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Il (Contrap)Punto: ritorno al futuro

Fra gli effetti dell’aggressione sionista al popolo palestinese c’è stata quella di aver riportato in piazza il movimento contro la guerra, quella vera e propria “potenza mondiale”, come la definì un quotidiano yankee, che sola appare in grado, in virtù della sua forza politica e della vastità dei consensi che ancor oggi riscuote, di porre fine ad un atto di palese violazione del diritto internazionale e, sul piano morale, di violenza che offende la coscienza dell’Umanità.
Tutto ciò, ed altro ancora, è stato alla base, e si è apertamente manifestato nella manifestazione di protesta contro “i fatti di Gaza” svoltasi nello scorso fine-settimana, a Milano.
Alla testa dell’imponente corteo del “popolo della pace”, i suoi dirigenti storici, in primis il compagno Agnoletto, uno che ancor oggi non riesce a peritarsi di come possa essere finito in un parlamento, per quanto europeo, quando un altro “peritava”, ma in tutt’altro senso, per consentire a lui di incrementare il proprio conto in banca a scapito del popolino-pacifista-bue.

Al suo fianco, l’immancabile “duo della morte”, vale a dire i “genitori di Carlo”, così indicati per la capacità di sfruttare, in senso letterale, l’assassinio del figlio “terrorista e provocatore” per uscire dall’anonimato del lavoro di spia e di pompiere per conto del sindacato e della “Sinistra”.
Dietro di loro, migliaia di giovani che giustamente esprimevano la loro rabbia contro i crimini dell’entità sionista.

Ma anche contro quelli, obiettività oblige, di Hamas, responsabile di reagire con razzetti “da ultimo dell’anno” ai supermissili già sperimentati a suo tempo dal compagno D’Alema contro il popolo serbo.
Giovani, tanti, tantissimi giovani. Desiderosi di “esprimere la loro voglia di pace”, di “gridare il loro no contro la guerra”, “contro tutte le guerre”.
Più indietro, nel pur imponente e compatto corteo (un corteo simile a quello che, all’epoca dei fatti di Genova, fu in grado di reagire alle provocazioni poliziesche perché, come ben si sa da allora, “l’amore è più forte della violenza”), lo spezzone del Leoncavallo.
Forte delle sue migliaia di manifestanti impegnati, fra l’altro, a tenere il ritmo ed il tono  degli slogan antisionisti lanciati dalla stella del locale meneghino Moni Ovadia. Da sempre in prima fila quando ci sono palestinesi da compatire e bestie sioniste da richiamare all’ordine. Insomma, una manifestazione riuscitissima, oltre che imponente, sia per partecipazione che per significato: un significato che ancora una volta ha percorso le vie del centro di Milano a cavalcioni dello slogan più urlato “Pace, Pace, Pace!”.

E diretto, naturalmente, agli “uomini di buona volontà”, Daniele Farina compreso. In fondo, non è dei “poveri di spirito” (“di spirito”, non di conto in banca), oltre che dei “pacifici” (pacifisti) il regno dei cieli?

P.S. Nei giorni successivi è giunta la notizia che l’aggressore sionista, venuto a conoscenza del ritorno sulla scena della politica internazionale del Movimento Pacifista, ed in particolare dei suoi padri fondatori rifondaroli (del pacifismo o del comunismo?), ha deciso di inchinarsi alle ragioni della Morale, del Diritto, della Pace e del Rifiuto del Terrorismo.
Per questo, non ha esitato a sospendere le operazioni belliche e ad inginocchiarsi ai piedi di padre Agnoletto, di suor Giuliani, di frate Giuliani, di san Daniele Farina e del “santo dei santi”, il “rabbino rosso”  Moni Ovadia…

di Eugenio Colombo

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