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Alcune riflessioni dopo lo sciopero generale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
La Red/Azione

Si acuisce la lotta di classe. Alcune riflessioni dopo lo sciopero generale.

La crisi, con le sue nefaste conseguenze sulle masse degli sfruttati, ha rimesso in movimento milioni di proletari. Dopo l’Africa, anche l’Europa ha visto nelle piazze milioni di persone contro i governi che impongono misure capestro ai lavoratori e ai proletari. Hanno cominciato a muoversi le masse in Grecia, in Spagna e in Inghilterra e ora il movimento, si sta estendendo ad altri paesi.
Anche in Italia il 6 settembre centinaia di migliaia di operai e lavoratori hanno scioperato riempiendo le piazze contro la manovra finanziaria del governo Berlusconi.
Da mesi sentiamo ripetere dalla Confindustria e dai suoi rappresentanti politico-istituzionali – a cominciare dal capo dello stato – che bisogna tirare ancora di più la cinghia per far uscire il paese dalla crisi, perché “gli italiani finora hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi”, “serve una politica di rigore a sostegno dei conti pubblici”.
La cosa grave è che questa tesi è sostenuta da entrambi gli schieramenti politici (centrodestra e centrosinistra). Quindi la crisi non sarebbe colpa del sistema capitalista, dei borghesi che si sono appropriati della ricchezza prodotta dai proletari, ma dagli operai che sgobbano per meno di mille euro il mese (quando hanno il lavoro), dei pensionati che dopo una vita di lavoro sono costretti a vivere con pensioni da fame, dei cassintegrati, dei disoccupati, dei precari e dei lavoratori delle cooperative che lavorano un giorno sì e uno no.
La tesi della necessità dei “sacrifici purchè equi” è condivisa anche da tutti i partiti d’opposizione e da Cisl-Uil-Cgil. Il ”risanamento dei conti pubblici” – la centralità e la sacralità del profitto – è l’obiettivo di tutti i borghesi, come dimostra anche l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, firmato da governo, padroni e sindacati. Un accordo che accetta in nome “della coesione e unità nazionale” di sottomettere i diritti dei lavoratori all’impresa, sposando in pieno la “linea Marchionne”.
La massiccia partecipazione di operai e lavoratori allo sciopero del 6 settembre indetto dalla Cgil e dai sindacati base, più che un’adesione alle proposte della Cgil, è un segnale contro questa politica economica del governo, una rabbia che la Cgil cerca di controllare. Nella crisi, ogni frazione del capitale cerca di tutelare al meglio i suoi interessi e la “sinistra” della borghesia critica il governo e propone misure che vanno nel senso di tutelare meglio i loro interessi settoriali o particolari. Nonostante i capi dei sindacati collaborazionisti sostenitori del governo CISL, UIL e UGL abbiano boicottato lo sciopero, anche lavoratori iscritti a queste organizzazioni sono scesi ugualmente in lotta contro un governo che toglie ai poveri per dare ai ricchi, aumenta le tasse, riduce i salari e le pensioni, aumenta l’età pensionabile a cominciare dalle donne e che, infine, concede ai padroni la libertà di licenziare.

Per molti lavoratori, questo sciopero deve essere solo l’inizio di una mobilitazione che continuerà per difendere i propri interessi, che oggi significano semplicemente la sopravvivenza e il rifiuto dei lavoratori a diventare, come vuole il grande capitale e il suo comitato d’affari – il governo – una classe di schiavi.

La difesa dei profitti avviene a scapito, e sul peggioramento, delle condizioni di vita e lavoro dei proletari, in particolare le donne e i giovani, unificando e parificando sempre più nella miseria i lavoratori italiani e immigrati.
In realtà, chi finora ha vissuto e continua “a vivere sopra i propri mezzi” indebitando l’Italia sono i borghesi, che hanno alimentato il “debito pubblico”, venduto il paese alle multinazionali, contratto debiti col Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale ed Europea e che oggi vogliono far pagare i loro debiti ai lavoratori e pensionati.
Se in Italia e nei paesi capitalisti esiste un problema che impedisce il benessere minimo e una vita decente degli strati medio- bassi, questo problema è dovuto al sistema capitalista. Dobbiamo scrollarci di dosso il capitalismo, oggi quello che siamo costretti a pagare non sono i nostri debiti, ma quelli derivanti dal mantenimento del costo di questo sistema di sfruttamento, che continua a produrre i borghesi come padroni e i proletari come schiavi salariati, disoccupati, precari. E’ giunto il momento di lottare non solo contro un sistema economico-politico-sociale che socializza le perdite e i debiti facendoli pagare ai poveri e privatizza i profitti, incamerandoli nelle proprie tasche, ma per un sistema socialista in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia condannato come crimine contro l’umanità.

I sacrifici che oggi il governo ci impone nuovamente con la riduzione dei salari e dei servizi sociali, pensioni, sanità, istruzione, se passano senza opposizione sono solo l’anticipo della prossima manovra economica, che già l’Unione Europea avverte che sarà necessaria a breve.
La violenza del sistema capitalista si evidenzia nel colpire continuamente gli strati bassi della popolazione con l’appoggio di destra e sinistra, dei giornali loro asserviti e nel più totale silenzio del Vaticano (che pur parla di sacralità della vita).
Nel 2010 per la difesa il governo italiano ha speso 27 miliardi di euro, altri 700 milioni di euro per la guerra in Libia nel 2011 e inoltre ha deciso di spenderne altri 17 miliardi di euro per acquistare 131 cacciabombardieri F 5, mentre taglia più di 8 miliardi dalla scuola e dai servizi sociali.
Il capitalismo dimostra ogni giorno di essere un sistema che arricchisce un pugno d’imperialisti sulla pelle di miliardi di essere umani, producendo morte e miseria alla stragrande maggioranza della popolazione del mondo.
Non possiamo più limitarci a lottare contro gli effetti del capitalismo, è arrivato il momento di combattere contro la causa della miseria, delle guerre, della fame e della sete, contro il costo del capitale che pagano gli sfruttati di tutto il mondo. La necessità dell’organizzazione proletaria – di un movimento comunista, di un partito della classe che lotta per instaurare un mondo nuovo, un sistema socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto – è oggi il problema da porre all’ordine del giorno, altrimenti prevarrà la barbarie.

Michele Michelino