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Sul governo dei pacifisti

Il recente dibattito parlamentare sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero ha posto una serie di questioni “etico/morali” alla cosiddetta sinistra radicale.

In primis ovviamente la questione pacifista: come si concilia la  presenza militare nostrana all’interno di un territorio in guerra con una volontà “assoluta” di non partecipare alle azioni di contrasto armato contro la guerriglia?

In secondo luogo ci si è trovati di fronte alla richiesta di fornire dei mezzi militari adeguati alle forze impegnate soprattutto in Afghanistan allo scopo di garantirne quantomeno la sicurezza nel caso, sventurato, di attacco da parte dei guerriglieri.

Sulla guerra.

Senza inutili dietrologie bisogna constatare che ci troviamo di fronte ad un falso problema.

Il pacifismo della sinistra nostrana non è certamente un valore assoluto: prova ne è il fatto che il governo D’Alema non esitò a mandare i bombardieri sopra i cieli yugoslavi.

Allo stesso tempo non abbiamo certamente bisogno di un esperto di cose militari per affermare senza patema di essere smentiti che una presenza militare su un territorio in cui è in corso un conflitto nella “migliore” delle ipotesi consente alle truppe combattenti di non dover impegnare forze per il controllo del territorio e di poterle adoperare interamente nel conflitto armato vero e proprio.

Alcuni esempi storici ci sono di conforto: durante il secondo conflitto mondiale la presenza di forze partigiane all’interno dei territori occupati dai nazisti impegnò molti soldati tedeschi e fascisti che non poterono essere impiegati direttamente contro le truppe alleate; queste forze furono dirottate in azioni di controguerriglia e di controllo di polizia, e questo favorì ed accellerò, la vittoria finale degli alleati. Lo stesso si può dire delle azioni di sabotaggio attuate nel territorio occupato dagli americani in Vietnam, ecc.

Consentire, oggi, alle forze combattenti della Nato di avere un territorio sicuro alle spalle non è forse partecipare al conflitto in modo attivo?

Si è sostenuto, forse perchè gli argomenti erano quantomeno deboli, che comunque il voto favorevole al rifinanziamento delle missioni militari all’estero fosse comunque dovuto, il rischio era quello di una ennesima crisi di governo che avrebbe portato alle elezioni anticipate con il conseguente ritorno di un  governo delle destre…

L’affermazione in sè non è sbagliata, ma, chiediamo a tutti coloro che hanno votato per questo governo, il gioco valga la candela?
Il risultato di tutto ciò, la conseguenza ultima, è che si é destinati a seguire una politica del tutto simile a quello della tanto odiata destra, con gli stessi risultati, ma con la differenza che a farlo sia il “compagno” Prodi e non il camerata Berlusconi…

Dei mezzi (militari).

Analizziamo il problema dall’altro punto emerso dal dibattito parlamentare, ossia la sicurezza dei soldati impegnati nelle missioni.

Ora, dato che le campagne propagandistiche in Afghanistan non hanno dato i frutti sperati, non sono bastate quattro scuole ed un paio di fognature costruite per corrompere il popolo afghano, nè tantomeno a portarlo dalla parte degli occupanti; ci si è, dunque, trovati di fronte al problema di rinforzare il dispositivo militare italico in terra straniera dato che, appunto, l’afghano ci spara addosso.

Questo fatto, oltre a quello che abbiamo scritto sopra, basterebbe da solo a confutare la tesi pacifista della missione in Afghanistan…

Oltre a dimostrare che stiamo parlando di una missione di guerra è interessante come tale conflitto (assieme alle altre missioni di “pace” in cui l’esercito è impegnato) sia un’ottima vetrina per mettere in mostra quanto la nostra industria nazionale è riuscita a produrre in fatto di mezzi militari.

In effetti bisogna sapere che uno strumento militare diviene tanto più appetibile ed interessante per un eventuale cliente quanto più esso sia stato testato sul campo.

In buona sostanza una cosa è presentare un carro armato ad una mostra di armi con tutte le sue caratteristiche annotate su un cartello esplicativo, un’altra cosa è farlo con affiancato ad esso una postilla in cui vi è scritto che tale mezzo è stato impiegato realmente in azioni da guerra e che ha prodotto dei risultati.

Risulta interessante, a questo proposito, che proprio in questo periodo è in corso una edizione della mostra d’armi Idex che si svolge (con cadenza biennale) negli Emirati Arabi. Non dovrebbe certamente suscitare stupore lo scoprire che proprio in questa occasione la nostra industria d’armi (come quella degli altri paesi) fa sfoggio dei mezzi utilizzati in giro per il mondo.

Esempio, a questa mostra è stato esposto il veicolo “lince” , esso è stato appena inviato in Afghanistan, ha subito un attacco, una mina è esplosa al suo passaggio, il mezzo ha resistito e i soldati al suo interno sono rimasti illesi…

Meglio di così non poteva andare. I soldati in questo caso hanno fatto da cavie, in altre situazioni il ruolo è stato ricoperto dalle popolazioni civili su cui si è sperimentata la precisione di una qualche bomba da aereo o la letalità di qualche pezzo da mortaio.

L’industria di guerra italiana ha degli ottimi clienti nel golfo e queste nazioni si stanno riarmando nel terrore che la guerra in qualche modo sconfini nei loro territori.

Il nostro governo di pacifisti ha aumentato i finanziamenti all’esercito e con grande impegno, sostiene la produzione bellica, basterà dire che alla mostra suddetta, a sostegno delle aziende si sono mobilitati molti notabili nostrani (tra cui generali e “compagni” sottosegretari di governo).

Non vi preoccupate accettiamo tutto questo pur di non vedere Berlusconi al governo e ne vale veramente la pena (firmato Bertinotti).

Afghanistan: voce per voce il rifinanziamento delle missioni

Giorni fa, la Camera ha dato il via libera al decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero. Il dl prevede la proroga di un anno (e non più di sei mesi), fino al 31 dicembre 2007, delle missioni militari internazionali come quella in Libano, in Afghanistan o in Sudan. Sono previsti interventi di sviluppo e cooperazione, tre conferenze internazionali, fondi per militari e forze di polizia.

Afghanistan, Sudan e Libano.

Il decreto stanzia 1.040,550 milioni di euro, di cui 125, poco più del 10%, per interventi umanitari e di servizio alle comunità locali. Il provvedimento prevede fondi per la cooperazione: 40 milioni di euro per l’Afghanistan (a fronte dei 310 milioni per spese militari), 5,5 per il Sudan e 30 per il Libano vengono stanziati per il miglioramento della condizioni di vita della popolazione di quei Paesi.

Contratti di consulenza.

E’ previsto che la Farnesina possa affidare incarichi temporanei di consulenza o specifiche attività “anche ad enti ed organismi specializzati”, e stipulare contratti con personale esterno alla pubblica amministrazione.
Tali incarichi e contratti “sono affidati a enti o organismi e stipulati con persone aventi nazionalità dei Paesi in cui si svolgono gli interventi di cui al presente articolo, ovvero di nazionalità italiana o di altri Paesi a condizione che il ministero degli Esteri abbia escluso che localmente esistono le professionalità richieste”.

Il via a tre conferenze internazionali.

Il decreto finanzia tre conferenze internazionali: la Conferenza internazionale di pace per l’Afghanistan (500mila euro), quella per le pari opportunità a difesa dei diritti umani delle donne e dei bambini dei Paesi dove sono dispiegati i nostri militari (50mila euro) e la conferenza sulla Giustizia in Afghanistan (127.800 euro).

Soldi anche per l’Iraq.

Il decreto stanzia inoltre 30 milioni di euro “per la prosecuzione della missione umanitaria di stabilizzazione e di ricostruzione dell’Iraq”. La missione mira al sostegno dello sviluppo socio-sanitario in favore delle fasce più deboli della popolazione, della formazione nei settori della pubblica amministrazione, delle infrastrutture, della informatizzazione, della gestione dei servizi pubblici, al sostegno dello sviluppo socio-economico, dei mezzi di comunicazione e delle attività
didattico-formative nel settore della pubblica istruzione. Su queste attività il ministro degli Esteri riferirà ogni anno in commissione.Stanziamenti per i militari.

Il dl prevede poi stanziamenti per i militari: per i soldati schierati in Libano ci sono 386,68 milioni; 310,08 per l’Afghanistan; 143,85 per i Balcani; 30,56 milioni per la Bosnia; 8017 per Active Endeavour (contrasto al terrorismo); 1,49 per gli osservatori internazionali a Hebron; 1,4 per l’assistenza alle frontiere al valico di Rafah; 656mila euro per il personale militare in Darfur; 411,8 alla missione di polizia dell’Ue in Congo; 217,5 alla missione peacekeeping dell’Onu a Cipro; 3 milioni di euro per l’assistenza alle forze armate albanesi. A tutto questo si sommano i fondi per gli appartenenti alle forze dell’ordine, per le quali, fra l’altro, ci sono 200mila euro per dei corsi di introduzione alla cultura e alla lingua araba.

Fondi al ministero degli Esteri.

Alla Farnesina sono destinati 208mila euro per l’invio di personale non diplomatico all’ambasciata italiana a Baghdad, 200 mila euro (arrivando a 400mila) per le spese dell’Unità di crisi e 232mila euro per i funzionari che partecipano alle missioni internazionali.

A cura della Redazione Esteri de IL BUIO