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Infami sempre, comunisti mai

“Quando non ci sarà più posto all’Inferno, i morti cammineranno sulla Terra”.
George Romero, regista

Non voglio che l’Italia esca dal Patto Atlantico”, ebbe modo di dichiarare, senza nessun senso della coerenza e dell’onestà personale, oltre che politica, Enrico Berlinguer in un’intervista al Corriere della sera del 1976 (1).
Solo un anno prima, quello che viene comunemente considerato dalla feccia picista come il “miglior segretario” che il Partito abbia avuto dopo Palmiro Togliatti, sempre in un’intervista, ma questa volta al Time magazine del giugno 1975 aveva risposto, alla domanda “Qual è la vostra posizione sulla NATO?”, con queste parole: “Sul terreno dei rapporti internazionali noi non proponiamo che l’Italia ritiri la sua adesione alle organizzazioni internazionali alle quali appartiene, né lo proporremmo se facessimo parte del governo. Parlo in particolare della CEE (Comunità Economica Europea, ndr) e della NATO. Questa non è una posizione tattica. Siamo arrivati a questa conclusione sulla base di un’attenta analisi della situazione internazionale e degli interessi dell’Italia” (2).
Un anno dopo questa dichiarazione, nel 1976, nella sua Intervista sul PCI, l’attuale Capo dello stato (borghese ed imperialista), Giorgio, anzi, più propriamente, George Napoletano arriva a sostenere che “Noi dobbiamo auspicare che nonostante il carattere traumatico che assumono certi mutamenti per gli Stati Uniti prevalgano nei gruppi dirigenti americani atteggiamenti realistici e ragionevoli, come l’esperienza storica consiglia. In quanto l’atteggiamento di taluni ambienti americani rispetto all’eventualità di uno spostamento a sinistra nella direzione politica del nostro Paese, mi sembra in effetti che siano ancora diffuse, nei circoli dirigenti degli Stati Uniti. (…) Si possono peraltro cogliere anche tendenze di segno opposto nella stampa, negli ambienti culturali più illuminati, nelle sfere politiche ‘liberali’, tendenze a guardare la politica del Partito comunista italiano per quello che è, ad approfondire la conoscenza di questa realtà nella sua indubbia originalità e autonomia” (3).
Un’”autonomia” così “originale” da condurre, ai nostri giorni, il Presidente della Repubblica nata dalla Resistenza e cresciuta a dosi di aggressioni imperialiste alla Jugoslavia prima ed alla Libia poi (per tacere delle numerose altre “missioni umanitarie” in giro per il mondo), nel corso di un discorso tenuto all’Università di Bologna sull’azione del PCI negli anni Settanta, dunque nel cuore del processo di militarizzazione e di fascistizzazione della società italiana milllantato da “lotta contro il terrorismo”, a rivendicare con orgoglio il fatto che “nell’autunno del 1977… per la prima volta anche il maggior partito della sinistra italiana si riconobbe nelle scelte di fondo dell’impegno europeistico e dell’alleanza NATO” (4).
Nella stessa circostanza, Napolitano-“o amerikano’ ha rivelato che “al (suo, ndr) ritorno dal viaggio negli Stati Uniti in quella primavera del ’78, l’apprezzamento per il nostro netto e forte impegno nella lotta contro le Brigate Rosse contribuì all’avvio di incontri riservati di notevole interesse politico tra l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Richard Gardner, ed un dirigente di primo piano quale ero io”. (5).
Così ha sentenziato il “comunista” preferito dal boia Kissinger.
Servi dell’URSS ieri, servi degli USA oggi: sempre e comunque servi. E servi della peggior specie.
Comunisti? Mai.

Luca Ariano

NOTE:

(1) Il PCI e la NATO, intervista al Corriere della sera del 15 giugno 1976.
(2) Intervista a Time Magazine del 30 giugno 1975.
(3) INTERVISTA SUL PCI, Laterza, p.87.
(4) “Le difficoltà della politica (in Europa e in Italia)”, lezione del Presidente Napolitano del 30 gennaio 2012, Università di Bologna.
(5) G. Napolitano, Dal PCI al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Laterza, 2005, p.159