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Non sono tutti Buffon(i)

Buffon è l’unico portiere che usa i guanti non perché il pallone è “sporco”, ma perché il pallone non si sporchi.

La storia del calcio è anche, in un certo senso, una storia di “eroi”. Nella stragrande maggioranza dei casi, “eroi” per il popolaccio, per dirla con il Leopardi, che affolla gli stadi anche in piena crisi economica e che, dovendo scegliere fra la partita e lo sciopero sceglie senza esitazioni la partita.
Per tutti costoro, per il popolo belante ed ottuso degli stadi, si è “eroi” per poco, per molto poco: per un rigore parato, per un salvataggio in extremis, per un goal decisivo.
Per noi, invece, per quelli che la pensano come noi, solo Jorge Omàr Carrascosa, solo quelli, peraltro pochissimi, come lui, può (e possono) essere considerati “eroi”. E possono meritare la nostra ammirazione ed il nostro più profondo rispetto.
Jorge Carrascosa, non Maradona, l’idolo della Sinistra incoerente e piccolo-borghese che ha fatto di un evasore fiscale, di un consumatore e spacciatore di droga, di un amico di camorristi, di un padre degenere che mette al mondo figli che poi non riconosce, un’icona inoffensiva e mercantile come quella del Che.
Con Maratona e con il Che, Carrascosa ha in comune la nazionalità. Essendo nato alla periferia di Buenos Aires in un fresco agosto australe del 1948.
Presidente della Repubblica è quel Peròn che sostiene di cercare una via intermedia fra capitalismo e socialismo mentre non esita a spalancare le porte ai criminali nazisti in fuga dall’Europa.
Ma facciamo un salto nel tempo che ci porti al 1974. In Argentina la situazione sta precipitando. Il primo luglio muore Peròn, e, due anni dopo, nel 1976, subito dopo l’assunzione dei pieni poteri da parte della Junta delle bestie in divisa guidate da Videla, la FIFA assegna proprio alla patria del tango l’organizzazione dei campionati mondiali di calcio che si disputeranno nel 1978.
I militari approfittano dell’occasione per “sdoganarsi” agli occhi del mondo e per seguitare a drogare il popolo con uno sport che accende le passioni ma sopisce i conflitti. Intanto, nel Paese, le bestie in divisa torturano, assassinano, rubano con la benedizione delle bestie in abito talare. Capitano della nazionale argentina che prenderà parte ai Mondiali sarà un terzino, Jorge Carrascosa.
Carrascosa, però, a pochi mesi dall’inizio del torneo, rinuncia alla convocazione fra l’incredulità generale. La maglia di terzino sinistro finirà sulle spalle di Alberto Tarantini, messo fuori-rosa dal Boca Juniors per aver firmato un preliminare con il Barcellona ed inquadrato d’ufficio nel River Plate dopo aver osato chiedere a Videla in persona informazioni su un paio di amici desaparecidos.
Il Mondiale viene vinto dall’Argentina, come sanno quelli che conoscono tutto del calcio ma nulla della vita reale.
Bueos Aires impazzisce di gioia, mentre a due passi dallo stadio Munumental centinaia di giovani muoiono nelle carceri clandestine. Erano rimasti pochi, nel Paese sudamericano, a dire di no ad una dittatura di animali parlanti.
Fra loro, c’era Jorge Carrascosa, il capitano dell’Argentina, che, a differenza dei Cassano di casa nostra, dimostrò di essere un “eroe” semplicemente dichiarando: “Io, il campionato del mondo, non lo gioco”.
El Lobo (il lupo), questo il suo soprannome, decise di non essere complice dei militari, di farsi da parte, perché, come ebbe modo di dichiarare, non voleva essere “in alcun modo strumento della dittatura militare”.
Un saluto a El Lobo, ad un “eroe” del calcio ma non solo, dovunque egli sia…

In tema di “eroi” – di “eroi sportivi”, è vero, ma pur sempre “eroi” – c’è lo spazio per un altro saluto.
In questo caso per l’ultimo saluto a pugno chiuso  a Teofilo Stevenson, un signore cubano di 60 anni  che se n’è andato nei giorni scorsi dopo aver vinto tre olimpiadi ed aver rinunciato a passare professionista nella boxe per rispettare una legge del suo Paese.
Disse di no ad un incontro con Alì e a 5 milioni di dollari per fedeltà ad un’idea, per amore di Cuba e della Rivoluzione cubana.
Adiòs, companero Stevenson. Hasta la victoria, siempre!

P.R.