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Il Venezuela nel corso del processo bolivariano (8)

Conclusioni… un processo aperto.

Ritengo che quello bolivariano resti un processo sostanzialmente positivo ed aperto ad ulteriori sviluppi. Le ragioni sono svariate e in parte già contenute nei precedenti paragrafi.

Nel paese si respira un’atmosfera di fiducia, di fermento e di mobilitazione soprattutto nei settori della militanza di base che alle nostre latitudini non è sempre facile riscontare.

Vari episodi riscontarti nel quotidiano certificano che in Venezuela esiste un clima di politicizzazione e di nuova consapevolezza. Nella stessa area di militanza politica più radicale si respira una situazione di motivazione, determinazione e fiducia nel senso della propria azione che è difficile trovare dalle nostre parti. E tutto ciò nonostante le contraddizioni ed i conflitti talvolta feroci che attraversano l’esteso campo sociale che appoggia Chavez.

Senza scordare quello che vale non solo per il Sudamerica, ma per il Sud del mondo in generale: in presenza della negazione dei diritti più elementari è normale che si produca un livello di mobilitazione politica verso il cambiamento, trasformazione che nel caso venezuelano è in parte incanalata e rappresentata nell’azione di governo.

A questo proposito voglio sottolineare un punto che riguarda il settore della sinistra e dei movimenti sociali radicali. Mentre di fronte ad altri governi “progressisti” come quello argentino e brasiliano, la sinistra radicale si è spaccata in modo significativo, in Venezuela essa si è in larga parte riconosciuta e ricomposta dentro il processo bolivariano.

Svariate persone con cui ho parlato sottolineavano l’estrema permeabilità dell’azione di governo, dei suoi apparati (esercito incluso) e dello stesso Chavez di fronte all’azione e alle sollecitazioni provenienti dal movimento sociale e popolare. In questo starebbe un altro aspetto della duplicità del processo bolivariano: rivoluzione dall’alto e dal basso nello stesso tempo.

Molto nel futuro venezuelano sarà determinato dalla forza che sapranno raggiungere tutte quelle componenti che oggi si battono per l’estensione e la radicalizzazione del processo bolivariano.

Infine una riflessione di carattere “teorico” che può, come tale, avere interesse generale anche al di fuori del contesto geo-politico latinoamericano.

Come quasi tutti i governi, quello di Chavez si fonda sul dosaggio e l’equilibrio tra azioni di rottura ed azioni di mediazione. Anche sul fronte estero permane un livello di mediazione: si parla di costruire il “nuovo socialismo”, ma il debito estero si paga, la presenza straniera nel settore petrolifero rimane, si invitano le imprese statunitensi ed europee ad investire nel paese.

Nel settore delle politiche economiche e sociali il piano della mediazione risulta ancora più accentuato, non solo verso il basso, verso i settori popolari, ma anche verso la parte più ricca della società.

Taluni potranno interpretare questo livello di mediazione come una prova del fatto che quello di Chavez non è un governo rivoluzionario, ma democratico-borghese o riformista.

Tento di dare un’altra lettura: il governo di Chavez sta tentando di introdurre cambiamenti radicali senza far pagare alla società il costo di uno scontro violento se non una guerra civile.

Se cosi fosse non sarebbe un’ipotesi da liquidare troppo in fretta, anche a fronte degli esiti storicamente discutibili che sinora hanno avuto altre ipotesi di cambiamento rivoluzionario, dove invece lo sviluppo di un certo livello di violenza nelle sue varie forme possibili era un aspetto non eludibile.

Non parlo solo dell’esperienza delle grandi rivoluzioni della prima metà del novecento, ma anche di quella di tutte le guerriglie latinoamericane e della loro sconfitta, sulla quale il processo bolivariano non ha certo mancato di operare un proprio bilancio ed una propria riflessione. Da questo punto di vista si tratta di un esperimento piuttosto originale.

La vicenda venezuelana, se fosse valida questa ipotesi, è interessante non solo per il Sudamerica, ma anche per anche per noi che viviamo nella parte più ricca del mondo.

In questo quadro mi pare pertinente un ragionamento sul rapporto rilevante fra il bolivarismo venezuelano e la rivoluzione riuscita a loro più prossima, quella cubana. Della rivoluzione cubana sono presi aspetti maggiormente utili ed “esportabili” in un contesto differente. Rispetto ad altri caratteri meno “adattabili”, il Venezuela mantiene la sua autonomia di sperimentazione nella ricerca di un modello proprio ed originale. Quello che l’esperienza venezuelana sta affermando è che non esistono modelli rigidi e universali.

Quest’aspetto del carattere eclettico, creativo ed innovativo dell’esperimento venezuelano viene giustamente colto da Valerio Evangelisti, in un suo scritto del 4 gennaio 2007 pubblicato sul sito www.carmillaonline.com.

Oltre all’apporto femminista, (Chavez) sembra avere accettato altri contributi provenienti dal magma ribollente della new left dagli anni 1960 al 2000: quello degli ecologisti (non è accettabile un’industria che inquini), quello dei pacifisti (il mio paese non farà mai guerra ad un altro), quello dei cattolici trasgressivi (i poveri, da ultimi che sono, devono stare al primo posto), quello degli anarchici (vanno moltiplicate le forme di democrazia diretta), quello dei marxisti (tra le classi d’interessi contrapposti non può esservi compromesso), quello dei “terzomondisti” (la nozione di lotta tra sfruttati e sfruttatori va trasferita su scala mondiale), ecc.

Siamo mille miglia oltre il comunismo d’annata, la variante cubana inclusa”.

Se non rispetto al merito delle politiche bolivariane, giustamente legate al contesto specifico di un paese del Caribe, sicuramente rispetto al metodo ed allo spirito generale, come sottolinea anche Evangelisti nel suo scritto, guardare con attenzione all’esperienza venezuelana può darci elementi utili per meglio orientarci negli scenari di conflitto che si aprono, per certi versi in modo non meno drammatico, anche qui nel cosiddetto “vecchio modo”.

Nemmeno io, per concluder davvero, sono sicuro che l’esperimento in corso in Venezuela vada davvero nella direzione di un autentico e profondo cambiamento della società. E’ possibile che il Chavismo si risolva nel rappresentare un nuovo tentativo di sganciarsi dall’influenza nordamericana attraverso un percorso costituzionale e parlamentare, che vede in campo un’altra volta nella storia sudamericana un blocco sociale d’impronta essenzialmente nazionalista, il quale unisce settori dell’imprenditoria e della classe media interna (quella che viene classicamente definita “borghesia nazionale”), esercito e vasti settori popolari. Ma è possibile che sull’onda delle reazioni molto nervose di Washington e sull’onda dell’attivazione di meccanismi di attivazione politica e sociale che si sono messi in moto, si vada davvero verso la costruzione di nuovi modelli di società. Se si realizzasse questa seconda ipotesi, rappresenterebbe un passo molto importante anche per noi.

Nota finale:

Ringraziamo ancora il compagno per il contributo fornito alla redazione e ai nostri lettori e specifichiamo che non necessariamente le riflessioni contenute sono patrimonio della redazione. Abbiamo ritenuto utile, come detto nell’introduzione, far conoscere aspetti meno conosciuti dell’esperienza bolivariana e ci faremo carico, in un momento successivo, di contribuire al dibattito. Invitiamo, inoltre, chi fosse interessato a contattarci per fornirci ulteriore materiale da pubblicare sul sito.

La redazione web de “Il Buio”