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Preti o animali?

“O razza di Caino, fatti strada
Al cielo e fanne Dio precipitare!”
Charles Baudelaire

Per vincere la guerra contro la sovversione dovevano morire sette, ottomila persone”. Che sono poi, in effetti, morte. Anzi, ne sono morte molte, molte di più.
Le parole dell’incipit sono della Bestia per eccellenza: il generale Videla, capo della Junta militare, una banda di soldati vili ed incapaci ma di assassini senza scrupoli e senza dignità, che violentò l’Argentina della seconda metà degli anni Settanta trasformandola in un mattatoio per conto dei padroni locali e di quelli nordamericani.
La Junta di Videla è divenuta (tragicamente e lugubremente) famosa anche fra i militanti rivoluzionari del nostro Paese per il fatto di essersi resa responsabile del fenomeno dei “desaparecidos”, cioè della scomparsa di decine di migliaia di militanti rivoluzionari e di guerriglieri.
Una recente intervista ad uno dei giornalisti argentini più noti sia in Patria sia all’estero, quell’Horacio Verbitsky che raccolse per primo le confessioni di uno dei più noti ed attivi torturatori dell’ESMA, l’Escuela Superiora de Mecanica de la Armada, il più noto lager attivo durante la dittatura, ha riaperto la piaga. Rivelando almeno un particolare clamoroso ed inedito. Che proponiamo ai nostri lettori per confermare, almeno in una parte di loro, la convinzione che la lotta contro la religione, qualunque tipo di religione ma quella cattolica in particolare, non può né deve mai essere disgiunta dalla lotta contro l’imperialismo. Perché ad una società senza padroni si può benissimo sopravvivere: ad una società con i preti assolutamente no.
Alla domanda dell’intervistatore: “Verbitsky, in Argentina durante la dittatura c’era la legge marziale. Il regime poteva fucilare gli oppositori o chiuderli in una cella e gettare la chiave. Perché è stato scelto di far sparire sistematicamente le persone?”, il giornalista argentino così risponde: “E’ stata una decisione presa in accordo con la Chiesa (cattolica, ndr), per non turbare il Vaticano. Nei processi dall’85 in avanti diversi testimoni e responsabili hanno spiegato che la preoccupazione riguardo alla reazione del Vaticano è stata determinante nella scelta del metodo della sparizione. Le ultime cinque fucilazioni ordinate da Francisco Franco (nel settembre del 1975, in Spagna, ndr) avevano suscitato una grande indignazione internazionale e messo in difficoltà la Chiesa. Gli stessi vescovi in Argentina consigliarono metodi clandestini, perché di fronte ad un’evidente brutalità il Papa sarebbe stato costretto ad intervenire”.
Prosegue l’intervistatore: “Quindi lei ha la convinzione che la Chiesa conosceva e condonava i delitti del regime?”.
Verbitsky: “Non solo sapeva, ma la gerarchia ecclesiastica era parte del sistema. Ho scritto un libro sulla storia politica della Chiesa nella quale, documenti alla mano, dimostro come già nel maggio 1976, quarantacinque giorni dopo il golpe, l’episcopato argentino si riunisce per fare il punto su quanto sta accadendo. Ogni vescovo espone la situazione della sua diocesi. Vi sono testimonianze precise sulla repressione, gli omicidi e in alcuni casi le persecuzioni subite anche dai sacerdoti. Poi dibattono su cosa fare, se rendere pubblico quanto sanno o stare zitti. Vanno ai voti. E i partigiani del silenzio si impongono 38 a 19”.
E ancora: “Ma oltre al silenzio c’era un appoggio esplicito al regime?”, domanda l’intervistatore.
Diciamo che la Chiesa era molto comprensiva con i militari, perché anche i vescovi, perché anche i vescovi erano convinti che fosse in corso una guerra santa contro il comunismo, di natura metafisica prima che politica. E a questa sorta di crociata danno la benedizione episcopale (…)”.
Nessuna “nuova tattica antisovversiva”, dunque: la “desaparicion” è stata soltanto una scelta compiuta per compiacere la Chiesa cattolica, questa miserabile bottega frequentata non solo da ladri e da bugiardi, ma anche da assassini.
Santi o beati finché si vuole, ma sempre dovunque e comunque assassini…

Matteo Sepulveda

I brani dell’intervista citata sono stati tratti dal quotidiano Il Riformista, del 24 marzo scorso (pag.1). L’intervistatore è Luigi Spinola.