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Il Venezuela nel corso del processo bolivariano (7)

Ombre e limiti.

Premetto che analizzerò i limiti del processo bolivariano, misurandolo sui propositi e le ambizioni che esso dichiara di avere. Nel gennaio del 2005 Chavez lancia, seppur in forma generica, la parola d’ordine della costruzione del “Nuevo Socialismo del Siglo XXI”. Non si tratta di realizzare cambiamenti di facciata e nemmeno percorrere vie già battute, ma di costruire una nuova società, nel segno della battaglia condotta in nome del socialismo per la liberta, l’uguaglianza e la giustizia sociale, in forma innovativa e creativa.

Per analizzare i limiti del processo bolivariano, allora, è utile partire dalla figura che lo incarna e lo dirige, del ruolo prevalente che svolge Chavez. Le ragioni di questa preminenza sono molteplici, dalla costituzione presidenzialista al rapporto fiduciario che ha con i settori popolari fino allo stretto rapporto con le forze armate, oltre alla storica carenza di quadri politici della sinistra venezuelana che contribuiscono ad alimentare questa “indispensabilità”.

Ed è proprio il dato dell’indispensabilità di Chavez che ci porta al primo limite: l’impronta fortemente leaderistica che ha il processo bolivariano. Chavez rappresenta il riscatto di un popolo dopo decenni di subalternità politica e questo è un dato positivo, ma, ingenerale, una leadership così forte può essere un limite alla crescita della consapevolezza e al protagonismo della popolazione.

Sulla figura di Chavez si presuppone sempre estraneità ed innocenza alle nefandezze attribuite alla sua classe politica e burocratica. La situazione reale è più complicata. Chavez da buon militare è un realista e valuta l’equilibrio delle forze in campo. Evidentemente la fiducia reale che ha nella maturità e sulla forza dei movimenti sociali non è cosi forte da spingere il governo a rompere la mediazione con la burocrazia. Credo sia questa la ragione per la quale non viene avviata davvero una battaglia contro corruzione e clientelismo, che indebolirebbe il fronte chavista di fronte agli avversari interni ed esterni.

Un secondo limite è quello della forte caratterizzazione del processo bolivariano in senso nazionalista alla quale si ricollegano altri aspetti: rilevante presenza di militari nella vita politica, diffusione della percezione di essere un paese minacciato, accentuata percezione del pericolo del complotto o della cospirazione interna oltre ad alcune ambiguità ideologiche come i riferimenti positivi a personaggi come Peron ed Evita.

Bisogna dire, in verità, che il tema del nazionalismo in Latinoamerica si pone in termini diversi rispetto all’Europa, ed in particolare rispetto agli stati con trascorsi di tipo coloniale ed espansionistico. E’ il nazionalismo degli eserciti liberatori dalla colonizzazione dei padri dell’indipendenza. Sul filo di questa distinzione va colta la valenza emancipatrice del nazionalismo chavista, anche se battere troppo su questo tasto può creare confusione rispetto al dibattito sul “nuovo socialismo del secolo XXI”, portando verso una logica di mediazione interclassista, di concertazione con la borghesia nazionale.

Terzo problema riguarda il peso dei militari e della cultura militare. Pur riconoscendo l’esistenza da vari decenni di una tradizione militare progressista e di sinistra nell’esercito venezuelano, suscita qualche perplessità vedere tanti militari o ex militari ricoprire incarichi civili. Come rilevante è la percezione del paese sotto minaccia: a questo proposito è indicativo lo striscione che ho visto ad un corteo contadino che recitava “Todos en la riserva”. Pur non sottovalutando la pericolosità dell’atteggiamento degli Stati Uniti e della Colombia e il tentativo di destabilizzazione interna, bisogna dire che chiedere, come fanno settori del chavismo radicale, la limitazione della libertà di stampa, non fa un buon servizio alla discussione in corso. La moderazione dimostrata dal governo riguardo agli eccessi provocatori e paragolpistici dell’opposizione, dimostra da parte della classe dirigente chavista una dose d’intelligenza e di lungimiranza politica talvolta maggiore dei settori radicali.

Infine, la logica secondo cui le critiche “da sinistra”del potere, fanno il gioco dell’opposizione, che non mi è mai piaciuto in Italia e non si vede perché dovrebbe valere in Venezuela. Un ampio e libero confronto fra tutte le componenti, comprese le più emarginate dal potere e dagli incarichi, non può che essere un bene per lo sviluppo e la crescita del processo bolivariano.

La quarta questione che non porrei strettamente come un punto oscuro, ma piuttosto come un limite oggettivo, è la permanenza di una base economica e strutturale del paese in senso capitalista. Significative, a proposito, alcune obiezioni che sono mosse dall’estrema sinistra all’interno del campo chavista, con la proposta di approfondire il processo in direzione del socialismo, attraverso estese espropriazioni e nazionalizzazioni delle grandi imprese private, delle banche e delle assicurazioni. C’è chi obietta che la base popolare del paese non è attualmente in grado di prendere in mano le redini dell’economia del paese e che, quindi, una politica concepita in questo modo condurrebbe alla riproduzione di forma di capitalismo di stato. Non si sa quanto queste critiche siano dettate dalla buona fede o per legittimare le “scelte moderate” del governo.

E’ comunque certo che i notevoli miglioramenti raggiunti sono stati percepiti maggiormente dalla parte più svantaggiata che non nel settore del lavoro salariato. Lo stesso vertice Chavista è consapevole di quanto il proprio consenso sia forte, ma parziale e sa che persiste una parte di elettorato popolare che non appoggia il governo o mantiene un atteggiamento neutro e che, in assenza di cambiamenti significativi, potrebbe saldarsi all’opposizione.

Aggiornamento…

Quest’ultimo paragrafo è frutto di un breve nuovo viaggio in Venezuela nel giugno 2006. Da quel momento mi sono limitato a seguire gli avvenimenti attraverso uno dei siti di riferimento dei movimenti sociali e politici che supportano, più o meno criticamente, il processo bolivariano (www.aporrea.org) e attraverso i siti ufficiali del governo.

Una delle prime impressioni è quella che il conflitto già descritto all’interno del campo chavista si è accentuato. I toni nelle assemblee pubbliche sono stati durissimi contro corruzione e burocratizzazione al quale si è aggiunto il sospetto di un vero e proprio tentativo semi-sovversivo di alcuni settori del governo per boicottare la campagna di Chavez alle presidenziali del dicembre 2006.

Dal lato del governo, invece, c’è stato un passaggio importante nella legge che istituisce i Consigli Comunali, per certi versi una forma di riconoscimento indiretto delle feroci critiche sopra riportate. I progetti elaborati dal nuovo organo, se approvati dal governo, sono direttamente finanziati evitando di passare per le amministrazioni e la burocrazia locale. Viene, in parte, ripetuto lo schema delle Missioni Sociali.

L’importanza dei Conigli Comunali supera quello delle Missioni perché va oltre l’intervento specifico ed assume, in generale, la direzione di un mutamento strutturale dei meccanismi istituzionali di decisione politica. Attualmente ne sono stati istituiti circa 15.000.

L’evento più importante degli ultimi mesi sono state le elezioni presidenziali del 3 dicembre 2006. Chavez si era presentato con lo slogan “Diez millones de votos”. Il candidato dell’opposizione era Manuel Rosales, governato dello stato di Zulia, l’unico stato venezuelano governato dall’opposizione antichavista.

La vittoria di Chavez con oltre sette milioni di voti (62,84%), con un’alta partecipazione elettorale (74.06%) e un’astensione in diminuzione, conferma la tendenza alla maggior partecipazione di massa, ma anche che esiste una quota non trascurabile di settori popolari che mantiene un certo distacco verso il processo in atto.

Il processo elettorale è stato riconosciuto valido dall’opposizione al contrario del 2005 dove il risultato fu un monocolore chavista, il che rappresenta non solo un atto di realismo (di fronte ad elezioni certificate da un vasta pletora di osservatori internazionali), ma anche un evidente cambio di strategia politica.

All’interno del versante bolivariano, registriamo che subito dopo l’emissione dei primi dati elettorali, Chavez ha incentrato il discorso “sulla guerra mortale alla corruzione e alla controrivoluzione burocratica”. Sempre nel solco dell’approfondimento di queste battaglia, nelle settimane successive, viene annunciato  il lancio di un processo d’unificazione delle forze dell’eterogeneo blocco chavista dentro un nuovo “Partido Socialista Unido”. Queste sono ulteriori verifiche di come il vertice chavista prenda molto sul serio le critiche dei settori popolari.

Un ulteriore passaggio di questo rilancio è il varo del 2007 dei nuovi “Cinque Motori” della rivoluzione socialista e bolivariana:

1) leggi che abilitano il governo a varare nuove riforme di settore;

2) riforma “socialista” della costituzione bolivariana;

3) nuovi programmi di educazione popolare socialista;

4) nuova geometria del potere e dei rapporti fra istituzioni centrali e periferiche;

5) nuovi istituti di democrazia diretta: costituzione dei Consigli Comunali in ogni angolo del paese, quest’ultimo, ovviamente, il più enfatizzato da Chavez.

Un’ultima nota preoccupata è l’annuncio da parte del Ministero delle Telecomunicazioni di non voler rinnovare la concessione ventennale alle frequenze per l’emittente RCTV. L’emittente di destra è accusata di aver appoggiato il mancato golpe e di avere continuato in un’opera di provocazione e destabilizzazione. Io non dubito che RCTV abbia fatto anche peggio di quello di cui è accusata, ma registro che è la prima azione che impedisce l’azione di un organo di informazione antigovernativo. Pur non avendo elementi sufficienti di verifica, auspico che quest’atto non esprima una nuova tendenza in chiave semi-autoritaria e coercitiva.

(continua)