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Vita e morte di un suino in abito talare

Quando che muore un prete/cantano i miserere,/

ma io ci ho piacere/ch’è morto un traditor…”.

Questi sono, più o meno, i versi di una “vecchia” canzone anarchica che avranno certo intonato in molti, alternandoli a doverose e – è il caso di dirlo! – “sacrosante” libagioni, alla notizia della morte del cardinale Pio Laghi, “servitore fedele di dio nel mondo”, per usare la stessa definizione de l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi di casa nostra. In realtà, il boia Pio Laghi, prima ancora che di dio, è stato un “servitore fedele” dei militari argentini, delle bestie in divisa che hanno insanguinato, torturato e macellato per anni un intero popolo in nome di dio, della patria e della religione cattolica.
Nato nel maggio del 1922 a Castiglione di Forlì, l’Animale era entrato come diplomatico della Segreteria di stato vaticana nel 1952, aveva prestato servizio presso le Nunziature dapprima del Nicaragua, poi degli Stati Uniti e dell’India, fino a quando, nel 1964, era stato richiamato a Roma. Qui venne nominato da Paolo VI nunzio in Argentina negli anni in cui il regime responsabile del cosiddetto “Processo di Riorganizzazione Nazionale” realizzò un sistematico e silenzioso genocidio degli oppositori politici.
I rapporti del porco di Castiglione di Forlì con le bestie in divisa sono ben illustrati da qualche citazione, estratta a caso dall’ampia documentazione disponibile. Ad esempio, durante una visita nella città di Tucuman, il 24 giugno 1976, vale a dire solo pochi mesi dopo il golpe del 24 marzo, Laghi si rivolse ai militari impegnati nella repressione dei combattenti rivoluzionari dell’ERP esortandoli a comportarsi con ubbidienza agli ordini dei superiori e a tenere “sempre in conto i principi cristiani”. E, alla fine, elogiandoli per il sacrificio a cui si votavano in una “zona così dura e pericolosa per compiere
il dovere che è al di sopra degli altri doveri, ossia quello di difendere i principi di dio, Patria e Famiglia
”.
Il giorno seguente, a Conception, tenne una conferenza stampa in cui criticò
duramente “l’invasione di idee (il comunismo) che mettono a repentaglio i valori fondamentali” e citò il pensiero di san  Tommaso d’Aquino per confermare il pensiero che, “in questi casi l’amore per la Patria è equivalente all’amore di dio”.
Il 26 giugno, a San Miguel de Tucuman, sulla via del ritorno a Buenos Aires, dichiarò esplicitamente che “i valori cristiani sono minacciati da un’ideologia (il comunismo) che viene respinta dal popolo e la Nazione reagisce come un qualsiasi organismo vivo, che genera anticorpi verso i germi che tentano di distruggere la sua struttura e crea la sua difesa servendosi di mezzi imposti dalla situazione”. “In questa lotta ognuno ha la sua parte di responsabilità: la Chiesa e le Forze Armate. La prima è inserita nel Processo ed accompagna la seconda, non solo con le sue preghiere, ma con azioni in difesa e promozione dei diritti umani (sic!) e della Patria”.
Dopo aver espresso in più di un’occasione l’appoggio suo, del papa e della Chiesa ai genocidi argentini, Pio (mai nome fu più paradossale e… diabolico!) Laghi si legò d’amicizia all’ammiraglio Emilio Eduardo Massera (uno dei tre membri della Junta golpista, insieme con Videla ed Agosti) di cui era abituale compagno di tennis, e con cui condivideva l’iscrizione alla loggia massonica P2.
Di lui disse la moglie di un giornalista, Juliàn Delgado, scomparso nel giugno 1978: “il nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati che lì erano rinchiusi; il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò, chiedendogli se dovesse lasciare in vita un gruppo di quaranta sequestrati che aveva ricevuto, quando aveva assunto l’incarico, dal precedente comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera”.
Nel marzo 1977, a Roma, le Madri di Plaza de Mayo presentarono denuncia  al Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Flick, ed allo stesso Vaticano contro il Nunzio neo-nazista. Lo accusavano di “complicità con la dittatura” e fornivano numerose testimonianze di ex-prigionieri che avevano visto personalmente l’Animale visitare i campi di concentramento, in particolare la famigerata ESMA.
Non solo. Nella sua confessione, il capitano di corvetta Adolfo Scilingo (cfr. Il volo: Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos, di Horacio Verbitsky) afferma che la decisione di buttare in mare vivi i prigionieri della Resistenza da aerei dell’aviazione navale fu presa dopo che erano state consultate le autorità ecclesiastiche, le quali diedero la loro approvazione in quanto si trattava di “una forma cristiana di morte” (sic!). Il disgusto ci impone di non andare oltre.

In questo elenco di ignominie e di crimini a cui, per quanto riguarda la vita dell’Animale, ha posto fine il destino, il 10 gennaio scorso, a Roma. Dopo – incredibile a ricordarsi! – 86  anni spesi al servizio dei più grandi criminali della nostra epoca: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Videla, Bush… “Ai funerali (presieduti da un altro arcinoto e lurido protettore  di gorilla sudamericani, il cardinale decano Angelo Sodano, n.d.r.) erano presenti, fra gli altri, il leader dell’UDC, Pier Ferdinando Casini, Mario Baccini, presidente della Federazione dei Cristiano popolari ed il senatore a vita (noto cocainomane, n.d.r.!) Emilio Colombo” (Avvenire, del 14 gennaio 2009).Tutti nomi da non dimenticare…

di Matteo Sepulveda