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Il (Contrap)Punto: c'era una volta

“Gli operai dell’ILVA di Taranto non vogliono rinunciare al posto di lavoro.
Dovranno pur potersi pagare la chemio”
Anonimo

C’era una volta…
Una fatina dai capelli turchini? Un burattino di legno? Un cavaliere senza macchia e senza paura? Un’isola di marzapane e di miele?, tenteranno forse di indovinare quelli di voi provvisti ancora di reminescenze di un’infanzia in cui la squadra del cuore vinceva tutto e l’Unione Sovietica, al pari del Bologna Calcio, faceva “tremare il mondo”.
Niente di tutto questo.
C’era una volta… la Classe Operaia!
E cioè la Classe (rigorosamente con l’iniziale maiuscola, of corse) che avrebbe dovuto non solo uccidere l’Orco Capitalista, ma addirittura dar vita al Comunismo (di nuovo rigorosamente con la C maiuscola).
Avrebbe dovuto cioè, rendendosi interprete dell’Interesse Generale, liberare se stessa mentre liberava l’Umanità, consentendo il trapasso dalla Preistoria alla Storia, dalla Barbarie alla Civiltà.
Ponendo così facendo le premesse e creando in tal modo le condizioni storiche affinché i lavoratori salariati potessero finalmente spezzare le catene del Lavoro, liberarsi dalla maledizione che non il dio della mitica cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden ma, più prosaicamente, il Modo di Produzione Capitalistico aveva su di loro scagliato.
C’era una volta la Classe Operaia che, indifferente alla propria missione storica, anziché contribuire allo distruzione dello Stato e della società borghesi, lottava per la “difesa della Costituzione” e delle “Istituzioni Democratiche” (leggi: imperialiste), per l’annientamento militare e politica delle Opposizioni di Sinistra e contro “il Terrorismo” (ovviamente, mai contro l’unico Terrorismo veramente tale, e cioè quello dello Stato borghese), si schierava a sostegno delle diverse “guerre umanitarie” e, aumento salariale dopo aumento salariale, ambiva non a sostituirsi alla Borghesia ma a divenire essa stessa Borghesia (o, più realisticamente, ceto-medio, una mezza classe senza storia e senza futuro).
C’era una volta la Classe Operaia che, dopo aver idolatrato Stalin, sensibile ai rimproveri di Mosè-Berlinguer, ripiegava, aumento salariale dopo aumento salariale, sul culto idolatra ed ottuso per Bossi o per Berlusconi, ad ennesima dimostrazione che un ronzino non potrà mai essere, nonostante le previsioni ottimistiche degli scommettitori o le periodiche somministrazioni di doping ideologico, un cavallo di razza capace di vincere il Gran Premio della Storia.
Per farla breve, c’era una volta la Classe Operaia, la Classe “bella, giusta, forte, santa, benedetta”, se mai ce ne può essere una.
Ora la Classe Operaia non c’è più.
Giace in quell’angolo di cimitero che affianca il ben più nobile cimitero della Storia.
Un cimitero particolare, del tutto diverso dall’altro, da quello in cui riposano tutti coloro che sono morti, oppure sono finiti in galera, oppure hanno conosciuto l’esilio, oppure ancora hanno subito il peggiore ostracismo sociale, per il solo fatto di essere stati tutti ugualmente vittime della più colossale truffa della Storia. Quella, per l’appunto, del ruolo dirigente, emancipatore, rivoluzionario ed anti-capitalistico della Classe Operaia.
Sulla cui tomba , a guisa di epitaffio, si può leggere la vergognosa ed indecente dichiarazione di un operaio dell’ILVA di Taranto: “Meglio morire di tumore che rinunciare al posto di lavoro”.
La Classe Operaia è morta; e, a differenza del Cristo idolatrato (naturalmente dopo la squadra di calcio preferita) da gran parte dei suoi membri, non risorgerà più.
Almeno si spera…

Eugenio Colombo

La rubrica ospita contributi che non sempre e non necessariamente esprimono le posizioni del CPU e della redazione web