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Crisi delle borse o crisi del sistema capitalista?

Ragionamenti concreti sull’attuale situazione economica

L’articolo che vi proponiamo si ispira e, per molti tratti, riproduce passaggi di “Marx, il gran ritorno” di Lucine Sève, pubblicato su Le Monde Diplomatique/Il Manifesto di Dicembre 2008. Non l’abbiamo riproposto totalmente perché ci pareva interessante integrarlo con riflessioni che il testo originale non contiene.

La crisi economica ha sollevato molte riflessioni “di parte”, vale a dire tese a deprecare il crollo del capitalismo finanziario, ma altrettanto interessate a sottolineare che la deriva sarebbe unicamente una “questione morale”, responsabilità di qualche cattivo speculatore-dracula che approfitta di situazioni favorevoli per succhiare quante più risorse possibili. Appare chiaro che, messa in questi termini, la “risposta alla crisi” non possa che limitarsi a generici (e pietosi) appelli al “bene comune” piuttosto che all’invocazione dell’inasprimento delle pene per gli approfittatori.
La propaganda martella da almeno due decenni: la storia é finita, il capitalismo, con generale soddisfazione, costituisce la forma definitiva dell’organizzazione sociale e solo alcuni incurabili sognatori agitano ancora lo spettro di non si sa quale diverso futuro. Il terremoto finanziario di pochi mesi fa ha dato, invece, un duro colpo a questo castello di carte.
La truffa, una volta svelata, deve rimettere al centro il problema fondamentale che é quello di mettere a nudo i rapporti sociali esistenti e di chi li difende.
Ricostruiamo: il dramma del “virtuale” ha le sue radici nel «reale». Dietro lo scoppio della bolla speculativa creata dal dilatarsi della finanza, c’è l’universale accaparramento, da parte del capitale, della ricchezza creata dal lavoro, e dietro questa distorsione, per cui la parte spettante ai salari è diminuita di più di dieci punti, un calo colossale, c’è un quarto di secolo di austerità per i lavoratori in nome del dogma neoliberista.
La conclusione di questa breve riflessione è molto semplice: ad essere in discussione è lo stesso  dogma (gelosamente protetto) del sistema. Questo deve ricordare la ragione ultima delle cose che Marx chiama «legge generale dell’accumulazione capitalistica». Egli dimostra che, là dove le condizioni sociali della produzione sono proprietà privata della classe capitalista, “tutti i mezzi atti a sviluppare la produzione si mutano in mezzi di dominazione e sfruttamento del produttore”, sacrificato all’accaparramento di ricchezza da parte dei possidenti, accumulazione che si nutre di se stessa e tende dunque a diventare folle.
“L’accumulazione di ricchezza in un polo” crea necessariamente per converso un’”accumulazione proporzionale di miseria” all’altro polo, e da qui rinascono inesorabilmente le premesse di violente crisi commerciali e bancarie.
La crisi è scoppiata nella sfera del credito, ma la sua forza devastante si è formata in quella della produzione, con la spartizione sempre più squilibrata del valore aggiunto tra lavoro e capitale, una tragedia per le classi meno abbienti che un sindacalismo di bassa lega e una sinistra “socialdemocratica” hanno lasciato consapevolmente accrescere, mettendosi, in fin dei conti, dalla “parte del più forte”.
Ma siamo di fronte, non possiamo negarlo, anche ad un dato “politico”: nella parte del mondo “capitalisticamente avanzata” gli stessi sfruttati, o almeno la loro punta avanzata, hanno accettato la propria condizione, hanno interiorizzato che era meglio tener stretta la propria parte a scapito della rivoluzione sociale e dei nuovi “ultimi”, cioè quelli che oggi non hanno da “perdere che le proprie catene”.
Non è allora difficile, in questo contesto, capire che valore possano avere le soluzioni alla crisi come «moralizzazione» del capitale o «regolazione» della finanza – proclamate da politici, gestori, ideologi, che ancora ieri fustigavano il semplice sospetto di un atteggiamento non “tutto liberista”.
”Moralizzazione” del capitale? È una parola d’ordine che merita un premio all’umorismo nero. Se c’è infatti un ordine di considerazioni che volatilizza qualsiasi regime di sacrosanta libera concorrenza, è proprio la considerazione morale: l’efficienza cinica guadagna colpo su colpo, con la stessa sicurezza con cui la moneta cattiva scaccia la buona. La preoccupazione «etica» è pubblicitaria. Marx risolveva la questione in poche righe nella sua prefazione al Capitale: “Non dipingo certo di rosa il personaggio del capitalista e del proprietario fondiario”, ma “meno di qualsiasi altra, la mia prospettiva, in cui lo sviluppo della società in quanto formazione economica è studiato come processo di storia naturale, potrebbe rendere l’individuo responsabile di rapporti di cui rimane socialmente un prodotto…”.
Ecco perché non basterà certamente qualche ceffone, per “rifondare” un sistema in cui il profitto resta l’unico criterio. Non si tratta di essere indifferenti all’aspetto morale delle cose. Anzi, al contrario. Ma, valutato in modo serio, il problema è di tutt’altro ordine rispetto alla delinquenza di padroni canaglia, all’incoscienza di traders pazzi o anche all’indecenza dei paracaduti dorati. Quel che il capitalismo ha di indifendibile in questo senso, al di là dei comportamenti individuali, è il suo stesso principio: l’attività umana che crea ricchezza vi ha lo statuto di merce, ed è dunque trattata non come fine in sé, ma come semplice mezzo. Non c’è bisogno di aver letto Kant per vedervi l’origine prima dell’amoralità del sistema. Se si vuole veramente moralizzare la vita economica, bisogna prendersela con ciò che la de-moralizza. Il che passa certo – amena riscoperta di molti liberisti – per la ricostruzione di regolamentazioni statali.
Quando si pretende di affrontare la questione della regolamentazione, è imperativo ritornare ai rapporti sociali fondamentali – e qui, di nuovo, Marx ci offre un’analisi di indiscutibile attualità: quella sull’alienazione.
Marx ritorna sull’alienazione dandole un senso ben più vasto: poiché il capitale riproduce costantemente una radicale separazione tra mezzi di produzione e produttori – fabbriche, uffici, laboratori non sono di chi vi lavora – , le loro attività produttive e cognitive, non collettivamente controllate alla base, sono lasciate all’anarchia del sistema della concorrenza, dove si convertono in incontrollabili processi tecnologici, economici, politici, ideologici; gigantesche forze cieche che li soggiogano e li schiacciano. Gli uomini non fanno la propria storia, è la loro storia che li fa.
La crisi finanziaria illustra in modo terrificante questa alienazione, proprio come la crisi ecologica e quel che bisogna chiamare la crisi antropologica, quella delle vite umane: nessuno ha voluto queste crisi, ma tutti le subiscono.
È da questo «spossessamento generale», spinto all’estremo dal capitalismo, che risorgono inarrestabilmente le rovinose assenze di regolamentazione concertata. Per cui chi si vanta di «regolare il capitalismo» è sicuramente un ciarlatano politico. Regolare sul serio, richiederà molto più dell’intervento statale, per quanto necessario esso possa essere, perché, chi regolamenterà lo stato? Occorre che a riprendere il controllo dei mezzi di produzione siano i produttori materiali – intellettuali finalmente riconosciuti per quel che sono, e che non sono gli azionisti: i creatori della ricchezza sociale, aventi come tali l’indiscutibile diritto di prendere parte alle decisioni di gestione in cui si decide della loro stessa vita.
Perché questo formidabile critico dell’economia è anche, nello stesso momento, l’iniziatore di una vera rivoluzione nell’antropologia. Una dimensione totalmente misconosciuta del suo pensiero, che non si può esporre in venti righe. Ma la sua sesta tesi su Feuerbach ne esprime lo spirito in due frasi: «L’essenza umana non è un’astrazione inerente all’individuo preso a parte. Nella sua realtà, è l’insieme dei rapporti sociali».

a cura di Renato Battaglia