di relativa pace sociale, col “Caracazo” del Febbraio 1989, ma dall’altro la immobilizza. Oggi non esiste più una dinamica autonoma dei movimenti popolari e di base. Questa dinamica è stata frammentata, pervertita, assorbita, quasi “statalizzata”, mstrumentalizzata e recuperata dal governo, attraverso i sussidi, la gestione di posti e incarichi pubblici etc. A quel poco di movimento popolare che ancora resta, viene imposta una agenda dettata dai ripetuti appuntamenti elettorali affrontati da Chavez.
Un esempio…..a metà degli anni novanta, durante uno degli ultimi governi della quarta repubblica, si era sviluppato un movimento ecologista che era riuscito a bloccare un progetto di devastazione e sfruttamento delle risorse minerarie e forestali di una riserva naturale al confine con la Guyana. Ebbene, questo progetto è stato riproposto pari pari un anno fa, con un nome diverso, e stavolta è passato senza nessun tipo di contestazione. Al paese è stata imposta, da parte ella cupola di potere, una polarizzazione artificiale fra chavisti ed anti-chavisti, e molta gente si è lasciata trascinare da questa polarizzazione,  molti ecologisti che prima lavoravano insieme ora non possono farlo più, perché magari adesso si trovano collocati alcuni da un lato ed alcuni dall’altro. Nella nuova fase di globalizzazione seguita alla fine della guerra fredda, dove sono presenti non solo gli Stati Uniti di Gorge Bush ma una serie di reti e flussi di potere, Chavez ha consentito la governabilità del paese e delle sue enormi risorse in materie prime, approfondendo la dipendenza del Venezuela nei settori chiave per la globalizzazione stessa….Questo governo ha realizzato concessioni grosse alle multinazionali del petrolio, stipulando contratti che vanno da 25 a 99 anni di validità, e che appena 15 anni fa sarebbe stato difficile realizzare in questo modo.

Basti ricordare che ancora oggi gli Stati Uniti comprano circa l’80% di tutto il petrolio prodotto dal Venezuela, corrispondente a sua volta al 13% di tutto il suo consumo interno annuale.
Non è un caso che qui dal 2003, in un paese dove si manifesta su ogni tema possibile, non si sia fatta nessuna manifestazione contro la guerra in Irak….Questo per il vantaggio apportato da questa guerra alla nostra economia, attraverso la salita dei prezzi del petrolio.

Il Venezuela sta approfondendo il suo ruolo produttivo in campo energetico, petrolifero, minerario, carbonifero…e senza nessuna considerazione o cautela di tipo ecologico, e senza mettere in discussione che il nostro principale socio commerciale in materia continueranno ad essere gli Stati Uniti.

Qui è stata messa in atto una politica di “apertura” in campo petrolifero e gasifero, uguale a quella di quindici anni fa (allora molto contestata dalla sinistra), salvo che oggi si danno ai veri progetti o concessioni nomi con riferimenti patriottici e nazionalistici più o meno altisonanti, progetto Mariscal Sucre, progetto Rafael Urdaneta, i quali mascherano furbescamente l’appalto a multinazionali straniere (incluse quelle latinoamericane), dello sfruttamento dei principali giacimenti e risorse energetiche del paese.

Qui il vero ambasciatore degli Stati Uniti è il presidente di Chevron-Texaco per l’America Latina, il quale una volta ripetette quello che disse un altro ambasciatore USA, quello vero, secondo il quale “Chavez va valutato per quello che fa, e non per quello che dice”.

Un altro esempio…. Quando Chavez era candidato alla presidenza aveva promesso alle comunità indigene interessate, che avrebbe bloccato la costruzione di elettrodotti verso il Brasile…. Paradossalmente è stata una delle prime opere pubbliche inaugurate dal suo governo. Le comunità indigene coinvolte hanno attuato forme di resistenza ed azione diretta, buttando giù vari tralicci dell’alta tensione. Queste forme sono state immediatamente criminalizzate dal governo, e dalla stessa sinistra chavista, la quale ha prontamente gridato al complotto dell’ “ecologismo internazionale”, ed ovviamente più in particolare statunitense.
Un’altra situazione importante è quella attualmente presente nello stato Zulia, dove esiste un progetto di triplicazione dell’estrazione del carbone, con rilevanti danni al territorio e ridislocamento di intere comunità indigene. La opposizione a questi piani di sfruttamento e devastazione del territorio ed all’inquinamento da essi apportato, da parte delle comunità indigene e dei movimenti ecologisti, rappresenta forse una delle poche forme di mobilitazione sociale di base, con una agenda propria, autonoma ed indipendente dal governo, oggi in corso in Venezuela. Si tratta di movimenti ecologisti spesso interni al campo chavista, ma che su questo terreno portano avanti una battaglia propria, la quale però viene indebolita e non riesce ad andar oltre gli ambiti locali, ed a consolidarsi come movimento nazionale, anche grazie a questa collocazione non del tutto autonoma rispetto al governo, ed alle divisioni che questo produce fra i vari gruppi. Molti esponenti ambientalisti sono stati cooptati nel Ministero dell’Ambiente, altri attivisti vengono invece distolti e distratti dai frequenti appuntamenti elettorali o referendari nei quali è impegnato il blocco chavista.

Torniamo ora a ragionare in termini più generali sul processo chavista. Esso si fonda su una piattaforma populista caratterizzata dalla stessa gestione clientelare, inaugurata nel paese dal 1958, ovvero dalla fine della dittatura del generale Perez Jimenez. Gli ingredienti sono: smobilitazione o utilizzo strumentale dei movimenti di massa; culto della personalità e concentrazione del potere nella figura del presidente, a sua volta affiancato da un piccolo gruppo di collaboratori; una politica economica di inserimento nei processi di globalizzazione; presentazione dei militari o degli ex militari come i migliori gestori degli organismi pubblici, e conseguente militarizzazione della società venezuelana; a livello sociale una politica di intervento clientelare non nuova in questo paese, mirata a corrompere i movimenti sociali e prevenire o incanalare il conflitto.

La base di questa politica è l’eccesso di entrate statali dovute agli alti prezzi degli idrocarburi. In questo il governo Chavez riproduce tutti i vizi e schemi dei governi precedenti, incluso il forte ruolo della forza armata venezuelana, la cui origine è totalmente reazionaria, una forza armata al servizio della globalizzazione, come dimostra la stessa vicenda del fallito golpe dell’aprile 2002, dove la forza armata decide di rimetter Chavez al suo posto in quanto egli rappresentava la migliore opzione per la globalizzazione.
Oltre alle forze armate, Chavez maneggia la sua leadership messianica come funzione orientatrice di tutta la vita dello stato, ed il popolo lo intende come una massa amorfa e che può essere manipolata. A livello internazionale Chavez è stato molto bravo a destreggiarsi fra gli interessi delle multinazionali del settore energetico e minerario, ed è stato anche sinora il migliore pagatore del debito estero. In questo quadro Chavez rappresenta la migliore opzione per la globalizzazione e mondializzazione dell’economia in America Latina.

Se la globalizzazione è una fabbrica di miseria, esclusione e precarizzazione, il miglior modo di proporla a questo popolo è attraverso un governo come questo, che ha un certo appoggio popolare ed un leader carismatico, ed è capace di risolvere la crisi di rappresentanza determinata dal fallimento dei vecchi partiti. Non è l’unico caso: qui c’è Chavez, in Ecuador c’è stato Gutierrez, in Argentina Kirchner, in Brasile Lula. Tutti costoro hanno in comune di essere dei leader carismatici e con appoggio popolare relativamente alto, i quali consentono di applicare più agevolmente le severe politiche economiche e sociali della globalizzazione.
Lo stesso Golpe dell’11 di Aprile 2002, in realtà fallisce perché era esterno ai piani neoliberali e nordamericani per questo emisfero. Gli USA nell’epoca della guerra fredda scommettevano sui vari governi militari di estrema destra del subcontinente. Ora lo schema è un altro: la democrazia formale è il supporto della globalizzazione, e gli USA la promuovono. Il governo golpista venezuelano nel 2002 fu di fatto isolato, sia dalla comunità interamericana che dagli USA. Chavez viene rimesso al suo posto da un pronunciamento della parte maggioritaria della forza armata, e non da chissà quale rivolta di massa, perché Chavez non aveva un appoggio popolare sufficiente.

Viene rimesso al suo posto in quanto presidente legittimo e democraticamente eletto, ma dietro questa apparenza democratica si cela la scelta di Chavez come opzione di maggiore stabilità, una opzione che soddisfa gli interessi emisferici della globalizzazione, e degli Stati Uniti in primis. Un altro elemento importante: fra i morti dei giorni del golpe nel 2002 non c’è nessun militare; i militari non arrivarono a confrontarsi, ed anche allora restarono il principale fattore di potere, un fattore stimolato dallo stesso Chavez.

Torniamo su alcuni aspetti generali dello Chavismo. Per esempio quello magico-religioso: Chavez maneggia molto astutamente le sue icone e l’immaginario popolare. Molta gente esprime più questa speranza e fede, piuttosto che una vera convinzione politica riguardo a quanto sta accadendo.

E’ vero che mediamente le Missioni Sociali funzionano, ma è come una sorta di stato parallelo, mentre le strutture propriamente pubbliche, invece di rafforzarsi, restano inadeguate. Basta vedere quanto accaduto in questi giorni in un ospedale di Caracas, con la morte di 4 persone per mancanza di ossigeno, il che lasca intendere quanto lasci a desiderare la gestione di un settore prioritario per lo stato venezuelano come quello della salute. In altri termini, missioni come quelle sulla salute o contro l’analfabetismo, alleggeriscono la situazione ed i problemi, ma non li risolvono.
Passiamo ora ad analizzare un altro punto cruciale: l’attuale comportamento tenuto in Venezuela dagli apparati polizieschi e di repressione. Non si stanno reprimendo i movimenti sociali come si faceva prima, ma permane la inibizione del conflitto di fronte al timore della repressione. La minoranza al potere si legittima come sempre, solo che prima era una minoranza tecnocratico-borghese, ed ora è una minoranza demagogico-militare. In questo quadro oltre la categoria del populismo, un’altra categoria utilizzabile è quella del clientelismo.

Il clientelismo dei vecchi governi socialdemocratici della Quarta Repubblica era diretto verso la classe media. Il clientelismo chavista è diretto verso i settori popolari, ma il meccanismo è lo stesso. E soprattutto permane la integrazione totale della economia venezuelana, in tutti i suoi settori, nei meccanismi della globalizzazione e del mercato mondiale egemonizzati dalle grandi imprese transnazionali. L’unica contrapposizione del chavismo è con un settore medio del capitalismo nazionale venezuelano, ma non col grande capitale transnazionale, del quale è socio. A che serve il discorso anti neo-liberale ed antiglobalizzatore, se poi invece di vendere petrolio agli Usa lo si vendesse al Brasile, alla Cina o alla Russia..???… dal punto di vista capitalistico che cambia???… Solo le tattiche delle alleanze internazionali…

Qui siamo di fronte ad un riformismo socialdemocratico mascherato da un discorso pubblico rivoluzionario ed antiglobalizzatore….non basta avere 4 fabbriche in cogestione per fare una rivoluzione. Noi non poniamo in discussione solo o tanto queste politiche in sé, quanto invece la contraddizione evidente fra tutto ciò che si fa concretamente, ed un discorso pubblico finalizzato a giustificare concentrazione di potere, personalismo, militarizzazione, autocrazia etc..
Qui da un lato si giustifica concentrazione di potere, militarizzazione, acquisto di sottomarini ed altri armamenti, col fatto che qui è in corso una rivoluzione e che siamo minacciati dall’imperialismo nordamericano. In nome di questa perenne minaccia nemica però, si inibisce e condiziona anche il conflitto sociale e la mobilitazione popolare, per non parlare della “collaborazione di classe” inaugurata recentemente dallo stesso governo di Chavez, con l’Associazione degli imprenditori venezuelani che non incontrava dal 2002.

Nonostante questa “collaborazione”, non mancano episodi di repressione di lotte di base, come è accaduto un mese e mezzo fa da parte della Guardia Nazionale ai danni dei lavoratori del petrolio in sciopero in un settore occidentale del paese, e senza che ci fosse nessuna reazione, sia a causa della estrema debolezza dei sindacati legati all’opposizione, sia grazie alla “estrema prudenza” dei sindacati chavisti. Inoltre c’è un altro fattore di discriminazione politica, meno direttamente repressivo ma non per questo meno insidioso.

Qui gli oppositori vengono definiti “esqualidos”, un termine insultante che qui vuol dire “rachitico”, “magro”, un modo per burlarsi di chi si oppone al chavismo, senza entrare nel merito delle sue critiche, ma puntando solamente a mettere in rilievo la sua condizione minoritaria. Inoltre ricordiamo la vicenda del referendum presidenziale revocatorio del 2004. Si arrivò a rendere pubbliche, sul sito web di un deputato chavista, le liste di coloro che firmavano per richiedere il referendum, con evidente intento di intimidazione e discriminazione. Ci furono firmatari del referendum che furono licenziati, altri ai quali fu ritardato il rilascio del passaporto o della carta di identità. Il ministro della salute arrivò alle minacce in TV, poi ritrattate, di attuare vere e proprie epurazioni all’interno del suo ministero.

Chavez è un pragmatico… non ha nessuna ideologia. Dopo che uscì dal carcere nel 1994, dove finì a seguito del suo fallito golpe del Febbraio 1992, il suo primo viaggio all’estero non lo fece a Cuba ma in Argentina, dove incontra Seineldin ed Aldo Rico, i “carapintadas”, i militari fascisti argentini. Chavez ha un fratello che è stato guerrigliero e dirigente di un partito di sinistra, il PRV, di cui anche lui fu simpatizzante ma senza mai militarvi, però lo stesso Chavez ricorda che da militare gli capitò di dare la caccia ai guerriglieri. Come va ricordata anche la sua ambigua esaltazione della figura di Peron e di sua moglie Eva. Per non parlare della proposta fatta da Chavez nel 1999 di creare una “NATO latinoamericana”.

Ma parliamo anche dell’ attuale relazione con Cuba….E’ una relazione opportunista. Pare che il Venezuela sta trasferendo a Cuba 4 miliardi di dollari all’anno… quasi in cambio di niente. I Cubani qui sono inseriti in vari settori: oltre alle Missioni Sociali, la politica carceraria, i servizi di intelligence, quelli di emissione di documenti di identità e controllo degli stranieri. Chavez punta apertamente, alla morte di Castro, a diventare il suo successore morale e politico.
Sulle Missioni Sociali. Cominciamo da quella più decantata, che è Bario Adentro. Si tratta di una tipica azione di riformismo, non nuova qui in sudamerica. Lo Chavismo sottolinea che con Barrio Adentro per la prima volta la gente che vive nelle zone marginali, ha avuto accesso ad un servizio medico di assistenza primaria e prevenzione, e questo in parte è vero. Ma che prevenzione può esserci quando una parte importante della popolazione resta sotto o male alimentata, male alloggiata in quartieri malsani e serviti da acque insalubri, angosciata e stressata dalla mancanza di lavoro e dai problemi di insicurezza personale che affliggono le zone marginali????…

Io credo che in tali condizioni non può esistere una vera medicina preventiva… Barrio Adentro ed i medici cubani, risolvono in modo settoriale solo una parte del problema della salute in Venezuela, quella legata a patologie primarie come una influenza, una diarrea o una indigestione. Ma non risolvono la persistente deplorevole situazione degli ospedali pubblici e del sistema di salute qui: prima si citava la morte di 4 persone in un ospedale per mancanza di ossigeno, o pensiamo alla gente che affolla le cliniche private per sfuggire alla inefficienza delle strutture pubbliche. Inoltre la salute è anche qualità della vita ed innalzamento del suo livello e qui sta accadendo il contrario: la vita è sempre più precaria.

Qui la situazione sociale sta peggiorando. L’unica cosa che lo stato sta facendo, attraverso le Missioni o altri programmi ed una serie di opere pubbliche, è offrire un po’ di impiego o di reddito temporale ed a termine. Basti vedere il continuo aumento, qui nelle strade di Caracas, di commercianti informali, totalmente precari, senza diritti e senza tutele. O la comparsa di persone che vivono raccogliendo lattine o anche cose da mangiare dall’immondizia, e che sino a pochi anni fa non si vedevano.

Lo stesso stato contribuisce a creare lavoro precario, perché non crea nuovo impiego pubblico, ma tuttalpiù crea cooperative alle quali vengono appaltati in modo precario servizi e funzioni pubbliche. I lavoratori di queste cooperative non godono di prestazioni sociali, e quindi subiscono una nuova forma di evasione delle tutele e flessibilizzazione del lavoro, ma in compenso possono illudersi di essere quasi dei piccoli imprenditori.

Ma anche gli stessi diritti dei lavoratori dipendenti direttamente dallo stato vengono ridotti, come per esempio è accaduto col varo della “legge di funzione pubblica”. Questa legge, varata tre anni fa, semplifica e velocizza le procedure di licenziamento, riduce da un anno a tre mesi i tempi di prescrizione per agire a tutela dei propri diritti. Lo stesso sindacato chavista UNT nel settore pubblico non svolge una funzione contrattuale, ma si limita a rinnovare i vecchi contratti precedentemente in vigore e che vanno in scadenza, senza farne di nuovi. In questo settore la UNT svolge la stessa funzione dei sindacati tradizionali o dalla CTV: contenere il movimento dei lavoratori.
Le stesse Missioni, al di là di alcuni aspetti positivi, non solo non risolvono la questione sociale in Venezuela, ma rappresentano una nuova forma di clientelismo: quasi tutti quelli che lavorano nelle missioni ricevono un sussidio, corrispondente a quasi la metà del salario minimo. Perfino i membri della riserva militare ricevono un sussidio. In questo modo, grazie ai dollari del petrolio, viene creata la base sociale del chavismo. Del resto le stese Missioni nascono, pare su suggerimento cubano, proprio nel momento in cui il successo della raccolta di firme per promuovere il referendum presidenziale revocatorio, dimostra i limiti del consenso di cui gode Chavez.

Certo… Barrio Adentro ha portato l’assistenza sanitaria di base nei quartieri poveri, e questo è buono, ma la qualità degli ospedali pubblici resta disastrosa, e questo danneggia tutti, inclusa la stessa classe media che viene abbandonata nelle fauci di assicurazioni e cliniche private. In altre parole, in generale con le Missioni si crea una sorta di economia parallela, sussidiata dallo stato grazie agli enormi introiti petroliferi, ma non si promuove nessuna vera nuova capacità produttiva.

A tutto questo si aggiunga la inaffidabilità delle statistiche ufficiali in materia socio-economica, visto che i dati vengono manipolati.

L’essenza dello chavismo è il controllo e la concentrazione personale di potere. Basti vedere la vicenda dei Consigli Locali di Pianificazione Pubblica, organismi consultivi espressi dalla comunità locale e presieduti dai sindaci, e destinati ad occuparsi di come impiegare il denaro pubblico . Anche dove i sindaci hanno il controllo di questi consigli, cioè quasi ovunque, ne boicottano l’azione per non dover condividere quote di potere con altri soggetti. Oppure boicottano e bloccano il tale progetto di spesa perché non di loro gradimento. Questo provoca il blocco o rallentamento di molti progetti pubblici, nel momento in cui questi prevedono per legge il pronunciamento dei Consigli Locali. Questa vicenda ci fa capire quanta demagogia e mistificazione ci sia intorno alla vicenda della democrazia partecipativa e protagonista. Risultato finale: aumento ulteriore della inefficienza amministrativa.

Una tattica recente di Chavez nelle ultime edizioni di Alò Presidente è prendere di mira il ministro o l’alto responsabile o collaboratore di turno, rampognarlo duramente, sbugiardarlo e defenestrarlo per la sua inefficienza. Egli si rende conto del malcontento per queste inefficienze, ed in questo modo allontana questo malcontento da sé, e rafforza la visione per la quale se le cose non vanno bene la colpa non è di Chavez ma della classe dirigente che sta intorno a lui. E’ anche un modo per ridimensionare o neutralizzare possibili competitori, o personaggi che potrebbero fargli ombra.

I gruppi di sinistra avversi al processo Chavista oggi sono molto dispersi. Diversi di essi hanno una attitudine “pragmatica”…Pur molto critici verso Chavez ed il chavismo, ritengono che per poter contestare pubblicamente il processo in modo politicamente produttivo, occorre aspettare che “si abbassi la marea”, ovvero che si modifichi l’attuale fase politica. Molte persone con un grande passato rivoluzionario e di lotta, come Domingo Alberto Rangel, a causa della loro forte attitudine critica verso lo chavismo, sono state pesantemente emarginate sia dai chavisti che dalla opposizione di destra.

Non intendiamo dire che in Venezuela c’è una dittatura, ma di certo c’è un processo reazionario ed autoritario di concentrazione di potere. Una nuova forma di stabilizzazione reazionaria innestata su una base socio-politica del tutto analoga ai cicli di stabilizzazione precedenti, quali furono le dittature sino al 1958, ed i 40 anni della Quarta Repubblica sino all’avvento di Chavez. Ed anche oggi così come nel passato, prevale fra i venezuelani la frammentazione ed una scarsa capacità di organizzazione del conflitto contro il potere. La stessa enorme reazione popolare al golpe del 2002 fu si importante, ma spontanea e non controllata da nessuno.

Tornando al tema della repressione….. E’ vero che in Venezuela non c’è oggi molta repressione o molti prigionieri politici, anche a confronto con la situazione negli anni ’80 e ’90. Ma c’è ancora molta repressione a livello sociale e violazioni dei diritti umani. La situazione nelle carceri è una vergogna nel mondo: molta violenza e molta corruzione. Nelle zone marginali c’è una media di almeno 100 morti violente a settimana, parte delle quali dovuta a mano poliziesca.
In Venezuela dalla fine della dittatura nel 1958, sino alla grande crisi petrolifera del 1973, ci fu necessità di molta repressione perché lo stato non aveva grandi risorse economiche da destinare al controllo sociale. Se si fosse continuato su quella strada anche qui avremmo avuto in quel periodo una dittatura come quelle del cono sud. Fortunatamente il boom delle entrate petrolifere permise di cambiare la conduzione dello stato….certo ci fu ancora repressione ma non ai livelli scandalosi di altri regimi come quello militare argentino. Di sicuro negli anni ’80 e ’90, ci fu ancora una repressione brutale e sistematica, per esempio ai danni del movimento studentesco: ad ogni manifestazione c’erano morti, per non parlare delle torture, i sequestri, i desaparecidos, le persecuzioni etc..

E per non parlare del Caracazo del Febbraio 1989 dove ci furono tremila morti. Del resto tutte queste vicende contribuirono a convincere Chavez che nel febbraio ’92 ci fossero le condizioni per tentare un golpe, che infatti fu appoggiato dalla gente ma in forma passiva. Il paradosso è che la maggioranza di quei militari che allora massacravano e torturavano il popolo, ora sono nell’attuale governo.
L’attuale limitazione della repressione politica è dovuta anche al fatto che oggi, come in parte accadde dagli anni ’70 in poi, grazie al petrolio, la disponibilità di denaro e di strumenti di controllo socio-economico da parte dello Stato è tale, che non è necessario continuare ad ammazzare troppo la gente. Alla attuale dispersione ed incapacità di risposta organizzata da parte dei venezuelani nei riguardi del potere, ha contribuito anche la sconfitta del movimento di massa di opposizione a Chavez il quale, per quanto strumentalizzato dai media privati e dall’opposizione golpista, inizia nel 2000 e culmina con la sconfitta del referendum presidenziale revocatorio nell’Agosto del 2004 e la enorme frustrazione ad essa seguita.

Diciamo ora qualcosa sulla “contraloria social”.
In teoria dovrebbe essere un processo di controllo dal basso sull’impiego delle risorse e sulle politiche pubbliche, attraverso strumenti come i Consigli Comunali: in realtà tale processo è totalmente manipolato e controllato dal governo e quindi di scarsa efficacia. Spesso la contraloria viene utilizzata per rese dei conti e lotte di potere dentro il blocco chavista. Permane quindi l’insoddisfazione verso il governo anche da parte di pezzi della stessa base chavista….

Una insoddisfazione che in genere si scarica contro i funzionari e la classe dirigente inetta ed inefficace, ma esonera ingenuamente da responsabilità lo stesso Chavez, il che da una idea di quanto sia diffuso in questo paese il culto della personalità e del caudillo o del leader. E ci fa interrogare sulla natura reale del processo qui in corso: non è pensabile che un processo realmente democratico e partecipativo, o la soluzione dei tanti problemi di questo paese, possa dipendere da quello che fa o pensa o non fa o non pensa Chavez. Qui molto pensano che tutto si risolva col fatto che mandi una lettera a Chavez,  e che egli poi si interessi al tuo problema. O c’è chi pensa che per le prossime elezioni parlamentari di dicembre, piuttosto che affrontare un complicato processo per scegliere i candidati localmente, è meglio che Chavez decida per tutti e buona notte.
A questo si aggiunge la paranoia cospirativa. Alcuni dirigenti chavisti sono arrivati a dire che l’alto indice di astensionismo verificatosi nelle ultime elezioni amministrative di agosto, era frutto di una strategia della CIA. Questo confronto con gli USA serve solo a  Chavez, per ricompattare il paese ed in particolare la sua base di consenso, sotto il suo potere. L’unico vero conflitto fra USA e Venezuela è sull’appoggio a Cuba, o sul rischio che tutta questa retorica nazionalista ed antimperialista, per quanto povera di corrispettivi pratici, possa alla lunga contribuire a far crescere a livello continentale movimenti spontanei che mettano in discussione l’influenza degli Stati Uniti in America Latina.