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Bestiario di civiltà animalesca

“Evviva! Evviva!
La mascotte irakena adottata da un soldato statunitense è viva!
Evviva! Evviva!
La cagnetta si prepara a ritornare a casa!
Evviva! Evviva!”

Questa notizia, una delle più stupide e banali che si possano dare (supposto che non ne esistano di tali), ha conquistato per settimane la prima pagina della stampa yankee, catturando, com’era prevedibile,  l’attenzione di un popolo di creduloni, di stupidotti e di ignoranti.
La storia è quella di una cagnetta trovata da  due mercenari delle truppe di occupazione ed adottata da uno di loro poco prima che la sua “missione civilizzatrice”  nell’Irak invaso, occupato e violentato dalle canaglie Usraeliane avesse termine.

Ma non basta.
L’animaletto – qui inteso come cane, non come amerikano -  è stato subito incluso nella Operazione Bagdad Pups (mascotte irakene), una campagna promossa dalla Società Internazionale per la Prevenzione della Crudeltà contro gli Animali per “riscattare animali trovati dai soldati in Irak e restituirli ai loro legittimi proprietari”.

Quando il sergente Beberg era sul punto di lasciare il paese arabo, cercò di inviare la mascotte negli USA grazie all’aiuto dell’organizzazione.
Ciò nonostante, alcuni ufficiali yankee confiscarono la bestiolina prima che potesse raggiungere l’aereoporto internazionale di Bagdad, in base alla norma che proibisce ai soldati amerikani di adottare animali o di portarli con sé.

La notizia suscitò subito una “ondata di indignazione” negli USA, tanto che più di 30 mila persone (avete letto bene!) firmarono in pochi giorni una petizione on line per esigere che l’Esercito consentisse all’afflitta Beberg (il sergente protagonista della nostra storia è infatti una signora, immaginiamo con gran gioia, malcelato orgoglio e sbandierata soddisfazione delle femministe di casa nostra e… della Casa delle Libertà) di portare con sé l’innocente bestiolina.
Tempo pochi giorni, e la notizia si impadroniva di decine di testate giornalistiche prestigiose (USA Today, ad esempio), oltre che di media del calibro di ABC, CNN e CBS, tutte ugualmente preoccupate di seguire giorno dopo giorno non, che so?, l’andamento della campagna presidenziale o una  visita di Stato, bensì gli sviluppi di una vicenda a dir poco grottesca.

Sotto le pressioni dell’opinione pubblica yankee, alla fine la cagnetta (quella vera,  non la Beberg) ha ottenuto di essere “rimpatriata”, in virtù del principio che “tutti devono essere liberi di muoversi dove e come meglio credono”.
Qualche considerazione. Scontata ma non per questo meno amara…

La cosa più triste è che milioni di irakeni non solo invidiano la sorte della cagnetta, ma che il loro destino non merita neppure una delle migliaia di righe riservata dai mezzi di comunicazione di massa alla vicenda della bestiolina. Mentre il cane veniva rimpatriato, in quelle stesse ore, quindici persone, fra cui un bambino, perdevano la vita in varie esplosioni e sparatorie verificatesi a Bagdad.
E’ difficile, negli USA ma anche altrove, leggere un reportage sulla vita quotidiana di una generazione perduta di bambini irakeni o sui problemi di sopravvivenza di decine di migliaia di vedove.

Le notizie sugli oltre 4 milioni e mezzo di rifugiati, sui disoccupati, sui feriti, sugli sfollati, e via enumerando una serie infinita di piccoli e grandi orrori, che spazio hanno avuto oppure hanno, sui media del mondo “libero”?
Un mondo che, a detta dei diretti interessati e, significativamente, solo di loro, include anche l’entità sionista.

La quale, giusto per non essere da meno (sia mai, per il “popolo eletto”, essere da meno di qualcun altro!), tramite l’organizzazione AHAVA (Salvando animali in Israele e nel Vicino Oriente), si è fatta promotrice di un appello perché sia salvata la vita a 138… animali domestici (!) residenti nel nord dell’entità sionista nel corso della guerra di aggressione al Libano del 2006.
Ricordiamo che i bombardamenti sionisti costarono la vita a 1200 civili libanesi, fra cui 400 minori di tredici anni.

C’è allora da stupirsi se gli animali per eccellenza si preoccupano tanto della sorte dei loro simili?
Una sorta di “solidarietà canina”, insomma…

di Luca Ariano