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Sacrifici per salvare l’Italia: ma quale?

Riceviamo e pubblichiamo.
La Red/Azione

Sacrifici per salvare l’Italia: ma quale?

di Michele Michelino

Dopo aver contrapposto un capitalismo buono, quello industriale (responsabile dei morti sul lavoro e di lavoro) a quello cattivo (finanza e banche), nella crisi, in ogni paese, i borghesi chiamano gli sfruttati alla “coesione sociale”, all’unità con i loro padroni.
Così la borghesia imperialista, (le grandi multinazionali e i loro strumenti, il FMI, la Banca Mondiale, la BCE) scende direttamente in campo senza mediazioni dei politici di professione con i suoi uomini e funzionari in vari paesi, fra cui l’Italia, ed ecco fatto il “governo tecnico”, rappresentante diretto dei suoi interessi e più affidabile, in periodo di crisi, dei “governi politici”.
Nell’agguerrita concorrenza internazionale per competere con successo, i padroni e i loro governi hanno bisogno del sostegno dei loro schiavi salariati. Per nascondere le loro responsabilità, i borghesi di “casa nostra” cercano di scaricare le responsabilità sugli altri imperialisti (USA, Francia e Germania in particolare), incolpando loro della crisi di un sistema che è mondiale.

La povertà che già colpisce 115 milioni di persone dei 27 paesi dell’Unione Europea, cioè quasi il 25% della sua popolazione, e minaccia altri 150 milioni di abitanti, è destinata nel breve periodo ad aumentare.
Secondo i dati Istat in Italia sono 8,3 milioni i poveri e 3,1 i poverissimi, mentre aumenta considerevolmente la distanza sociale fra le classi. Secondo i dati Ocse le disuguaglianze sono aumentate costantemente, anche negli anni in cui cresceva l’occupazione, smentendo la tesi tanto cara ai borghesi che della crescita economica ne godano anche le classi meno abbienti, cioè i proletari.
Tali dati evidenziano che – se 20 anni fa la differenza fra ricchi e poveri era di 7 punti – nel 2008 la differenza è ulteriormente aumentata di oltre 10 punti.
I tagli ai salari e al welfare, con l’attacco ai servizi gratuiti nella scuola e nella sanità insieme alle nuove tasse, non solo aumentano ulteriormente le distanze sociali, ma acuiscono i conflitti di classe.
La violenza del sistema capitalista “democratico” non si manifesta solo con i licenziamenti, gli sfratti, le manganellate contro chi protesta, ma anche condannando a lenta morte per inedia interi settori di vecchi e giovani proletari e allo scempio interi territori.
L’attacco alle pensioni e alle condizioni di vita portate avanti dal governo Monti col sostegno dei partiti di centrodestra e centrosinistra è giustificato come “necessario per salvare l’Italia”, non importa quante vite umane proletarie saranno sacrificate sull’altare del profitto.
Davanti alla protesta e alla ribellione che cova sotto l’apparente pace sociale, i borghesi, i capitalisti, i parassiti – e tutti quelli che traggono profitto dallo sfruttamento degli esseri umani e che nella crisi temono di perdere i loro privilegi – hanno bisogno di instaurare la paura fra le classi sottomesse criminalizzando ogni lotta di resistenza. Chi si oppone con l’autodifesa alla violenza dello stato, delle “forze dell’ordine”, veri e propri pretoriani del sistema capitalista, è brutalmente represso. I continui richiami alla “legalità” da parte del Capo dello Stato Napolitano e del Presidente del Consiglio Monti, servono solo a tutelare gli interessi dei capitalisti; i padroni, le banche e le finanziarie, e a rassicurare i mercati che lo stato italiano è inflessibile contro chi osa mettere in discussione l’ordine costituito a difesa del sistema capitalista.

Dietro formulazioni quali “diritti e libertà” e ”uguaglianza dei cittadini davanti alla legge” si cela un contenuto molto preciso: in una società divisa in classi sociali, non esistono interessi nazionali uguali per tutti, ma diversi interessi per le diverse classi; interessi e diritti antagonistici. Nel momento cruciale della crisi, i borghesi cercano “l’unità nazionale” e si affidano al nazionalismo più del solito, dipingendo i loro interessi corporativi come interessi generali della società.
I sindacati confederali sono sempre più la stampella dei padroni, cani da guardia e difensori di questo sistema da cui dipendono economicamente. E non rappresentano un’alternativa sindacale di classe neanche i sindacati di base.  Gli stessi partitini che si dichiarano rappresentanti del proletariato (spesso senza proletari al loro interno) e in perenne lotta fra loro, completano il quadro di totale impotenza.

Oggi, quando più che mai è matura dal punto di vista oggettivo la rivoluzione proletaria, la classe è più che mai disorganizzata.
La mancanza di un’organizzazione operaia e proletaria non riguarda solo alcuni, è un problema che ci riguarda tutti e nessuno può costruirsi un alibi per scaricare su altri le colpe di questa situazione.
La storia della lotta di classe ci insegna che non possiamo aspettare che venga qualcuno in nostro soccorso. I proletari non possono delegare ad altri il compito di costruire la loro organizzazione di classe, un sindacato con cui difendersi dagli attacchi di padroni e governo, un partito che si ponga il compito e l’obiettivo di distruggere questo sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Ognuno di noi a partire dalle sue capacità deve dare il suo contributo a partire dai luoghi di lavoro, di studio, nel territorio e in tutte le situazioni in cui è inserito.

Non possiamo, perennemente, parare i colpi cercando di difenderci, perché questo serve solo ad arretrare. Serve un partito fatto e diretto da operai, lavoratori, proletari, che organizzino “l’assalto al cielo” per conquistare il potere proletario, il potere politico. Un partito che si ponga l’obiettivo dell’abolizione della proprietà privata capitalista, della schiavitù salariata e del dominio di classe della borghesia. Un partito che dichiari apertamente che è per la distruzione del capitalismo che produce fame, guerre e miseria. Un partito che si pone come obiettivo la costruzione di un nuovo ordine socialista della società, in cui si produce non per il profitto e il mercato, ma per il soddisfacimento dei bisogni degli esseri umani. Un mondo dove tutti gli sfruttati si uniscano per costruire una società libera dallo sfruttamento in cui gli uomini di tutto il mondo diventino fratelli, eguali e insieme concorrono al benessere della società .
La liberazione proletaria non la regala nessuno! Si conquista.