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I reportages de Il Buio

SALVATE IL SINDACO PARMESANI FLAVIO, “OPERAIO METALLURGICO NON ALTROVE CLASSIFICATO”

Dal nostro indignato speciale

Casalpusterlengo è una cittadina che, in inverno, affiora dalle nebbie della bassa padana, troppo lontana da Milano e troppo vicina a Lodi, si potrebbe dire parafrasando un famosa definizione del Messico “così lontano da dio e così vicino agli Stati Uniti”.
Nonostante l’anonimato di una zona grigia per la meteorologia e bianca per la Politica, Casalpusterlengo ha sempre vantato una lunga e prestigiosa tradizione antifascista e progressista.
Che le proviene anche dall’aver svolto un ruolo di assoluto rilievo tanto nella prima quanto nella seconda Resistenza (soprattutto nella seconda, anche perché è molto più facile cercare di far meglio quello che, la prima volta, si era fatto a metà), quella che, eliminato l’ostacolo del canagliume nazi-fascista (dei servi) cercò senza riuscirvi di superare anche quello della feccia capitalistica vera e propria (dei padroni).
Da qualche anno, però, le cose sono cambiate.
Per tante ragioni: la ristrutturazione produttiva, innanzitutto; la crisi delle campagne, la restaurazione politica, la conquista del Potere da parte di una generazione (gli ex picisti ed i berluscones, cioè i cojones della nostra epoca di zombies senza storia e senza futuro, senza nulla tranne i conti in banca, la villa di valore, l’auto di lusso e l’amante sotto il letto)  di dilettanti allo sbaraglio….
Oggi Casalpusterlengo ha un sindaco della Lega, il collettore organizzativo di tutta la melma tracimata da una campagna devastata dagli insediamenti industriali (la Lever Gibbs, in primis, fortemente voluta dall’allora PCI in nome dello sviluppo delle forze produttive, della formazione di una classe operaia locale che avrebbe dovuto farsi carico del rinnovamento culturale e politico dell’intera zona e della creazione di un sistema clientelare alternativo a quello democristiano) e dalla globalizzazione capitalistica, responsabile più o meno direttamente della trasformazione degli operai in comunisti pentiti e del proliferare di bottegai, di pensionati rincoglioniti dai troppi rosari e dai troppo bottiglioni di vino scadente, di “pie donne” pendolari sui generis fra casa e chiesa…
Perché ci occupiamo, noi che solitamente disdegnamo occuparci delle cose locali, proprio di Casalpusterlengo?
Perché il neo-sindaco di Casale, tale Flavio Parmesani ha deciso di intitolare una via comunale in un borgo, lo ripetiamo, tradizionalmente antifascista e progressista, proprio ad un giovane squadrista, Sergio Ramelli, noto agli studenti dell’Istituto Molinari più per la sua abilità nel bastonare le teste ed altre parti del corpo dei giovani di sinistra che per intelligenza o per amore dello studio, negli anni in cui la marmaglia nazi-fascista cercava di terrorizzare, con la complicità delle forze dell’ordine, la vita politica milanese.
Ramelli, al pari di altri camerati incriminati per aver assassinato con una bomba a mano un poliziotto in occasione di una manifestazione di nostalgici, era peraltro il fido “compagno di merende” e di raid squadristici di Ignazio La Russa, l’ex ministro della Difesa. Uno, La Russa, che, scampato per (sua) fortuna all’ira delle sue potenziali e reali vittime, non trovò di meglio che abbandonare in fretta le piazze (quella milanese di San Babila, in particolare) per occupare le stanze del fino ad allora esecrato potere, un potere nato peraltro dal crollo dell’amato e rimpianto regime fascista. In totale sintonia, peraltro, con gli altri camerati, notoriamente fedeli e rispettosi dell’imperativo “il nostro onore si chiama fedeltà” (e, soprattutto, coerenza, aggiungiamo noi).
Per conoscere le ragioni della morte di Sergio Ramelli, il collega casalese del sindaco leghista di Varallo Sesia (che si è di recente segnalato per aver sostenuto che “perché esiste il grana padano esiste la Padania”, con ciò confermando indirettamente la tesi che, poiché esiste il pecorino, deve esistere anche Pecorinia, la parente povera della disneyana Topolinia) potrebbe ad ogni buon conto ad un altro collega di coalizione. A quel Gaetano Pecorella che, nel non lontanissimo 1987, nell’aula del Tribunale di Milano in cui si svolgeva il processo contro i presunti colpevoli della morte di Sergio Ramelli, spiegò, nella sua arringa a favore degli imputati, che “Quando i diritti fondamentali di una comunità non vengono realizzati, come la messa al bando del MSI, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti… Togliere agibilità politica e spazi di aggregazione ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale” (in L’Unità del 6 maggio 1987).
E’ vero: all’epoca Gaetano Pecorella era “un compagno”. Mentre oggi è un esponente di primo piano del berlusconiano Partito dell’Amore, meglio conosciuto come Popolo della Libertà (?). Qual è il Pecorella credibile? Quello del 1987 o quello di oggi?
Al sindaco Parmesani l’onere di sciogliere un quesito tutt’altro che amletico, e comunque facilmente risolvibile anche per uno come lui…
Tornando, come dicono gli anarchici, a bomba, forse la risposta è semplicissima: Ramelli era di Casale!
Invece no, Ramelli era nativo di Lodi, non di Casale.
Era cioè della stessa città che “ha dato i natali”, si fa per dire tanto per restare in tema, al signor Flavio Parmesani, neo-sindaco leghista della cittadina di Francesco Scotti, eroe della Resistenza italiana e di quella antifranchista di Spagna, nella fine-anni Trenta del secolo scorso, per ricordare solo un nome fra i tanti.
E allora perché, tenuto conto che, a maggior ragione, lo squadrista Ramelli era di Lodi?
Tenta maldestramente di spiegarlo un documento, a firma Luca Peviani, fatto pervenire a tutti i capogruppo del consiglio comunale di Casalpusterlengo. E che abbiamo potuto leggere grazie alla cortesia di un esponente del PDL locale che forse si illudeva, così facendo, di tacitare la voce della propria coscienza di democratico violentato dall’ennesima prova di idiozia e di malafede di un partito “di plastica” composto da reduci dei bunga bunga e da raccomandati da compare Dell’Utri.
Luca Peviani è, sempre secondo il sito ufficiale del Comune uno la cui professione è riconducibile sotto l’ampia categoria “assistenti, tecnici sanitari e assimilati”: una specie di intellettuale, insomma, al confronto degli altri colleghi di Giunta.
Il signor Peviani è Assessore ai Lavori Pubblici, alla Protezione Civile ed ai Trasporti: in questa veste è competente a parlare di targhe, anche se, insinuano i soliti maligni del posto, è rimasto a lungo convinto che “via Togliatti” volesse dire che l’ex dirigente del PCI, a Casale, proprio non lo volevano…
Ed è un esponente del PDL, il giocattolino personale di Superviagra Berlusconi, che lo costruì a propria immagine e per sottrarsi alla galera e al fallimento economico; non della Lega.
La cosa, e cioè che il signor Peviani militi nel PDL e non nella Lega, in fondo, è meno insolita e contraddittoria di quanto si possa credere. Soprattutto se si pensa, per fare solo qualche esempio recente, che, nelle ultime elezioni comunali a Milano, il gruppo nazistoide degli Hammer Skin ha fatto campagna elettorale per la Moratti, ed in modo particolare per un candidato della sua lista.
Per non parlare degli esponenti dell’estrema destra milanese che si sono raggruppati attorno al partito-famiglia di Tappo-Berlusconi, in parte affluendo direttamente nelle sue fila (cfr. l’Osservatorio democratico sulle nuove destre, edizioni BFS).
O il caso dei “giovanotti” di Vicenza aderenti alla Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del PDL che, significativamente, riprende il nome (e, a quanto pare, l’orientamento nostalgico degli iscritti) della defunta organizzazione giovanile del MSI di Almirante e di Fini.
I quali hanno pensato bene, quest’anno, di festeggiare il 25 aprile sventolando… le bandiere della Repubblica Sociale Italiana, la repubblichetta di carta e di feci creata dai Nazisti hitleriani per far dono a Mussolini di un giocattolino che lo risarcisse in qualche modo della perdita di un regime che, al pari del suo Duce, era la semplice caricatura dell’Impero Romano; ed esibendosi nel (supernostalgico) saluto consistente nell’alzare una mano aperta solo per anticipare l’esibizione anche dell’altra in segno di resa. Una volta resisi conto che “vincere o morire” non fa al caso di chi adora la trinità “dané, figa e balòn”.
Fra i nostalgici dei “giovani di Salò” così amati e rispettati dal “compagno picista” Violante, c’è Alessandro Benigno, coordinatore provinciale della Giovane Italia (quella del Superviagra Nazionale, non quella del fucilatore repubblichino Almirante!) ed esponente del PDL! (cfr L’Espresso-La Repubblica del 26 aprile 2011).
Per essere nostalgici dell’”eroico Gran Puzzone dalle mani pulite” che scappava travestito da soldato tedesco e con un carico di oro al séguito sufficiente a finanziare per anni la Resistenza e l’intera struttura organizzativa del Partito Comunista, in fondo, non è affatto indispensabile aver militato nel MSI o in AN.
Che sia stato dunque un Assessore eletto nelle fila del PDL a firmare il documento che ha per oggetto una “risposta all’interrogazione presentata dai consiglieri (…) in merito all’intitolazione di una via della città a Sergio Ramelli”, non stupisce affatto. Comunque sicuramente meno del fatto che un esponente della maggioranza di centro-destra in cui la Lega la fa da padrone (non da maestro, perché sarebbe una contraddizione in termini!) sia riuscito a scrivere un documento in italiano, non in dialetto…
Ed anche perché, certe fesserie, se non nascono dall’inesauribile filone delle scemenze leghiste, a quale altra falda con le stesse caratteristiche di inattendibilità, falsità storiche e letame politico in genere potrebbero e possono mai attingere?!
A questo punto, ai nostri lettori chiediamo l’ultimo sforzo. Perché ci accingiamo a citare alcuni passaggi del documento che l’Assessore Peviani ha firmato incurante non solo della verità, ma anche e soprattutto della decenza.
Sorvoliamo sull’osservazione, ad un tempo retorica e banale, che “come molti giovani degli anni settanta, Sergio Ramelli fu costretto (da chi? da quelli che lui, semmai, costringeva ad inneggiare al Fascismo e a supplicare i non essere bastonati a sangue?, ndr) a pagare con la propria vita l’odio politica fomentato da altri, dopo aver testimoniato una sincera passione politica e il coraggio con cui si manifestano le proprie idee” (i nostri lettori trattengano l’indignazione e le risate, leggendo fesserie da letamaio del genere. In fondo, essendo lui nato proprio nel 1968, non si può rimproverare al signor Peviani, il pennino del sindaco Parmesani di confondere gli squadristi neofascisti di quegli anni, i protetti dai criminali di Stato responsabili delle stragi, ancor oggi impunite, con cui si cercava di invertire la rotta della Storia, con le camicie rosse di Garibaldi o con i partigiani antifascisti.
Concentriamoci piuttosto sulle conclusioni della lettera del duo Parmesani-Peviani.
Ramelli, per la sua giovane età, è da considerarsi vittima di un particolare periodo storico, vittima non solo del pestaggio che ne causò la morte, ma di un contesto di recrudescenza ideologica e di una logica politica che privilegiò la violenza. Oggi l’A.C. di Casalpusterlengo sente il dovere di ribadire il principio del rifiuto dell’uso della violenza (come ben sanno gli extracomunitari vittime di una versione molto originale del pacifismo della Giunta di Casale, ndr) a scopo politico in qualunque schieramento politico sia esso collocato a destra come a sinistra”.
In poche righe, Parmesani, pardon: Peviani, rispolvera una vecchia posizione, a dir poco lurida e provocatoria, della sedicente Maggioranza Silenziosa, un raggruppamento di destra che, alla fine degli anni Sessanta, esprimeva l’ideologia, la subcultura e, soprattutto, gli interessi pratici di bottegai, aristocrazia operaia, impiegati, sottoproletari e beghine frustrate dalle dieci proibizioni bibliche. Guarda caso (?) gli stessi strati sociali che oggi si sentono rappresentati dal Partito dell’amore in versione berlusconiana e dalla Lega.
La Maggioranza Silenziosa, un’accozzaglia di fascisti, di democristiani e di anticomunisti viscerali orfani di Scelba, della sua polizia e del clima della guerra fredda  creato in Italia alla fine della seconda guerra mondiale per impedire la conquista del potere da parte dei comunisti, era nettamente, visceralmente contro gli “opposti estremismi”. Era, e la cosa non potrà che far piacere al duo Parmesani-Peviani, contro “l’uso della violenza in qualunque schieramento politico, sia esso collocato a destra come a sinistra”.
“A destra come a sinistra”, allora come oggi.
Allora come oggi dappertutto, tranne che al Centro.
Tranne che nello Stato.
Che gode del monopolio della violenza, dunque il copyright del suo utilizzo. Avete mai visto, infatti, un “rappresentante delle istituzioni” condannato per i crimini commessi in nome, nell’interesse e per conto dello Stato?
Chi si è reso responsabile delle stragi, da quella di Portella delle Ginestre arrivando a quella di Ustica, di Capo d’Otranto, di Capaci e passando, per depositare altre bare, da Piazza Fontana, a Milano, da Bologna, da Brescia, dall’Italicus e via elencando crimini rimasti in gran parte impuniti?
Perché, allora, il Partito dell’amore (e della Storia riscritta a beneficio delle proprie frustrazioni e della propria ignoranza) di Luca Peviani o quello del Trota del sindaco Parmesani non intitolano una via alle vittime della violenza di Centro, cioè della violenza di Stato?
Perché il sindaco di Casale è un fascista, rispondono quelli che non amano le sottigliezze ed i distinguo e vanno subito al sodo, come si dice in questa zona di gente pratica e insensibile ai richiami della sottigliezza dei ragionamenti filosofeggianti!
Sono di questa idea, fra gli altri, l’ANPI e la locale sezione del PCL (Partito Comunista dei Lavoratori), l’unica che cerchi da tempo di liberare Casale dalla noia e dal grigiore qualunquistico in cui è stata fatta precipitare.
Be’, fascista… Non proprio…
D’accordo: è vero che in occasione dell’ultimo 25 aprile il sindaco ha definito i partigiani “degli assassini” (ingiuria più ingiuria meno), ma probabilmente lo ha fatto convinto di essere di essere all’osteria e di poter “sparare” impunemente le proprie fesserie da abusatore di alcol da dieci centesimi al litro di fronte ad una platea di avvinazzati e di buontemponi.
Perché ci vuole altro, per fare un vero fascista, come disse il terrorista nero Tuti constatando che il camerata Gasparri se la dava a gambe alle prime cariche della polizia!
Per capirlo, è sufficiente prendere il considerazione la biografia del Nostro “primo cittadino” (se questo è “il primo”, figurarsi gli altri…).
Parmesani, dicono i suoi concittadini, è stato un tecnico, un tecnico di laboratorio.
In un Istituto professionale di Casale che vanta (si fa per dire!) una scolaresca di paesanotti figli di bottegai o di ex contadini del tutto irrispettosi di qualunque forma di Autorità, quella del personale scolastico compresa.
Una situazione, dunque, che aggiunge frustrazione a frustrazione: la frustrazione indotta da un ambiente poco o punto stimolante; e quella che deriva dall’esercitare una professione poco o punto prestigiosa.
Provate a visitare il sito-web del Comune di Casalpusterlengo; e a leggere le note personali del sindaco. Alla voce “Categoria Professione” potete legge: “Operai Metallurgici non Altrove Classificati”. Il che, tradotto in linguaggio normale, sta a significare: guardate, abbiamo un sindaco, ma non sappiamo neppure che lavoro svolga! Se questo non è essere considerati, dai tuoi stessi dipendenti, meno di una pelle di salame, come pare dicano a Casale…
Qualcosa di analogo, sicuramente, nella vita privata ed in quella politica più ristretta: ve l’immaginate che compagnia edificante e formativa quella in cui pochissimi  sanno leggere, quasi nessuno conosce l’italiano e tutti vomitano calunnie ed ingiurie sugli extracomunitari con la stessa animosità con cui litigano giocando a bocce?! In un partito i cui dirigenti si sono vantati in più di un’occasione di non aver mai letto un libro in vita loro!
In questo mare di onde che portano alla superficie il complesso di inferiorità o l’assenza di un’identità certa (docente o “operaio metallurgico non altrove classificato”?), che cosa può fare, un piccolo (ma piccolo) borghese come il Nostro (pochissimo) amato sindaco?
Può proiettare, per dirla con Freud (si tranquillizzino i leghisti che sanno leggere: non è una parolaccia. Anzi, è il nome di uno più “nordico” di loro che suddividono la popolazione in “nordici” e “sudici”) le proprie frustrazioni, le proprie nevrosi su qualcuno o su qualcosa che sembra compensarle. Sembra: perché solo in apparenza le compensa.
Sui Mussolini, sui Bossi, a volte persino sui Trota (che avrà tutti i limiti di questo mondo – anzi: del piccolo mondo leghista – ma sicuramente non quello di essere la dimostrazione personificata del fatto che anche un completo deficiente può diventare un personaggio importante)…
Il sindaco di Casalpusterlengo, dunque, non è un fascista.
I fascisti, quelli veri, sono in fondo individui che hanno una personalità propria. Criminale ed oscura, certo, ma pur sempre una personalità, un’identità definita e riconoscibile, per certi aspetti persino da rispettare (stiamo pensando, lo confessiamo, al diritto di essere fucilati senza benda sugli occhi, e non alla schiena, come si dovrebbe fare con i traditori).
La personalità di un povero tecnico di provincia che gode del consenso di pensionati rincoglioniti da anni di lavoro nelle stalle o in fabbrica; di beghine che biascicano litanie demenziali per poter dare un senso ad una vita senza più stimoli e senza più voglie; da commercianti che non sanno distinguere fra la gestione della propria bottega dall’amministrazione di un Comune o, a maggior ragione, di uno Stato; di ex picisti e di ex democristi accumunati, oltre che da una concezione del partito come chiesa e del suo leader come novello profeta, da un’ignoranza abissale ed incolmabile; la personalità di un mini-reazionario di provincia, dicevamo, è in fondo solo qualcosa di patetico.
Certi teppisti scrivono sui muri; certi sindaci, sui muri, si dilettano a cambiare il nome delle vie, intitolandole a squadristi meritevoli di essere ricordati solo per le loro imprese mercenarie e vigliacche..
Ciò nonostante, per il sindaco di Casale, per i motivi che abbiamo ricordato, intitolare una via a Sergio Ramelli ha un senso, una spiegazione piuttosto elementare e scontata. Il Nostro nutre sicuramente una (inconscia?) ammirazione per i violenti: in fondo loro possono fare ed hanno fatto tutto ciò che lui vorrebbe fare ma non ha il coraggio di fare. Ad esempio, vendicare le vittime dei partigiani “assassini”…
Come i bambini che desidererebbero essere forti ed invincibili ma sono invece deboli e vulnerabili che si identificano in Superman e nelle sue eroiche imprese.
I bambini, però, danno prova di una coerenza del tutto sconosciuta a Fulvio Parmesani.
I bambini non amano chi dimostra di avere “due facce”. Chi si considera cittadino di un’altra “nazione” ma viene stipendiato da uno Stato di cui si sente nemico irriducibile. O chi si considera erede ed ammiratore di un regime fatto opportunamente affogare nella fogna della Storia ma che accetta di buon grado di essere dipendente e rappresentante dello Stato responsabile dell’esecuzione. Oppure ancora chi ha giurato di rispettare regole e principi ma che puntualmente si rimangia la parola data dimostrando che, per lui, la coerenza e l’onore sono come l’intelligenza e il buongusto per Bossi: qualcosa che da qualche parte dicono ci sia, ma da qualche altra parte, altrove.
Il sindaco Parmesani, lo ribadiamo con forza e con convinzione (?), non è un fascista.
Anche se insulta i partigiani definendoli “assassini”, convinto probabilmente che la Resistenza fosse qualcosa che riguardava l’elettricità.
Che i “comunisti” tirino giù le loro mani grondanti sangue innocente da un povero “operaio metallurgico”, non da un insegnante come calunniosamente si séguita a sostenere indifferenti al fatto, del tutto evidente, che un insegnante non accenterebbe mai il “qua”, cosa che invece è avvenuta in un manifesto comunale affisso a suo tempo per ringraziare un “illustre concittadino” che si era segnalato in campo sportivo!
I fascisti veri sono altri, e non sono certo caricature provincialotte e un po’ ridicole, visto che, a quanto riferiscono i detrattori del Nostro, anche Parmesani, al pari del Trota, quando scoppia un temporale e si vedono i lampi, sorride convinto che lo stiano fotografando.
Per tutte le ragioni che abbiamo fin qui elencato abusando forse della pazienza dei nostri lettori, ed in particolare di quelli sempre a caccia di curiosità, di personaggi stravaganti e di storie comiche, come non condividere l’appello contenuto nel titolo di questa corrispondenza, e cioè “Salvate il sindaco Parmesani!”?
Salvatelo non per seguitare a disprezzarlo e a calunniarlo, ma per far emergere a quale livello di degradazione sia precipitata una Casale già faro dell’antifascismo e del progressismo in un Lodigiano sempre più avvolto nelle nebbie.
Dell’ignoranza.


Eugenio Colombo
Indignato speciale de IL BUIO