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Ieri come oggi (II)

(seconda parte)

La “squadra”, che sorvegliava in continuazione il capo, approfittava di ogni intervallo di lucidità per mostrarlo al popolo, o per farlo intervenire in occasioni pubbliche, addestrandolo alla parte che doveva recitare. Ma talvolta quei calcoli fallivano pietosamente. Alle nozze della figlia di un altro presidente, come si ricorderà, il capo doveva assistere in pubblico alla cerimonia religiosa. Tutto era pronto, e ministri, aiutanti di campo, cortigiani, ambasciatori stranieri, e la sposa stessa, lo stavano aspettando, quando improvvisamente, malgrado gli sforzi disperati della “squadra”, fu preso dall’allucinazione di essere lui lo sposo. Alcune strampalate osservazioni che pronunciò sul singolare destino di doversi sposare una seconda volta essendo ancora viva la prima moglie, non lasciarono agli organizzatori di quella esibizione altra scelta che d’annullare la recita annunciata.
L’audacia della condotta della “squadra” si può comprendere dal seguente episodio. Vige ancora un’antica consuetudine secondo la quale una volta l’anno i “sudditi” pagano al capo un tradizionale tributo. In quell’occasione la “squadra”, per dimostrare alla gente del popolo la falsità delle dicerie che ormai circolavano liberamente sullo stato mentale del capo, osò invitare i rappresentanti dei “sudditi” a un pranzo presenziato dal capo in persona. In realtà il pranzo andò abbastanza bene, il capo borbottò poche parole mandate a memoria, si comportò in maniera sorridente e complessivamente corretta. La “squadra”, per paura che la scena fin lì così ben riuscita andasse a finir male, si affrettò ad accomiatare gli ospiti, quando il capo improvvisamente si alzò e chiese con voce sonante di essere messo in padella. Il racconto delle Mille e una notte dell’uomo trasformato in pesce era diventato realtà. Fu probabilmente per queste imprudenze, che d’altronde la “squadra” doveva inevitabilmente arrischiare per condurre il suo gioco, che la commedia è finita.
Inutile dire che un rivoluzionario non avrebbe mai potuto escogitare un mezzo più efficace per squalificare le istituzioni. Il grosso pubblico non aveva mai sospettato che la famigerata “squadra” stessa fosse a capo dell’intera camarilla. Le veniva dato l’appellativo di “madre della patria”, si riteneva che non avesse alcuna influenza pubblica e che si tenesse al di fuori di ogni faccenda politica. Correva qualche ironia su un mistico Ordine, fondato dal capo proprio per essa; ma la maldicenza finiva qui. Dopo le manifestazioni di piazza, il capo invitò il popolo alla moderazione in nome della “madre della patria”, e l’appello non rimase del tutto inascoltato. Ma a partire da lì, tuttavia, il giudizio del pubblico sulla “squadra” è un poco alla volta mutato. La sua magnanimità si rivelò sorda alla voce delle madri e delle sorelle i cui figli e fratelli erano caduti. La “madre della patria”, condannando coloro il cui crimine, d’aver difeso i diritti del popolo, pareva ormai dimenticato, spendeva intanto l’intero suo capitale di sentimentale devozione rendendo pubblico omaggio alla tomba dei soldati morti nell’attacco e in simili atti di ostentata reazione. Anche le sue feroci liti con l’”opposizione” ufficiale diventarono ripetuto oggetto di commenti da parte del pubblico; ma era del tutto naturale che, essendo com’era senza eredi, ce l’avesse con l’altero cartello d’”opposizione” quale successore legittimo del capo.

[*] Tratto da La pazzia del re di Prussia, scritto a Londra ma datato Berlino, 2 ottobre 1858, e pubblicato in New York daily tribune, n.5462, 23 ottobre 1858 [ristampato in Marx-Engels opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983]. In questa riscrittura sono tolti, per ovvii motivi di “ricorrenza” del fenomeno in questione, i riferimenti specificamente prussiani che Marx riferì agli eventi e alle situazioni dell’epoca. Oggi non c’è più né la Prussia, né il suo re (qui perciò rinominato semplicemente “capo”), né conseguentemente la regina (egregiamente sostituita dal termine generico “squadra”), ma de te fabula narratur …