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Parola di generale

Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani. Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afgane: non ci crede più nessuno.
Ufficialmente dobbiamo addestrare le forze militari e di polizia afgane a badare alla sicurezza del loro paese. Visto che questo pacifico ed interminabile compito è anche lo stesso che da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, viene il sospetto che sia un pretesto per continuarla.
E’ una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l’hanno già perduta.
Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003, quando dovettero coinvolgere la NATO per l’incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato.
Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell’etica militare per l’incapacità di gestire l’eccesso di potenza, la frustrazione ed i comportamenti degli squilibrati.
Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all’ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria.
Così staremo all’infinito in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani.
E’ dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata.
Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. (…)
”.

Il brano che avete appena finito di leggere non è tratto da un libro di Bersani. Né da un articolo de L’Unità, il quotidiano fondato da Gramsci e ridotto ad un fogliaccio pornografico dalle canaglie piciste che ne hanno ereditato la direzione per l’ennesima forma di familismo amorale di partito.
L’abbiamo estratto, piuttosto, dall’ultimo libro del generale Fabio Mini, un tipo, nonostante tutto, più “progressista” ed obiettivo di gentaglia che si definisce “di sinistra” solo perché è convinta la che sia quella la direzione che porta alla porcilaia parlamentare e di sottogoverno.
Fabio Mini, non dimentichiamolo, è stato capo di stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa che, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il comando interforze delle operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre dell’anno successivo è stato comandante della forza internazionale di pace a guida NATO in Kosovo (KFOR).
Uno che se ne intende, dunque: di vittorie, ma anche, necessariamente, di sconfitte.

Luca Ariano