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Olocausto (nazista) o olocausti (capitalisti)?

La parola Olocausto (che deriva dal greco antico, e che significa, letteralmente, “tutto bruciato”) é usata tradizionalmente per indicare i sacrifici rituali nei quali viene bruciato un animale come offerta ad una divinità.

Molti, soprattutto all’interno del mondo ebraico, considerano inappropriato l’uso di questo termine: per loro, è piuttosto il termine (ebraico) Shoa (disastro) il più adeguato a definire la realtà dell’evento verificatosi negli anni Quaranta del secolo scorso. E ciò benché Shoa si riferisca a “disastri naturali”, e non all’azione, più o meno efferata, degli uomini.

Il fatto è che questa polemica cela maldestramente l’obiettivo, condiviso da molti ebrei ed in particolare dall’Entità sionista, di avere una sorta di “esclusiva vittimistica” sull’Olocausto nazista.

Di ben altro pare sono comunque gli storici per i quali il termine Olocausto deve essere applicato al genocidio che i Nazisti perpetrarono nei confronti di altri gruppi umani come gli slavi, i prigionieri di guerra sovietici, i tedeschi oppositori del regime, i disabili, gli omosessuali, i rom (ai quali è legittimo ritenere augurino un destino analogo belusconiani, andreottiani e feccia varia, senza che però, verso di loro, scatti quell’accusa di “razzismo” che piove addosso ai critici del sionismo e dell’Entità sionista) ed altri discriminati per motivi religiosi, come i Testimoni di Geova.

Le cifre danno, in realtà, ragione a costoro.

Senza dimenticare che intere comunità ebraiche (quella polacca e quella sefardita di Salonicco, ad esempio) scomparvero quasi completamente, è accertato storicamente che le vittime di religione ebraica rappresentano solamente il 30% delle vittime totali.

Questa percentuale è più o meno uguale a quella degli slavi massacrati (26,6%, ma diventa 45% se aggiungiamo i soldati dell’Armata Rossa prigionieri, e dunque schiavi e disarmati).

Vanno poi aggiunte le percentuali di: polacchi non ebrei (13,78%); oppositori politici, in primis comunisti (6,67%); zingari (3,56%); omosessuali (1,12%); e altri.

Di fronte a questi dati sconvolgenti, alcuni sottolineano il carattere “unico” ed “industriale” dello sterminio degli ebrei perché due terzi degli ebrei europei furono annientati.
Questo argomento si inserisce nella polemica fra “intenzionalisti” e “funzionalisti” che si sviluppa a partire dall’idea che Hitler un piano specifico che non prevedeva solo l’espulsione degli ebrei, bensì anche la loro totale eliminazione fisica.

In realtà il Terzo Reich aveva elaborato e resi pubblici piani per la completa eliminazione fisica della forte opposizione politica della Sinistra tedesca.
Inoltre, dopo l’invasione della Polonia nel 1939 e la pianificata “operazione Barbarossa” di conquista dell’Unione Sovietica nel giugno del 1941, fu Hitler stesso ad incoraggiare i piani di conversione dell’Est europeo in una sorta di colonia in cui gli slavi, considerati una razza inferiore (un’idea, a quanto sembra, condivisa dal criminale di guerra D’Alema e dalla banda di infami e di sicari alle sue dipendenze responsabili dell’aggressione neo-nazista alla Jugoslavia), erano eliminabili o tuttalpiù utilizzabili come schiavi. Senza parlare poi della sorte che questi piani prevedevano per i bolscevichi…

L’unico popolo “che ha sofferto”, allora, quello ebraico?
Quanti film sullo sterminio degli ebrei sono stati girati, e quanti libri sono stati scritti, e quanti articoli pubblicati? Quanti, invece, sul genocidio del popolo armeno, che fece un milione e mezzo di vittime nel 1915; o quanti sul milione di morti in Ruanda nel 1994?

Quanti sulle conseguenze dello sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki?
Quanti…?

Luca Ariano della Redazione Esteri de ILBUIO