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Cronaca di un massacro

Come per tutti gli avvenimenti che rischiano di ampliarsi fino a minacciare la pace mondiale, è necessaria una messa a punto in merito alla responsabilità su quanto sta accadendo in Palestina.
Troppo comodamente infatti i mass media occidentali stanno accogliendo, per ragioni che non è possibile analizzare in questa sede, la tesi israeliana che vuole presentare l’operazione Cast Lead (“Piombo fuso”) come una semplice ritorsione contro il lancio da parte di Hamas di svariate decine di razzi contro i centri abitati israeliani più prossimi al confine con la striscia di Gaza.
In primo luogo è bene chiarire che la forza militare di Hamas è di gran lunga inferiore rispetto a quella dello Stato ebraico. A fronte dei circa 15.000 militanti armati attribuiti al movimento Hamas, Israele può schierare circa 3.630 carri armati pesanti (di cui circa 1.350 di ultima generazione), 6.870 altri mezzi corazzati, 896 pezzi di artiglieria pesante, 250 mortai e 48 lanciatori multipli di razzi da 227 mm., 520 aerei e 180 elicotteri da combattimento, 13 navi da guerra e 3 sottomarini, 630.000 uomini (inclusi i riservisti), di cui più di mezzo milione nell’esercito, oltre a 7.650 uomini della polizia di frontiera. Lo Stato ebraico è poi accreditato di disporre di almeno 150 ordigni nucleari di cui alcuni lanciabili da sottomarini.
Da anni del resto il puro rapporto quantitativo fra le vittime del conflitto presenta un rapporto numerico del tutto sfavorevole ai palestinesi: dal 28 settembre 2000, inizio della cosiddetta seconda Intifada, infatti si contano oggi 5.302 palestinesi uccisi a fronte di 1.082 israeliani, con un rapporto quindi assai vicino ai 5 a 1 (Internazionale, n. 775, dicembre 2008).
Questo raccapricciante body count non è del tutto gratuito poiché questi rapporti quantitativi sono tenuti in notevole considerazione dai responsabili militari israeliani nella valutazione dei risultati di questo tipico conflitto a bassa intensità: lo dimostra il fatto che il capo dello Shin Bet israeliano, Yuval Duskin, ha presentato al governo israeliano, nel gennaio 2008, i “risultati ottenuti” dalla sua organizzazione vantando appunto gli 810 palestinesi uccisi negli ultimi due anni (G. Levy, “Strong in numbers”, Ha’aretz, 21 gennaio 2008). È quindi possibile affermare che non esistono ragioni strettamente militari che possano giustificare l’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza, dato che Israele ha dimostrato di essere pienamente in grado di gestire con risultati soddisfacenti questo tipo di conflitto, definito asimmetrico dagli specialisti.
Anche riguardo al secondo elemento di “colpa” attribuita ad Hamas, la responsabilità nella rottura della tregua, la semplice, spassionata ricostruzione degli avvenimenti degli ultimi mesi, purché condotta sulla base dei fatti, mette in chiara evidenza invece le responsabilità di Israele, che dipendono da una lucida e consapevole scelta politica di fondo adottata da tempo. Come è stato osservato da autorevoli esponenti israeliani (intervista al generale israeliano Shlomo Gazit, “L’obiettivo? È politico, non militare“, Il Messaggero, 29 dicembre 2008), le motivazioni dell’offensiva israeliana sono squisitamente politiche, a prescindere dal livello di intensità militare e dai rischi di un sempre possibile ampliamento del conflitto che questo potrebbe comportare in futuro.
La tregua fra Hamas e Israele è stata raggiunta il 19 giugno 2008 grazie alla mediazione egiziana: lo scopo era quello di favorire un accordo fra al-Fatah e Hamas, a seguito dello scontro fratricida in atto da mesi, come premessa indispensabile per arrivare ad un accordo con lo Stato ebraico, secondo le aspettative di Egitto e Arabia Saudita, allineati con i Paesi occidentali, a favore della spartizione, sia pure ineguale, della Palestina fra Israele e Palestinesi.
Risulta chiaro che la tregua era indispensabile per Hamas che aveva appena assunto il governo della Striscia di Gaza, trovandosi stretta fra la pressione delle forze armate israeliane, il blocco delle frontiere ed il conflitto civile con al-Fatah. Lo dichiara del resto, senza mezzi termini, quello che sembra essere oggi l’uomo forte israeliano, il ministro della Difesa ed ex comandante delle forze speciali dello Stato ebraico, Ehud Barak. Al giornalista italiano che, in pieno periodo di tregua, lo intervista, chiedendogli: “Il governo israeliano ha siglato una tregua con Hamas. È l’ammissione che la strategia dell’embargo, politico ed economico, è fallita?” – risponde con estrema chiarezza e lucidità: “Al contrario. Hamas ha chiesto il cessate il fuoco sotto la pressione dell’embargo e delle operazioni militari contro i lanci di razzi Qassam. Noi non negoziamo con Hamas, stiamo solo trattando per il rilascio del soldato rapito (il caporale Gilad Shalit, ndr). E non negozieremo con Hamas, fino a quando non accetteranno le richieste del Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi firmati in passato, rinuncia alla violenza. Insomma, quando Hamas smetterà di essere Hamas” (Corriere della Sera, 7 agosto 2008).
Il 30 ottobre, come segno di apertura verso Al-Fatah, Hamas ha rilasciato tutti i diciannove detenuti della fazione avversaria in suo possesso, in vista dell’apertura di colloqui diretti che dovevano iniziare sabato 8 novembre al Cairo. Lunedì 3 novembre, Hamas invia in anticipo al Cairo una propria delegazione, per esaminare le proposte egiziane e di Fatah. Mercoledì 5 novembre, un’unità di paracadutisti israeliani compie un attacco “mirato” presso la cittadina di Deir-al-Balah nella striscia di Gaza, allo scopo, si dice, di distruggere un tunnel destinato al trasporto di uomini e materiali nel territorio palestinese: nell’operazione muore un guerrigliero palestinese. Hamas risponde con colpi di mortaio contro il territorio israeliano. Israele lancia un attacco aereo nel quale vengono uccisi altri cinque guerriglieri di Hamas.
Con il pretesto del lancio dei razzi, seguito all’uccisione dei sei militanti, Israele a questo punto chiude tutti i passaggi attraverso i quali transita tutto il cibo, i carburanti e le medicine diretti al milione e mezzo di abitanti della striscia di Gaza. “L‘attacco sopraggiunge poco prima dell’incontro che doveva tenersi questo sabato al Cairo, dove Hamas ed il suo rivale politico al Fatah dovevano tenere colloqui in merito alla composizione delle divergenze attuali in vista della creazione di un governo unitario. Sarebbe stata la prima occasione nella quale le due organizzazioni si incontravano a questo livello dallo scoppio della quasi guerra civile di oltre un anno fa“, commenta da Gerusalemme Rory McCarthy del Guardian.
Secondo l’Associated Press la decisione dell’attacco è stata approvata personalmente dal Ministro della Difesa israeliana, appunto Ehud Barak: non si tratta quindi di un’operazione di routine ma di un’operazione militare politicamente motivata, in quanto essa rompe la tregua in atto dal giugno 2008 e lo fa proprio quando i Palestinesi avevano la prima seria opportunità dopo un anno di ricostituire un governo unitario, per trattare riuniti con Israele.
La valenza politica dell’attacco, tuttavia, non è solo quella di rendere impossibile una rappacificazione fra le 13 fazioni palestinesi in lotta: la posta politica in gioco è per Israele molto più alta, investendo un elemento strategico di fondo, cioè quello di evitare l’internazionalizzazione del conflitto israelo-palestinese, e riportarne la gestione delle trattative all’interno dello Stato ebraico.
Il 9 novembre, infatti, a Sharm-el-Sheik, in Egitto, si deve riunire il cosiddetto Quartetto, composto da Usa, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite, il cui compito principale è quello di tenere in vita il processo di pace di Annapolis, avviato senza grandi risultati dal presidente americano Bush. Il proposito, enunciato nel novembre 2007, era infatti quello di arrivare ad un accordo fra Israele e Palestinesi di Al-Fatah entro il 2008, per evitare il definitivo affossamento del processo di pace.
In realtà, i colloqui del 9 novembre 2008 non fanno altro che registrare il completo arresto delle trattative: dato che sia gli Usa che Israele si presentano con una dirigenza uscente, la sola novità avrebbe potuto essere proprio quella di una riunificata leadership palestinese, che avrebbe potuto imprimere una forte sollecitazione sul piano internazionale al processo di pace, giacché solo i Palestinesi hanno un effettivo interessere a concludere entro l’anno un accordo, consapevoli che altrimenti Israele risolverà a suo modo la questione.
L’attacco israeliano ha dunque scongiurato anche questo rischio. Tzipi Livni, ministro degli esteri di Israele, dichiarerà infatti molto esplicitamente: “noi ci siamo mossi per assicurare che questo processo [di pace] rimanga bilaterale e che il mondo non intervenga sui contenuti dei colloqui e li sostenga senza cercare di imporre soluzioni o di presentare soluzioni transitorie“. Rimandata ad un incerto futuro, forse a Mosca nella primavera del 2009, l’iniziativa internazionale, Israele riacquista quindi lo spazio politico per riprendere l’iniziativa in Palestina, senza interferenze esterne.
L’11 novembre il premier israeliano Olmert dichiara che lo scontro con Hamas è inevitabile e il giorno seguente, a rafforzare il messaggio rivolto ad Hamas ed alla comunità internazionale, Israele attua un raid  che causa l’uccisione di altri quattro militanti di Hamas.
Il 23 novembre, Hamas, sempre su stimolo dell’Egitto, decide di sospendere i tiri di razzi e di riprendere il colloquio con Al-Fatah, ponendo come sola condizione che Israele riapra i passaggi nella striscia di Gaza. L’8 ed il 9 dicembre, Israele raggiunge un altro fondamentale risultato sul piano internazionale, nel quale l’Unione Europea, sotto la presidenza di turno francese, assume, nel particolare momento in cui si colloca, cioè a dire dopo il nulla di fatto di Sharm-el-Sheik e le azioni di rottura israeliane a Gaza, una valenza particolarmente grave. Infatti i Ministri degli Esteri della UE approvano una dichiarazione intitolata Council Conclusions Strengthening of the EU bilateral relations with its Mediterranean partners – upgrade with Israel.
La prima cosa davvero singolare di questo avvenimento è che il documento viene approvato dai Ministri europei senza tenere in considerazione il fatto che pochi giorni prima, il 5 dicembre, il Parlamento europeo, nonostante il personale intervento di Tzipi Livni, si fosse pronunciato contro il rafforzamento dei rapporti con Israele, proprio in considerazione della delicatezza della situazione a Gaza (“Israël devra attendre“, Le Monde, La valise diplomatique, 5 dicembre 2008).
Ma davvero significativo è il contenuto dell’allegato tecnico al documento, nel quale sono indicate le principali attività derivanti dal rafforzamento del dialogo politico con Israele: regolari riunioni congiunte dei capi di Stati e di governo della UE e di Israele, privilegio accordato fino ad ora solo a Stati come Cina, Russia; intensificazione del dialogo fra Parlamenti; partecipazione degli esperti israeliani ai comitati UE sul processo di pace, diritti umani e lotta contro il terrorismo ed il crimine organizzato; colloqui informali sui problemi strategici e scambi in tema di diritti umani e antisemitismo; coinvolgimento di Israele nella politica estera, di sicurezza e di difesa (la cosiddetta Pesc) dell’UE, inserendo anche esperti israeliani nelle missioni extra-europee dell’Unione, in Africa e oltre. Dato poi che Israele non può partecipare alle attività del gruppo Asia nell’ambito delle Nazioni Unite, l’UE tenterà di inserire lo Stato ebraico nel “Gruppo occidentale e altri gruppi” (Western European and other Groups, WEOG), in modo che Israele, come sua antica aspirazione, potrà essere presente in numerosi Consigli dell’organizzazione internazionale, tra cui quello di Sicurezza dell’Onu!
Israele registra quindi, grazie all’attivismo della Francia, un risultato di straordinaria importanza sul piano strategico, giacché in questo modo capitalizza un inedito rapporto privilegiato con l’Unione Europea, con implicazioni enormi per la sua proiezione internazionale, nell’area mediterranea e in quella mondiale. Insieme al non-risultato di Sharm-el-Sheik, Israele ha in questo modo raggiunto in pochi giorni un assetto internazionale straordinariamente favorevole, che gli lascia praticamente carta bianca nella gestione del problema Hamas e in generale dei Territori occupati.
Lo prova il fatto che il 14 dicembre lo Stato ebraico si può permettere di fermare e respingere all’aeroporto di Tel Aviv, nel generale silenzio dei principali media occidentali, il prof. Richard Falk, inviato speciale (Special Rapporteur) delle Nazioni Unite, per conto delle quali, dopo una lunga permanenza nei Territori occupati, aveva steso in agosto un durissimo rapporto sulle violazioni del diritto internazionale compiute da Israele nei territori occupati della Palestina.
Sulla base delle informazioni da lui raccolte fra il gennaio ed il luglio 2008, Falk aveva infatti affermato “l’evidenza di continue e deliberate violazioni da parte di Israele, nella sua occupazione del territorio Palestinese” della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei civili in tempo di guerra e del I protocollo addizionale di Ginevra del 1977 relativo alla protezione delle vittime di conflitti armati, ovverosia delle norme di base del diritto internazionale in materia di diritti umani delle popolazioni civili in occasione di conflitti armati.
Il 17 dicembre, giusto alla vigilia dello spirare della tregua, Israele lancia un altro attacco aereo contro Gaza, al quale Hamas risponde sparando otto razzi e cinque colpi di mortaio contro cittadine ebraiche nel Sud. Al tempo stesso, il portavoce ufficiale di Hamas, Ayman Taha, annuncia che, poiché Israele non sta più rispettando da novembre gli accordi sulla tregua, Hamas non intende rinnovare la tregua dopo la sua scadenza, le ore 6 del mattino del 19 dicembre.
Dal 4 novembre, intanto, Israele ha ucciso complessivamente almeno 18 palestinesi, principalmente ma non solamente guerriglieri, in varie operazioni, mentre Hamas ha lanciato circa 200 fra razzi e colpi di mortaio, senza provocare vittime. Lo stesso 17 dicembre, a causa della ripresa delle ostilità, Israele chiude nuovamente i passaggi, impedendo all’UNRWA (l’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati) di consegnare il cibo destinato ai circa 750.000 Palestinesi assistiti nella striscia di Gaza.
I 20 dicembre la tregua non è stata rinnovata, dopo la scadenza del 19 dicembre, tuttavia Hamas, ancora una volta su proposta egiziana, si è dichiarata disponibile ad ulteriori ventiquattro ore di tregua, a condizione che Israele riapra i passaggi per gli aiuti umanitari e sembra disponibile a ridiscutere la possibilità di prolungare la tregua. Israele come tutta risposta chiude i passaggi e lancia numerosi attacchi aerei contro diverse località della Striscia di Gaza: il 20 dicembre, nell’attacco contro Beith Lahiya, uccide un militante palestinese, Ali Hijazi, e ferisce quattro civili fra cui due bambini.
Il 21 dicembre l’Italia è direttamente in ballo, perché le autorità israeliane hanno bloccato la mensile distribuzione da parte dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) a 47.000 famiglie dei fondi stanziati dall’Italia, pari a 20 milioni di euro, di cui 9,36 milioni sono destinati alle famiglie povere. I fondi che Israele ha bloccato servono a pagare gli assegni sociali destinati alla popolazione di Gaza, distribuiti dalla Ue e finanziati dal Governo italiano a circa 24 mila famiglie povere, che avrebbero dovuto ricevere il loro contributo mensile (Il Messaggero, 22 dicembre 2008). Non risulta che il governo italiano abbia elevato alcuna protesta per questa aperta violazione di accordi internazionali.
Il 22 dicembre, su proposta egiziana, Hamas decide, si osservi, unilateralmente una tregua di ventiquattro ore e non effettua più lanci di missili contro Israele, in attesa di un incontro fra Mubarak e Abu Mazen, previsto per il 23, e con Tzipi Livni, invitata al Cairo per il 25 dicembre. Prosegue intanto da parte israeliana il blocco delle frontiere, che esasperano il problema della sopravvivenza della popolazione della Striscia di Gaza. Secondo notizie di stampa, tuttavia, a questa data, il premier uscente Olmert, Barak (Difesa) e la Livni (Esteri) “si sarebbero già messi d’accordo su tempi e modi di un’eventuale escalation che sarà preceduta da una campagna diplomatica e di stampa a livello internazionale” (Il Messaggero, 23 dicembre 2008).
Un leader di Hamas, Mahmoud Zahar rilascia lo stesso giorno alla tv israeliana “Channel 10″ una dichiarazione secondo la quale Hamas è pronta a rinnovare la tregua con Israele, dato che questo è “il prezzo da pagare per le vite dei Palestinesi“, chiedendo in contropartita che tornino regolari le forniture di cibo ed elettricità e vegano cessate le azioni militari a Gaza e in Cisgiordania (Associated Press, 23 dicembre 2008). Il giorno seguente, le dichiarazioni saranno ripetute ad altre agenzie di stampa, per esempio dallo stesso Mahmoud Zahar all’autorevole France Press (FP, 23 dicembre 2008) e da un altro portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, alla BBC britannica (BBC, 23 dicembre).
Nel frattempo Israele continua ad effettuare manovre con mezzi corazzati ai confini della Striscia di Gaza, iniziate il 22 dicembre. Il 23 dicembre poi Israele uccide in altri raid nella Striscia di Gaza tre militanti di Hamas e un quarto il 24 dicembre, Yahi Al-Shaaher, 23 anni, colpito insieme a tre altri palestinesi a Rafah, mentre riprendono i tiri di mortaio e di razzi da parte dei palestinesi contro Sderot. Così facendo, la possibilità di una ripresa della tregua e dello sviluppo di una qualsiasi trattativa è definitivamente sepolta. Il colloquio al Cairo della Livni, il 25 dicembre, non serve ad altro che a ribadire le accuse contro Hamas, mentre il 26 dicembre Olmert dichiara alla televisione Al-Arabya che “non esiterà ad usare la forza di Israele per colpire Hamas e la Jihad islamica“.
Con la copertura internazionale opportunamente predisposta nel frattempo, si apre lo spazio all’azione militare del 27 dicembre, alla quale da mesi il governo israeliano e le fonti di stampa internazionale ad esso collegate hanno gradualmente preparato l’opinione pubblica interna e mondiale, riversando la “colpa” della nuova offensiva su Hamas, come da esplicita direttiva che il ministro degli esteri dello Stato ebraico ha impartito a tutte le proprie sedi diplomatiche nel mondo.
Tuttavia, come in ogni operazione militare che si rispetti, la grande massa di informazioni diffuse attraverso i media ed i colloqui diplomatici in corso hanno attentamente preservato un certo margine di sorpresa all’azione militare israeliana: pare infatti, secondo il sito israeliano Debka specializzato in questioni strategiche e dotato di buone entrature negli ambienti militati dello Stato ebraico, che i dirigenti di Hamas siano stati rassicurati da almeno due elementi:
“1. Le notizie di stampa espressione di fonti ufficiali di Gerusalemme venerdì (26 dicembre) davano l’impressione che l’operazione militare principale approvata dal governo israeliano fosse stata disdetta per l’immediato, almeno finché il governo non fosse stato riconvocato per una nuova valutazione della situazione;
2. l’Egitto ha sviato Hamas, riportando l’informazione di fonte sicura secondo cui Israele non avrebbe attaccato di sabato”.
Sono questi dunque i nudi fatti che mettono in chiara evidenza il fatto che lo Stato ebraico, a sessant’anni dalla propria costituzione, in un momento delicatissimo del quadro internazionale, ha semplicemente deciso di avviare una nuova sanguinosa operazione militare in Palestina, per risolvere il problema rappresentato dall’entità ostile Hamas, in continuità con una strategia di potenza nel Medio Oriente e nel Mediterraneo che nei prossimi mesi potrebbe produrre effetti ancora più devastanti per gli equilibri mondiali: è difficile pensare infatti che la prova di forza avviata da Israele non abbia tenuto conto, nella sua pianificazione, dell’Iran.

Questo articolo è tratto dal sito clarissa.it, dove, per la verità,  è stato pubblicato con un titolo leggermente diverso. Se l’avete letto, saprete già perché ve lo abbiamo proposto. Se invece non riuscite ancora a farvene una ragione, vi suggeriamo, non necessariamente in alternativa, di abbonarvi alla nota marca di carta igienica “Libero” oppure di iscrivervi a Forza Italia (o alla Lega, o al PD…) oppure ancora dio appendervi in casa un poster del Leoncavallo. Così che per noi non sarebbe una perdita non contarvi più fra i nostri 25 lettori…

di Alberto Terenzi