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L’esecuzione di Somoza

Abbiamo già avuto occasione di ricordare Enrique Gorriaràn Merlo, uno dei dirigenti del PRT-ERP (Partido Revolucionario de los Trabajadores-Ejército Revolucionario del Peublo), morto di recente  (il 22 settembre 2006) in Argentina dopo un’intera vita dedicata alla lotta contro il fascismo e la barbarie imperialista. Merlo, sul finire degli anni Settanta, militò anche nell’Esercito Sandinista e prese parte all’esecuzione del dittatore nicaraguese Anastasio Somoza.
Quella che potete leggere qui di seguito è la cronaca di quell’eroica azione della guerriglia, ricostruita in base ai ricordi dello stesso Gorriaràn Merlo.
Noi a lui la dedichiamo.
A lui e a tutti i compagni che prima e dopo di lui hanno combattuto per un’Umanità senza guerriglieri perché ormai senza servi e senza padroni.

Luca Ariano della redazione Esteri de IL BUIO

Il conto alla rovescia, per la vita del dittatore Somoza, ebbe inizio nel maggio del 1980, allorquando il comando guerrigliero lo individuò ad Asunciòn, la capitale del Paraguay del generale Stroessner.
I guerriglieri affittarono una casa in Avenida Espana a nome del famoso cantante spagnolo Julio Iglesias, che, nel suo ultimo disco, aveva dedicato tre canzoni al Paraguay. E si procurarono l’armamento occorrente al mercato nero del Paraguay. Armamento che “imboscarono” vicino alla frontiera, dalla parte argentina: tra le armi, un bazuka, un M16 ed un Ingram.

Avenidas Espana era un vero e proprio nido di vipere: a quattrocento metri c’era lo Stato Maggiore dell’Esercito; a trecento metri, l’Ambasciata degli Stati Uniti, di fronte all’abitazione di Stroessner, un posto di sorveglianza permanente

La cospirazione contro il dittatore nicaraguese Anastasio Somoza Debayle nacque da una conversazione fra amici davanti a bottiglie di birra e piatti di carne nel ristorante Los Gauchos, dove Ramòn, Santiago e Armando erano soliti riunirsi una volta alla settimana per ricordare i tempi della guerriglia.
- Fa rabbia pensare che questo criminale stia godendo i suoi milioni in Paraguay- osservò Armando
- Ah, no! – aggiunse – sarebbe proprio una vergogna storica consentire ad un assassino del genere di morire tranquillamente nel proprio letto! –

Ramòn, Armando, Francisco e Santiago avevano combattuto con la guerriglia sandinista nel Frente Sur “Benjamin Zeledòn”, come “integrantes” di una colonna guerrigliera di internazionalisti che si scontrò con la Guardia Nazionale somozista nella  zona di RivasySan Carlos, Rio San Juan, durante l’offensiva finale contro il regime dittatoriale.
Dopo la fuga dal Nicaragua, avvenuta il 17 luglio 1979, Somoza Debayle – che si vantava di parlare l’inglese meglio dello spagnolo – ebbe il tempo di sostare qualche ora a Miami, negli Stati Uniti, prima che l’allora presidente Jimmy Carter gli facesse saperere che era “persona non grata”.
Ebbe così inizio un pellegrinaggio che lo condusse prima a Panama e successivamente in Paraguay, dove il dittatore Alfredo Stroessner gli offrì asilo politico.

Ma torniamo ai guerriglieri che giustiziarono Somoza.
Dai giornali, appresero che l’ex dittatore viveva in Avenida Marasca Lòpez, ad Asunciòn, e che ogni volta che faceva la sua apparizione in città in una limousine con tanto di chauffeur, era accompagnato immancabilmente da un Ford Falcon rosso con a bordo quattro “gorilla”.
In sèguito, tuttavia, scoprirono che Somoza aveva cambiato domicilio. Decisero di chiamare Somoza “Eduardo”.
Ed avevano stabilito un sistema di vigilanza dell’abitazione dell’ex dittatore consistente, fra l’altro, nell’annotare i dati delle targhe automobilistiche che utilizzava Somoza, ben consapevoli che il problema principale di tutta l’operazione che stavano realizzando consisteva nel fatto che “Eduardo” aveva abitudini assolutamente irregolari.

Somoza si serviva di due limousine Merceds Benz (una bianca e l’altra azzurra), un Falcon rosso (per le sue guardie del corpo) ed un Cherokee Chief, per gli impieghi generici.
Mentre i guerriglieri diretti da Ramòn organizzavano il cerchio di vigilanza attorno all’ex dittatore, un altro gruppo, formato dai guerriglieri Pedro, Francisco e Osvaldo, si incaricava di trasferire le armi dalla frontiera argentina alle basi predisposte allo scopo.
L’armamento per l’operazione comprendeva, come abbiamo già ricordato, un M16, un Ingram ed un bazuka.

Dopo quaranta giorni di appostamenti senza effetto, Armando riuscì ad individuarlo, del tutto casualmente, il 22 luglio 1980. Poiché c’erano problemi a controllare l’obiettivo in condizioni di sicurezza, Osvaldo ebbe l’idea di compare un chiosco da giornalaio a 250 metri circa dalla casa di Somoza, così da migliorare l’osservazione.
Avvenne così che Osvaldo si trovò a vendere riviste pornografiche ai poliziotti, con cui fece amicizia senza che essi nutrissero il minimo sospetto!
Prima che Armando avvistasse Somoza il 22 luglio, la Merceds bianca dell’ex dittatore ed il Falcon rosso dei suoi “gorilla” erano stati individuati davanti a diversi ristoranti di Asunciòn: fu presa così in considerazione l’idea di compiere l’attentato in questi luoghi.

Si pensò anche di noleggiare un camion per vendere verdure sulla Avenida Espana, e di nascondervi sotto le armi fino all’arrivo di “Eduardo”.
Quando il gruppo guerrigliero si rese conto che i movimenti di Somoza erano del tutto irregolari scoprì che uno dei pochi prevedibili era che usciva sempre di casa in Mercedes, proseguiva diritto per Avenida Espana, invece di girare in una direzione o nell’altra all’altezza dei diversi semafori.

Dopo un’assenza durata 21 giorni, Somoza ricomparve, nella sua Mercedes Benz azzurra, con alle costole il solito Falcon rosso: era il 10 settembre 1980.
I guerriglieri decisero gli ultimi dettagli: acquistarono una camionetta Chevrolet per la ritirata, una camionetta che peraltro non si incendiò completamente.
La mattina del 15 settembre, ciascun guerrigliero era pronto con le proprie armi: Armando con un FAL, Ramòn con un M16 e trenta proiettili nel caricatore, oltre ad una pistola Browning 9 millimetri.

L’arma del capitano Santiago era un RPG-2, il bazuka. Osvaldo era incaricato di segnalare, con il walkie-talkie, l’arrivo della carovana di auto; dopodiché  ognuno dei guerriglieri sarebbe uscito dalla “Casa di Julio Iglesias” ed avrebbe raggiunto la sua postazione  di combattimento entro tredici secondi.
L’Ora Zero arrivò alle 10 e 35 del mattino del 17 settembre 1980, allorquando Osvaldo avvistò la carovana dal chiosco di giornali e trasmise per radio il segnale convenuto agli altri guerriglieri.

- Bianco, bianco! – disse.
Julio César Gallardo, esperto chauffeur e guardia del corpo di Somoza, guidava la Mercedes.

Sul sedile posteriore, accanto all’ex dittatore, era seduto Joseph Bainitin, il suo assistente economico di nazionalità statunitense. Come convenuto, Ramòn si appostò con il suo M16 nel giardino della “ Casa di Iglesias”; Armando, invece, spostò la Cherokee sul marciapiedi, pronto ad intercettare la carovana di Somoza.
La Mercedes di Somoza era ferma al semaforo; quando arrivò il verde Armando calcolò il tempo necessario per lasciar passare i veicoli che precedevano l’obiettivo, mentre Ramòn, da parte sua,  aspettava il segnale per allertare Santiago con il suo bazuka.

Armando irruppe con la Cherokee sulla strada. La Mercedes di Somoza frenò.
Ramò sentì un rumore alle spalle, si voltò e vide Santiago che aveva problemi con il bazuka. Allora impugnò l’M16 ed incominciò a sparare.
Il piano iniziale prevedeva che Santiago avrebbe sparato per primo, nel caso la Mercedes fosse stata blindata. Poiché l’arma si era inceppata, a Ramòn non restò che aprire lui il fuoco.
Dopo il primo tentativo, Santiago si inginocchiò, tolse il proiettile difettoso dal caricatore e ricaricò. Poi prese la mira, ma non sparò.

Dopo il primo assalto, la limousine di Somoza, con l’autista già morto, stava andando alla deriva, senza più guida. La scorta del dittatore, da parte sua, aveva incominciato a sparare.

Entrò allora in azione il bazuka di Santiago: si udì un’esplosione impressionante (il tettuccio ed una portiera della Mercedes volarono in pezzi), che fu udita ad isolati di distanza, subito seguita da un silenzio altrettanto sconvolgente; l’auto venne completamente distrutta e la scorta, che aveva cessato il fuoco, si affrettò a nascondersi dietro il muro di una casa che sorgeva nei paraggi.
Brandelli del cadavere dell’autista di Somoza ricaddero sul marciapiedi a trenta metri. Somoza e Bainitin, naturalmente, morirono sul colpo.
Armando, Ramòn, Osvaldo e Santiago salirono sulla Chevrolet azzurra, ma furono costretti ad abbandonarla quando su fermò dopo pochi metri. Fuggirono allora con un Mitsubishi-Lancer che avevano intercettato.
L’Umanità ora aveva qualche bestia in meno infiltrata nelle proprie fila…
E la Rivoluzione qualche successo in più nel proprio – ahimé ancora troppo
povero – archivio…

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Un mese prima di morire, vittima, non delle scimmie indigene o di quelle  nordamericane, che pure gli avevano dato la caccia per tutta la sua gloriosa  ed esemplare vita di rivoluzionario internazionalista, Gorriaràn Merlo – che  aveva fatto parte del gruppo guerrigliero che si incaricò di giustiziare il  boia Somoza – ha rilasciato un’intervista che qui di sèguito in parte  riproduciamo.
Lo facciamo, traducendo liberamente dall’originale, per l’indiscutibile  interesse che riveste la testimonianza del comandante Enrique Haroldo  Gorriaràn Merlo, la cui vita fu – per dirla con le parole dell’estremo  saluto rivoltegli dall’Ejército de Liberaciòn Nacional (ELN) della Colombia  – “un esempio di dignità”.
E all’appello dell’ELN colombiano ci uniamo senza esitazioni scandendo anche  noi:

“Comandante Enrique Haroldo Gorriaràn Merlo: PRESENTE, PRESENTE, PRESENTE!
Hasta cuando? Hasta Siempre!”.

Parliamo dell’esecuzione di Somoza. Come avvenne?

“A differenza di quello che si è soliti dire, non fu un’azione compiuta per  vendetta, bensì l’attacco ad un dirigente della Controrivoluzione. Somoza fugge negli Stati Uniti, dopo il trionfo della rivoluzione in  Nicaragua. Carter – che rappresentò una specie di pausa nella Dottrina  statunitense della Sicurezza Nazionale – gli negò appoggi. Allora Somoza si  rifugia in Paraguay: non solo per l’aiuto che gli avrebbe fornito  Stroessner, ma soprattutto per i vincoli che il dittatore di Asunciòn  intratteneva con i colleghi argentini (aveva partecipato alla Escuela de Las  Americas, nota “fabbrica” di torturatori, con il generale Galtieri).

Dal Paraguay cercò l’appoggio dei militari dell’Honduras ad una missione di  golpisti argentini: quando entrammo in azione per giustiziare Somoza, una  delegazione argentina era già presente in Honduras. Questa delegazione era  diretta dal mayor Silveira, oggi accusato della desapariciòn di 164 persone  proprio in Honduras.

Si stava insomma organizzando la controrivoluzione; e si stavano già  preparando le prime azioni per consentire ai somozisti di riprendere il  potere. Dalla valutazione di questi fatti nacque l’idea di giustiziare  Somoza, l’unico che eravamo in grado di collocare -  a differenza degli  altri – in Paraguay.

Ci vollero comunque 41 giorni prima che riuscissimo ad individuarlo per la  prima volta. In seguito, osservammo che i suoi spostamenti erano  assolutamente irregolari. Per questa ragione decidemmo di metterci in un  punto fisso, in un punto di passaggio obbligato per Somoza, senza richiamare  l’attenzione e sperando che si presentasse l’occasione favorevole.
Ed è ciò che facemmo.

Eravamo in tre, ad operare direttamente. Il mio compito consisteva nel  bloccare l’auto di scorta. Santiago doveva sparare un razzo contro  l’automobile di Somoza, mentre il terzo compagno aveva funzioni di appoggio.

Io mi trovai a meno di tre metri da Somoza: la sua auto mi stava di fronte,  e gli sparai contro. Le guardie che avrei dovuto tenere sotto controllo  scapparono dietro una casa e si misero a sparare. Il compagno che stava  bloccando la via si mise anche lui a sparare contro la scorta: questo fatto
mi consentì di infilarmi nella camionetta, di coprirmi le spalle e di  cambiare il caricatore.

La stessa cosa fece Santiago: caricò per la seconda volta il bazuka, sparò  e, così, l’azione ebbe finalmente termine.”

a cura di Luca Ariano