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Il caso Kosovo e il diritto internazionale

Pubblichiamo un articolo apparso su “Il Manifesto” nel mese di ottobre che chiarisce alcuni aspetti della “questione kosovara” sicuri del fatto che non piacerà ai “democratici” che appoggiarono gli sganciatori di bombe; lo publichiamo, invece, per le persone che ancora riconoscono la verità laddove la vedono.

La Red/azione de “Il Buio”

Il caso Kosovo e il diritto internazionale

L’Assemblea generale dell’Onu – organo privo di effettivo potere politico – ha raccomandato alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu – tribunale privo di giurisdizione obbligatoria – di pronunciarsi sulla legittimità della secessione del Kosovo dallo Stato serbo.

L’iniziativa è stata presa dall’attuale presidente della Serbia, l’europeista Boris Tadic, che si augura con questo «successo diplomatico» di rallentare i riconoscimenti dell’indipendenza del Kosovo e di ottenere dall’Europa qualche marginale beneficio economico. L’operazione dà per scontato che qualsiasi parere espresso dalla Corte internazionale avrà un effetto concreto non diverso da quello ottenuto dalla sentenza con la quale essa ha dichiarato l’illegalità del «muro» costruito da Israele nei territori palestinesi occupati. Assolutamente eguale a zero.

L’indipendenza del Kosovo è stata unilateralmente dichiarata, per volontà degli Usa e con il consenso della grande maggioranza dei paesi europei, inclusa l’Italia, nel febbraio del 2008. Si è trattato, a giudizio della maggioranza dei giuristi internazionalisti, di una secessione illegale perché ha violato non solo e non tanto la Costituzione serba e la volontà del popolo serbo democraticamente espressa. Essa ha ignorato la risoluzione 1244, del giugno 1999, con la quale il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva riconosciuto la sovranità della Serbia sul Kosovo prendendo atto dei risultati della guerra scatenata sotto false vesti umanitarie dalla Nato contro la Serbia (di cui era presidente Slobodan Milosevic).
L’indipendenza del Kosovo, reclamata dalla maggioranza albanese e in particolare dalla formazione terroristica dell’Uçk, era tuttavia già un impegno preso dagli Usa sin dalla conferenza di Rambouillet del 1999, che aveva fornito il pretesto per l’attacco militare della Nato contro la Serbia.

Gli Usa avevano riconosciuto come legittime le aspirazioni indipendentistiche dell’Uçk e si erano impegnati a favorire l’ascesa al potere dei suoi leader. E questa linea, nonostante le dichiarazioni formali di segno opposto, è stata seguita nel dopoguerra dalle autorità della Nato e dell’Unmik, l’amministrazione civile del Kosovo, formalmente affidata all’Onu, sino all’ovvia conclusione della separazione del Kosovo dalla Serbia.

La doppiezza della diplomazia statunitense, assieme all’esasperazione dei sentimenti di ostilità e di vendetta provocati dalla guerra, è all’origine della situazione di anarchia e di violenza che si è stabilizzata nel Kosovo dalla fine della guerra a oggi. La «pulizia etnica» non è stata fermata: ha cambiato direzione. I profughi serbi e rom sono stati oltre 300 mila, mentre duemila persone, in maggioranza di etnia serba, sono state uccise o sono scomparse. E circa 150 monasteri e chiese ortodosse sono stati distrutti, come l’Unesco ha di recente denunciato. La secessione ha ulteriormente aggravato questa devastazione razzista.
L’intervento militare della Nato ha cancellato di fatto l’autonomia politica della Serbia e ulteriormente frammentato i territori della ex-Jugoslavia secondo una logica imperiale che risale alla «questione d’Oriente». A questa guerra di aggressione ha largamente partecipato anche l’Italia e il governo italiano è tuttora schierato con gli Usa nel sostenere la secessione del Kosovo.

Tutto questo nel segno di una conclamata violazione dell’articolo 11 della Costituzione e di una continuità atlantista della politica estera italiana. Non da oggi, il diritto internazionale e la Costituzione italiana vengono subordinati al culto della forza e al delirio di onnipotenza degli Usa.

Danilo Zolo