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Divergenze...

Divergenze tra il compagno Zaccaria e noi

Ringraziamo il compagno Zaccaria per le note che ci ha inviato (vedi “Venezuela: conflitti e strategie” pubblicato il 19 ottobre 2011). E non sono omaggi di circostanza. Di conseguenza, non possiamo esimerci dal compiere un ulteriore sforzo di analisi, che potete leggere qui sotto.
Questo, in definitiva (ed è solo il motivo principale per cui siamo grati ad Angelo) è quello che riteniamo un confronto aperto e privo di preclusioni che può avere una sua certa utilità. Con le nostre piccole forze, ma anche con la nostra enorme passione.
Riteniamo utile specificare che ci confrontiamo non solo con la posizione di Angelo, ma anche con tutte quelle che abbiamo letto ed approfondito fino ad ora sull’argomento.

La Red/Azione

Partiamo dalla fine dell’intervento di Angelo: Il mio è semplicemente un modesto invito a partire dalla realtà, e quindi aprire una riflessione a tutto campo e senza troppi schemi rigidamente precostituiti, che tanto poi nella realtà funzionano poco.
Siamo assolutamente convinti della bontà dell’invito che ci viene rivolto al punto che non ragioneremo (ma mai fu?) in base a schemi (precostituiti o meno che siano).
Principalmente perché, non dimentichiamolo mai, né il libro di Zaccaria né ogni nostra dichiarazione smuovono di un millimetro il processo bolivariano e, secondariamente perché l’interpretazione in senso marxiano della realtà non può, per definizione, essere prestabilita.
Più modestamente, riteniamo utile osservare e  giudicare (qui inteso nel senso letterale di trarre un giudizio) alfine di valutare l’esperienza venezuelana e comprenderne la portata.
Il Venezuela, oltretutto, si presta in  modo particolare alla discussione perché è al tempo stesso un’importante esperienza concreta, ma anche, per una buona fetta della militanza di sinistra, una delle tipiche e ricorrenti suggestioni ideologiche. Fascino che spesso è molto ben accetto, soprattutto quando i movimenti reali sono almeno ad un oceano di distanza.
Partiamo da un dato di fatto.
L’analisi di ogni situazione che si ritenga rivoluzionaria (o presunta tale) presuppone una condizione sine qua non: l’ordine sociale ed economico precedente al sovvertimento cambia, perché la rivoluzione sociale, per sua stessa definizione, agisce evidentemente in nome di altri interessi rispetto a quelli vigenti fino a quel momento. (Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente).
Non stiamo parlando, per il momento, di come la rivoluzione verrà realizzata (per banalizzare se in forma violenta, cioè  in armi, o meno), ma di quello che caratterizza una rivoluzione per essere definita come tale.
Seppur in Venezuela sussiste una situazione particolare (e, crediamo, difficilmente ripetibile in altri contesti) data dal fatto che Chavez ha una storia all’interno dell’apparato militare e che questo gli consente una sorta di “non belligeranza” con una buona parte dell’esercito e, dunque, gli consente una situazione di stallo almeno apparente, il problema è che sostenere che chi vince le elezioni ha il potere è semplicemente FALSO. Da qui il nostro richiamo alla polemica Marx-Lassalle che si svolgeva, un secolo e mezzo fa, sugli stessi temi. Il richiamo a questa polemica aveva un obiettivo, cioè quello di ricondurre su un piano appropriato la vulgata secondo la quale Chavez starebbe introducendo un nuovo modo di prendere il potere.
Zaccaria (a prescindere da cosa sarebbe il vecchio e cosa il nuovo e se mai servisse a qualcosa stabilirlo) argomenta sul fatto che Chavez fa compromessi con la borghesia nazionale e che non ha cambiato i rapporti sociali vigenti; ma questo non è, già di per sé, sostenere che il cambiamento non è rivoluzionario? E se il cambiamento non è rivoluzionario che segno ha?
Ci viene in mente, a tal proposito, un esempio di casa nostra: la Resistenza al fascismo in Italia.
Un compromesso tra le classi alfine di abbattere la dittatura. Era giusto abbattere la dittatura? Certamente. Bastava? Se si parla, come fa Zaccaria nel suo libro, di sbocchi rivoluzionari certamente no.
Qui, ripetiamo, non si tratta di voler a tutti i costi criticare Chavez per vezzo o perché non rientra nella teoria (anche perché se attendessimo un’esperienza che rientra nei parametri classici, come certi maestrini,  aspetteremmo all’infinito e senza soddisfazione).
Semplicemente su questo punto (fondamentale) la nostra ottica si distanzia da quella sostenuta dall’autore e da buona parte della sinistra di questo paese e non solo: il potere si esprime nella sua dimensione più complessiva, ossia nella sua versione politica, militare (repressiva) e giudiziaria.
E ciò si manifesta per interesse di classe (o spesso della frazione vincente di una classe sociale, nel nostro caso la parte di borghesia che ha interessi con le multinazionali straniere, nello specifico statunitensi, tra l’altro un classico latinoamericano). Se cambia la politica parlamentare, può cambiare, al limite, la specifica frazione rappresentata (in questo caso la borghesia nazionale) senza modificare la sostanza del sistema vigente. Confondere, dunque, la vittoria delle elezioni con la presa effettiva del potere porta a una confusione sia nell’osservazione dei processi, sia nell’intuirne le soluzioni che vengono adottate. Nel merito, l’unica domanda concreta è: oggi che detiene il potere in Venezuela?

La seconda questione, di cui il libro non si è occupato approfonditamente (per scelta legittima dell’autore) è il giudizio sulla politica estera di Chavez; ma il giudizio sull’esperienza bolivariana non ne può prescindere. E questo per un motivo estremamente pratico: gli Stati esistono soprattutto nella proiezione internazionale, dato il carattere internazionale (politico ed economico) entro cui si muovono. Per essere più precisi (e qui, per l’ennesima volta, parliamo specificatamente della vulgata della sinistra nostrana) si tende a liquidare la politica estera del Venezuela come una politica di generica “simpatia” verso Stati definiti più o meno canaglia dall’occidente, ma si tende a dimenticare troppo in fretta episodi che, invece, dicono molto sulla natura e sugli esiti della stessa e che riconducono il bolivarismo alla sua vera natura.
Ad esempio, la questione delle FARC è illuminante: da un lato i sostenitori di Chavez ti strizzavano l’occhio facendo intendere che il Venezuela se l’intendeva con i guerriglieri colombiani, ma appena la contraddizione internazionale sulla questione FARC/stato colombiano ha coinvolto direttamente gli interessi venezuelani, Chavez ha scelto di preservarli, lasciando da parte qualunque intendimento fosse stato auspicato in precedenza. E non poteva essere altrimenti, intendiamoci, per i motivi di cui sopra.

Da queste due brevi riflessioni dipendono anche le nostre risposte ai punti elencati da Zaccaria:
- la coscienza della sinistra venezuelana e delle sue organizzazioni non è, di per sé, un indice di correttezza o meno della strada intrapresa dal bolivarismo.
- Una analisi che si pone, giustamente, in maniera problematica su un secolo e mezzo di storia (e spesso di sconfitte) non può essere, a nostro avviso, confusa con la soluzione di presunte vie “nuove” che “nuove” poi non sono.
- La duttilità sul piano tattico non solo è possibile, ma è fondamentale. Ma se la soluzione è un diverso piano strategico, allora la questione cambia sostanzialmente. Infatti i “meccanismi di attivazione e mobilitazione politica e sociale che si sono messi in moto dentro il paese”, a nostro avviso, se dovessero trovare uno sbocco rivoluzionario dovranno abbattere il potere che si trovano davanti ora, senza possibilità di scelta.
In definitiva, si chiederanno i lettori de Il Buio, perché vi interessate del Venezuela?
Riteniamo che, e questo vale anche in termini più generali, sia corretto confrontarsi ed analizzare tutti i movimenti reali e certamente quello in Venezuela lo è.
Il fatto di essere critici verso l’esperienza venezuelana, non ci impedisce di difenderla da attacchi “di destra” (per intenderci), perché il bolivarismo rappresenta sicuramente una spina nel fianco per gli USA ed i suoi scagnozzi, così come altre situazioni che dalla sinistra nostrana vengono ignorate o schifate (vedi Libia o Iran per dirne due non a caso).
Noi riteniamo che questi scontri siano frutto di interessi capitalistici contrapposti e non di altro, ma ciò non toglie che producano dinamiche estremamente interessanti nello scontro sociale.

Red-8