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Venti anni

“…la distruzione dell’URSS fece cadere in povertà milioni di persone, distrusse l’industria sovietica, disarticolò in toto la complessa struttura scientifica del paese, distrusse la sanità e l’educazione pubbliche e portò all’esplosione di guerre civili in varie repubbliche, molte delle quali caddero nelle mani di satrapi e dittatori.
È lampante che ci fosse un’evidente insoddisfazione tra una parte importante della popolazione sovietica, insoddisfazione che affondava le radici negli anni della repressione stalinista e che si acutizzò per l’ossessivo controllo della popolazione, e, ancor di più, per la disorganizzazione progressiva e la mancanza di alimenti e forniture che caratterizzarono gli ultimi anni sotto Gorbachev, ma la dissoluzione peggiorò tutti questi aspetti. Questa parte di popolazione era disposta a credere persino le bugie che dilagavano in URSS, diffuse a volte dai mezzi di comunicazione occidentali.
Nelle analisi e nella storiografia che si è costruita in questi vent’anni, è stato un luogo comune l’interrogarsi sulle ragioni dell’assenza di risposta del paese sovietico di fronte alla dissoluzione dell’URSS. Vent’anni dopo, lo sguardo d’insieme è più chiaro: l’acutizzazione della crisi paralizzò buona parte delle forze del paese, le dispute nazionaliste centrarono il dibattito sui supposti vantaggi della dissoluzione dell’Unione (tutte le repubbliche, perfino quella russa o almeno i suoi dirigenti, asserirono che le altre si stavano approfittando delle proprie risorse, che fossero agricole o minerarie, industriali o dei servizi, e che la separazione avrebbe provocato il superamento della crisi e l’inizio di una nuova prosperità) e l’ambizione politica di molti dirigenti, nuovi o vecchi, verteva sulla creazione di nuovi centri di potere, di nuove repubbliche.
Inoltre, nessuno poteva organizzare la resistenza, perché i principali dirigenti dello Stato stavano capeggiando l’operazione di smantellamento (in modo attivo come Yeltsin, o in modo passivo come Gorbachev) e il partito comunista era stato bandito e le sue organizzazioni smantellate. Il PCUS si era fuso nel corso degli anni con la struttura dello Stato, e questa situazione gli dava forza, ma anche debolezza: quando fu vietato, i milioni di militanti rimasero orfani, senza iniziativa, e molti di essi rimasero in attesa, impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti.
Nel passato, questi dirigenti opportunisti (come Yeltsin, Aliev, Nazarbayev, presidente del Kazakistan dalla sparizione dell’URSS, la cui dittatura ha appena proibito l’attività del nuovo Partito Comunista Kazako) dovevano agire nell’ambito del partito unico, e di alcune leggi e di una costituzione che li obbligarono a sviluppare una politica favorevole agli interessi popolari.
Il collasso dell’Unione mostrò il suo vero carattere, trasformandosi nel saccheggio della proprietà pubblica e configurando regimi repressivi, dittatoriali e populisti, che ricevettero l’immediato appoggio dei paesi capitalisti occidentali. Con una sinistra ironia, i dirigenti che furono protagonisti del più grande furto della storia furono presentati dalla stampa russa e da quella occidentale come “progressisti” e “innovatori”, mentre chi cercò di salvare l’URSS e di mantenere le conquiste sociali della popolazione furono ostracizzati come “conservatori” e “immobilisti”.
Questi progressisti si sarebbero poi lanciati verso una sfrenata predazione delle ricchezze pubbliche, rubando a piene mani, con i “liberatori” e i “progressisti” che avrebbero guidato la più grande truffa della storia e un massacro di dimensioni terrificanti, non solo per il bombardamento del Parlamento, ma anche per un’operazione di ingegneria sociale (la privatizzazione selvaggia) che ha causato la morte di milioni di persone.
Un aspetto secondario del tema di cui ci stiamo occupando, ma rilevante per le implicazioni nel futuro, è la questione di chi guadagnò dalla sparizione dell’URSS. Naturalmente, non fu la popolazione sovietica che, vent’anni dopo, ha ancora un tenore di vita inferiore a quello che aveva raggiunto sotto l’URSS. Tre esempi possono bastare: la Russia aveva centocinquanta milioni di abitanti, e ora ne ha appena centoquarantadue; la Lituania che contava nel 1991 tre milioni e settecentomila abitanti, ora raggiunge solo i due milioni e mezzo; l’Ucraina, che ne aveva cinquanta milioni, oggi arriva a quarantacinque. Oltre ai milioni di morti, la speranza di vita è diminuita in tutte le repubbliche. La sparizione dell’URSS fu una catastrofe per la popolazione che cadde in mani di delinquenti, di satrapi, di ladri, molti dei quali ora riconvertiti in “rispettabili imprenditori e politici”. Gli Stati Uniti si affrettarono a cantare vittoria, e tutto sembrava indicarlo: il suo principale rivale ideologico e strategico aveva smesso di esistere. Ma, se Washington guadagnò sul momento, la sua disastrosa gestione di un mondo unipolare diede inizio alla propria crisi: la sua decadenza, anche se relativa, è un fatto e il ripiegamento militare in tutto il mondo si aggraverà, a dispetto dei voleri dei governanti.
Vent’anni dopo, l’Unione Sovietica è ancora presente nella memoria dei suoi cittadini, tanto tra i veterani come tra le nuove generazioni. Olga Onoiko, una giovane scrittrice di ventisei anni che ha guadagnato il prestigioso premio Debut, ha affermato alcuni mesi fa, con un’ingenuità che rivela anche la coscienza di una gran perdita: “L’Unione Sovietica appare nella mia mente come un paese grande e bello, un paese soleggiato e festante, il paese dei sogni della mia infanzia, con un chiaro cielo azzurro e bandiere rosse che sventolano.” Da parte sua, Irina Antonova, una donna eccezionale di ottantanove anni, direttrice del celebre Museo Pushkin di Mosca, ha aggiunto: “L’epoca di Stalin fu un momento duro per la cultura e per il paese. Ma poi ho visto, tempo dopo, un gran paese che si è perso in modo involontario e non necessario. [...] A volte mi dico che voglio solo andare all’altro mondo dopo aver visto di nuovo un germoglio di qualcosa di nuovo, qualcosa di realmente nuovo. Un Picasso che trasformi questa realtà dall’arte, dalla bellezza e dall’emozione umana. Ma la cultura di massa ha divorato tutto. Ha abbassato il nostro livello. Anche se passerà. È solo un periodo brutto. E lo supereremo.”

I brani che avete letto sono tratti da un articolo di Higinio Polo, “Venti anni senza l’Unione Sovietica”, pubblicato sul sito de El Viejo Topo.