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Il Venezuela nel corso del processo bolivariano (6)

Le politiche del governo nei settori dell’economia, degli esteri, della difesa e della comunicazione.

Non è facile definire le politiche del governo Chavez secondo categorie tradizionali e statiche. Sicuramente non è un governo “rivoluzionario” secondo i parametri ai quali siamo abituati, nel senso che non sono stati modificati o intaccati in modo rilevante né i rapporti di proprietà e nemmeno le basi strutturali del sistema, che continua a funzionare secondo le regole di un’economia di mercato.

In compenso, sono stati apportati molti correttivi secondo i principi di socialità e redistribuzione della ricchezza, antimonopolistici e di razionalizzazione, di sviluppo della produzione e del mercato interno nei settori carenti, di sviluppo dell’industria nazionale e di riduzione delle importazioni, di autonomia economica e politica in un’ottica di sottrazione all’influenza statunitense, di latinoamericanismo.

Essenziale, in quest’ottica, il controllo dell’industria strategica come quella petrolifera. Di fatto, pur non essendo nazionalizzato, e con una presenza cospicua di multinazionali, esse sono state differenziate come composizione, sostituendo alla storica preminenza USA, una maggiore presenza europea e l’ingresso di nuovi soggetti come gli enti petroliferi brasiliani, cinesi, indiani o russi. Sono state aumentate le tasse che queste multinazionali devono pagare allo stato venezuelano (soldi che ad oggi ammontano ad un terzo degli introiti) ed è aumentato il controllo politico nel rapporto con esse: le nuove concessioni petrolifere a società straniere devono passare al vaglio del parlamento.

Grande rilievo hanno, di conseguenza, l’ente petrolifero statale PDVSA e la creazione di un’industria nazionale nel settore dei derivati del petrolio (PEQUIVEN, Petroquimica de Venezuela).

Uno schema simile di mediazione talvolta conflittuale col grande capitale vale anche per il settore dell’industria privata, in cui il Venezuela storicamente è sempre stato poco sviluppato, dove si stabilisce che i proprietari delle aziende del tutto o in parte inattive che non vogliono venderle o riaprirle con l’aiuto dello stato, possono essere espropriati nel momento in cui l’azienda viene dichiarata dal parlamento di “interesse nazionale”. In pratica la proprietà privata industriale non è messa in discussione, ma si tenta di stimolare una politica di cogestione delle imprese, sul modello delle esperienze del Nord Europa.

Anche nel settore dei servizi, delle banche e delle assicurazioni, telefonia, elettricità, ecc, la presenza dell’impresa privata nazionale e internazionale, è preminente e scatena molto spesso le critiche della sinistra chavista. Del resto è proprio in questo campo (telefonia ed elettricità in particolare) che Chavez, dopo l’ennesima vittoria alle elezioni presidenziali del 3 dicembre 2006, ha annunciato una politica di nazionalizzazioni.

Più radicale la politica seguita nel settore agricolo, dove la Ley de Tierras del 2002-2005 prevede l’espropriazione delle grandi terre incolte, la loro assegnazione ai contadini e la fornitura della necessaria assistenza tecnica e finanziaria. La legge, fondamentale in un paese grande tre volte l’Italia, con una popolazione di meno della metà, sinora è stata applicata solo in parte. A questa parziale applicazione contribuisce la mancata soluzione della violenza padronale che, come dicevo in precedenza, ha assassinato quasi 200 contadini attivisti dal 1998.

Tra le questioni di rilievo registriamo anche l’incentivo alle forme di produzione decentrata, cooperative soprattutto, attraverso una serie di agevolazioni, come assegnazione di crediti per l’acquisto di aziende espropriate, i finanziamenti a tasso zero alle piccole cooperative, o agevolato a quelle più grandi (4% contro il 26% praticato dalle banche)e l’accesso privilegiato agli appalti pubblici.

Non manca al paese un dibattito, seppur in stato embrionale, sui limiti di queste esperienze di cooperazione e sul rischio di riprodurre parzialmente o lasciare inalterate le logiche di sfruttamento, e quindi le divisioni sociali di tipo capitalistico.

A supporto di questo grande progetto di modernizzazione ed industrializzazione, c’è un maestoso piano di opere pubbliche non solo per la salute e l’educazione, ma anche nei trasporti e delle infrastrutture: si è costruito un secondo ponte sul fiume Orinoco ed è in progettazione un terzo, oltre a nuove linee ferroviarie e di metropolitana, nuove dighe e reti di distribuzione idrica. In altri termini, uno dei nuclei portanti del progetto bolivariano è quello di emancipare il Venezuela dalla mono-economia petrolifera, usando gli stessi proventi del petrolio in una fase di prezzi alti. Una parte importante di questo progetto la giocherà quella parte economica direttamente o indirettamente controllata dallo stato, ovvero le industrie pubbliche, PDVSA e tutto il settore legato al petrolio, le circa 100.000 cooperative.

La politica estera è il vero cuore ideologico del processo non a caso chiamato Bolivariano in omaggio a Simon Bolivar, Libertador di cinque paesi dal colonialismo spagnolo.

Le sue basi sono il nazionalismo, il latinoamericanismo, la messa in discussione dell’influenza USA in Sudamerica, il multipolarismo, la promozione a livello subcontinentale della lotta contro la povertà e di politiche sociali comuni e d’integrazione politica ed economica, lo sviluppo delle relazioni sud-sud a livello planetario.

Gli strumenti principali della politica estera chavista sono una serie di contatti, accordi e trattati bilaterali e multilaterali nei campi più disparati. Fra questi spiccano l’ALBA (Alternativa Bolivariana para las Americas), che attualmente vede come aderenti Venezuela, Cuba e Bolivia e che si propone come contraltare  dell’ALCA, l’area di libero commercio promossa dagli USA.

Lo spirito degli accordi adottati è quello di legare le economie dei paesi secondo delle logiche solidaristiche. Ad esempio il Venezuela fornisce petrolio ad Uruguay e Argentina, facendosi pagare il 75% con manufatti industriali o vacche gravide, e per il restante 25% offrendo modalità dilazionate ed agevolate di pagamento. Altro esempio di sviluppo delle relazioni è la decisione venezuelana di sostituire ai cantieri navali USA ed europei, quelli argentini o cubani.

Il settore chiave per lo sviluppo di questi accordi è quello energetico, come nel caso della concertazione di strategie comuni con l’Iran all’interno dell’Opec.

In campo comunicativo spicca la costituzione di Telesur, network televisivo latinoamericano lanciato nel 2005 da Venezuela, Argentina, Cuba ed Uruguay, che si propone di offrire un’informazione ed una visione del mondo alternativa a quelle dei grandi network globali, che contrasti in particolare l’edizione in spagnolo della CNN.

Per il resto una parte rilevante dell’azione governativa è sostenuta dallo stesso Chavez. E’ lui il principale comunicatore pubblico, con la presenza nelle tv statale VTV ed in particolare con la trasmissione “Alò Presidente”, tutte le domeniche dalle 11 sino a sfinimento, sia di Chavez che del suo pubblico. In questa trasmissione, generalmente dedicata all’azione governativa in un campo specifico, sono presentati progetti o iniziative negli angoli più disparati del paese; anche questo aspetto è importante; Chavez , il leader che viene dal popolo e dalla provincia e che con le sue presenze televisive settimanali dai quattro angoli del Venezuela, valorizza le periferie e le realtà locali e le ricongiunge al governo centrale. Più che altrove è qui che Chavez esprime le sue doti di comunicatore, che, non a caso, ne fanno il referente principale della simpatia e della fiducia del settore popolare.

Chavez in Tv è torrenziale, istrionico, ironico, paterno, affettuoso; ha un rapporto fisico con la gente che abbraccia e bacia, fa le stesse cose della gente comune. Fatto impensabile alle nostre latitudini, pensando, con i brividi, ad un’ipotetica trasmissione settimanale intitolata “Ciao Prodi… La gente che guarda Alò Presidente non si annoia, si diverte, nonostante la durata media della trasmissione spesso superi le 6 o 7 ore.

Oltre alle due Tv statali che sono filo-governative, esistono una serie di Tv private e di giornali quotidiani vicine alle opposizioni. Settori del chavismo radicale ne chiedono l’espropriazione o la “messa sotto il controllo dei lavoratori”, a causa delle loro passate complicità col fallito golpe o dell’opera di mistificazione e disinformazione che svolgono ai danni del governo.

Il governo, comunque, si è guardato bene dal limitare in modo rilevante la libertà di stampa ed espressione da parte delle opposizioni, quindi allo stato di cose attuale il livello di democrazia e pluralismo in campo mediatico è sicuramente maggiore di quello mediamente esistente in un paese come l’Italia.

In campo finanziario il Venezuela propone la costituzione di Bancosur, una sorta di banca latinoamericana a sostegno dello sviluppo e della lotta contro la povertà, anche qui in alternativa agli istituti finanziari internazionali esistenti, in particolare Banca Mondiale e FMI.

In campo sociale viene proposta l’estensione a livello continentale delle esperienze maturate con le Missioni Barrio Adentro e quelle in campo educativo.

L’estensione della Missione Milagro è stata persino offerta alle comunità povere degli Stati Uniti con fornitura di benzina a prezzi ribassati. Del resto Chavez non manca di sottolineare che lo sviluppo di un movimento democratico solidaristico e antimperialista dentro gli USA è d’interesse cruciale per i popoli del sud del mondo ed in primis del “cortile di casa” latinoamericano.

A tale riguardo non va sottaciuto che, nonostante le politiche bolivariane, circa l’80% dell’interscambio commerciale del Venezuela è ancora con gli Stati Uniti. Non va nemmeno dimenticato che il calo d’interscambio con gli USA dipende anche per le stese dinamiche dei mercati globali, dato che un manufatto indiano o cinese costa meno…

La politica chavista nel settore della difesa, in coerenza con lo spirito “anti-neocoloniale”, si basa sul potenziamento difensivo a tutto campo: in questo senso si spiega l’acquisto dei famosi 100.000 kalashnikov AK47 e d’elicotteri ed aerei militari dall’ex URSS, o di navi dalla Spagna, oppure il futuro lancio del satellite militare venezuelano grazie ad un accordo con la Cina. In questo modo si spiega la formulazione della dottrina militare “bolivariana” secondo uno schema difensivo articolato in tre livelli o linee.

La prima linea della difesa sarebbe l’esercito regolare vero e proprio, la seconda sarebbe la riserva militare, ovvero tutti quelli che hanno fatto il servizio militare (in teoria sino a 2 milioni di persone), per la quale si punta al potenziamento e a migliorare l’armamento, la terza linea, e qui sta la vera novità, sarebbe la “Guardia Territoriale”, cioè teoricamente tutto il popolo mobilitato in armi a difesa della patria. Sull’istituzione della Guardia Territoriale si sono scatenate le polemiche dell’opposizione anti-chavista che vede in questo una nuova prova dell’involuzione in senso autoritario e militarista del “regime” chavista. In realtà l’istituzione della Guardia Territoriale è il frutto di una mediazione fra i settori del chavismo e dello stesso esercito contrari e quei settori che, invece, propugnavano la creazione di una vera e propria milizia popolare. La mediazione consiste nel fatto che la Guardia Territoriale è inquadrata, addestrata ed è sotto il comando dei distaccamenti territoriali dell’esercito.

A fare da sfondo a questi movimenti in materia di difesa ci sono due “fantasmi”. Il primo è quello di una possibile invasione statunitense, che non è da escludere soprattutto se nel medio periodo dovessero alterarsi gli equilibri mondiali o continentali. Il secondo fantasma è potenzialmente più insidioso: la Colombia, grande e strategico paese confinante, governato da Uribe. Si tratta del principale alleato degli Stati Uniti in America Latina, tanto da essere il terzo destinatario d’aiuti militari USA nel mondo subito dopo Israele ed Egitto e nel contempo si tratta del paese che oggi registra, col pretesto della lotta anti-guerruglia, i livelli più violenti di repressione dei movimenti popolari (7.500 dirigenti ed attivisti politici e sociali d’opposizione assassinati dai paramilitari negli ultimi 22 anni).

La Colombia un potenziale fattore di pericolo o destabilizzazione del Venezuela e non solo per un suo eventuale ruolo di testa di ponte per un’aggressione esterna, ma già oggi. Si ha motivo di credere che 200 omicidi perpetrati negli ultimi anni in Venezuela ai danni di dirigenti ed attivisti sindacali contadini, siano in buona parte avvenuti con l’infiltrazione di bande di paramilitari colombiani attraverso la lunga frontiera che divide i due paesi.

(continua)