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Quando gli anarchici non erano solo vittime

Era la notte che traghettava il 29 giugno al giorno successivo; l’anno era il 1962, ed il Paese era la Spagna.
Quella fascista-fascista di Franco, non quella altrettanto fascista ma in frac di Zapatero, degli squadroni della morte anti-ETA (i GAL del compagno socialista Gonzales) e della repressione anticomunista.
A Barcellona scoppiarono tre bombe, nessuna delle quali causò vittime.
Qualche mese dopo, il 19 settembre, tre giovani anarchici furono arrestati con l’accusa di essere gli autori materiali dell’azione anti-franchista. Tre giorni di interrogatori “alla Genova del G8”, e gli anarchici vennero giudicati da un Consiglio di Guerra che li condannò a 30, 25 e 18 anni di reclusione.
Il Capitano Generale di Catalogna, un boia che sicuramente non disdegnerà, se nel frattempo non avrà restituito la sua lurida carogna alla terra che tutto avendo generato (bestie in sembianze umane comprese) tutto è pronta ad accogliere, topi di fogna parlanti inclusi, di beneficiare della pensione dello Stato democratico ed anti-franchista nato, a differenza di quello italico, dall’interpretazione monarchica del testamento del dittatore spagnolo, si rifiutò, però, di ratificare la sentenza.
A sentir lui, i tre anarchici meritavano la pena di morte, avendo avuto l’ardire – e senza neppure l’attenuante delle condizioni psichiche alterate “alla Tartaglia” – di sfidare il Regime. Anziché di genuflettersi ai piedi del suo rappresentante, adorarlo e ringraziarlo della pace (cimiteriale) e del benessere (da pezzenti arricchiti) che Egli aveva loro benignamente concesso.
L’iniziativa del Capitano Generale apriva dunque la strada ad una revisione della sentenza ed alla possibilità che essa venisse commutata in pena di morte per i tre militanti della FIJL (Federaciòn Iberica de Juventudes Libertarias).
Dalla Spagna ci spostiamo ora a Milano.
Qui, il Gruppo Giovanile Libertario, per salvare la vita ai compagni spagnoli, progettò il sequestro del Console Generale di Spagna nella città lombarda, il conte di Altea.
Il gruppo era composto di quattro giovani ventenni o poco più, tutti studenti. Con loro, collaboravano quattro socialisti “di sinistra” o “rivoluzionari” (all’epoca Craxi contava zero, che era poi il punteggio dei test di intelligenza e di onestà a cui Nenni lo sottoponeva), fra cui il futuro editore Giorgio Bertani.
Quando erano ormai pronti per passare all’azione, vennero a sapere che il console, il conte di Altea, si trovava in vacanza in Spagna. L’urgenza di intervenire a favore dei compagni di lotta e di ideali spagnoli, li spinse a mantenere inalterato il piano iniziale e a sostituire l’obiettivo designato con il vice-console onorario Isu Elìas, un cinquantacinquenne di origine polacca che, in assenza del titolare, svolgeva le funzioni di console ad interim.
I cospiratori decisero di effettuare il sequestro per giovedì 27 settembre (1962), ma, a causa di circostanze fortuite, la macchina su cui si sarebbe dovuto caricare a forza l’ostaggio arrivò sul luogo stabilito con mezz’ora di ritardo. Per questo, quando i quattro si presentarono al consolato spagnolo, lo trovarono chiuso.
Furono allora costretti a modificare il piano: quella sera stessa chiamarono Isu Elìas per conto del vicesindaco di Milano, il democristiano Luigi Meda. Gli dissero che il vice-sindaco voleva parlare con lui e, per questa ragione, lo invitavano ad un pranzo di lavoro nel ristorante La Giarrettiera (a quanto si vede, i metodi di Superviagra Berlusconi possono vantare curiosi antecedenti).
Per facilitargli i movimenti, il segretario del vice-sindaco sarebbe venuto a prenderlo in auto: cortesia che, ieri come oggi, è abbondantemente facilitata dalla possibilità di attingere al denaro pubblico.
Venerdì 28 settembre, il (falso) segretario dell’on. Meda si presentò al vice-console e, insieme, si diressero al veicolo parcheggiato nei pressi.
Dopo che falso segretario e falso autista si furono sistemati uno davanti e l’altro accanto al vice-console, gli altri due militanti salirono sull’automobile: erano entrambi armati e, mostrando la loro pistola, intimarono entrambi all’ostaggio di non opporre la minima resistenza.
Uno degli anarchici del gruppo operativo aveva tempo prima affittato un casolare scalcinato ed isolato, più propriamente una stalla, in un paesino di poche migliaia di abitanti a 50 chilometri da Milano e a cinque dalla Svizzera, dove era solito trascorrere con gli amici i fine-settimana.
Come erano soliti fare i milanesi abbienti prima che la mania pezzente e da pezzente per il tour alle Seychelles o alle Maldive soppiantasse irreversibilmente un tipico vezzo piccolo-borghese.
In questo casolare, il vice-console venne lasciato sotto la sorveglianza di uno dei suoi sequestratori.
Nelle ore successive, da Parigi una serie di comunicati furono inviati alle agenzie di stampa: in essi si precisava che la cattura di Elìas serviva per salvare la vita degli anarchici spagnoli.
Era comunque previsto che il vice-console fosse consegnato ad un gruppo di giovani anarchici spagnoli, affinché lo rilasciassero davanti alla sede della Lega dei Diritti Umani, così da ottenere il massimo di pubblicità per un’iniziativa che aveva suscitato un’eco notevole tanto nella stampa italiana quanto in quella iberica, per non parlare di quella europea e, persino, nordamericana.
Nel pomeriggio del primo lunedì di ottobre, alla moglie del vice-console venne recapitata una missiva, spedita dalla Francia, in cui, insieme con alcune righe del sequestrato, l’azione veniva rivendicata con queste parole: “Sequestriamo il vice-console di Spagna a Milano per cercare di impedire l’esecuzione capitale di tre giovani antifascisti condannati a Barcellona. Il dottor Elìas non corre nessun pericolo. Garantiamo la sua liberazione non appena, grazie alla notizia del sequestro, si sarà fatto sapere al mondo il triste destino dei nostri tre compagni a Barcellona. Viva la Spagna libera!”.
Il comunicato, una copia del quale era stata ricevuta anche dal giornale milanese Stasera, di “ispirazione comunista”, in realtà non era tale. Essendo il prodotto dell’iniziativa personale di uno dei giovani che avevano preso parte all’azione e che si era messo in contatto, per paura delle conseguenze – giudiziarie e non – del sequestro, con la “stampa comunista”.
La quale, ieri come oggi, per tener fede alla propria vocazione sbirresca, finì con l’informare del fatto gli organi di polizia.
Fu a questo punto che, di fronte agli sviluppi del tutto imprevisti della vicenda, i sequestratori presero la decisione di liberare senz’altro il proprio ostaggio.
Che era rimasto nelle loro mani per poco meno di quattro giorni.
La vigilia della liberazione del vice-console, l’agenzia ANSA ricevette un comunicato, questa volta assolutamente autentico, firmato dalla FIJL (Federaciòn Ibérica de Juventudes Libertarias) che diceva:
“I giovani del mondo libero non possono ignorare i crimini che commette il governo franchista contro la libertà e la vita dei poveri spagnoli. Il sequestro è stato organizzato per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale riguardo alla triste sorte dei tre giovani anarchici condannati a Barcellona. Nostro obiettivo è quello di suscitare alle (sic!) persone oneste e democratiche del mondo intero un moto di solidarietà morale e materiale nei confronti del popolo spagnolo. Rilasciamo, come promesso, il vice-console, per dimostrare che i nostri metodi non sono come quelli che utilizzano Franco e la sua polizia falangista.
Milano, 1 ottobre 1962”.
Il giorno successivo la scarcerazione del diplomatico spagnolo, gli autori del sequestro iniziarono ad essere arrestati uno dopo l’altro. Ad eccezione di un compagno che era riuscito a rifugiarsi in Francia.
A Madrid, il 5 di ottobre, i tre anarchici spagnoli videro confermata, nonostante le richieste dell’accusa, la sentenza di primo grado da parte del Consiglio Supremo di Giustizia Militare.
Il 13 novembre dello stesso anno, invece, iniziò a Varese il processo contro i sequestratori del vice-console.
Com’era prevedibile, il processo si trasformò in un atto di protesta e di propaganda anti-franchista, così com’era successo il 13 dicembre 1950, quando, a Genova, tre italiani erano stati  giudicati per aver occupato, l’8 novembre 1949, il consolato spagnolo della città ligure.
Gli imputati furono condannati a pene, tutto sommato, relativamente lievi.
Inoltre, il Tribunale ordinò la sospensione totale della condanna per ciascuno di loro, la “non menzione” nel casellario giudiziario e l’immediata liberazione.
Per la seconda volta, in Italia, in un processo per motivi politici figurava nella sentenza l’attenuante di aver operato “per ragioni di particolare valore morale e sociale”.
Uno degli imputati, tempo dopo, ebbe modo di dichiarare:
“Tutto ciò che facemmo valse la pena, poiché salvammo la vita ad un compagno (…) e dimostrammo che, nonostante tutti gli errori commessi, con un po’ di entusiasmo si possono ottenere risultati importanti, pur senza disporre di grandi mezzi”.
Miglior conclusione alla nostra breve ricostruzione storica non poteva essere scritta…

Ravachol

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