Canale Video


Calendario

Gennaio 2020
L M M G V S D
« Dic    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Archivio Articoli

Il Venezuela nel corso del processo bolivariano (3)

Queste sono note di un compagno che ha vissuto un’esperienza in Venezuela e ha cercato di approfondire delle tematiche, a nostro avviso, molto interessanti per aprire un dibattito sulla situazione attuale. Le  proponiamo in versione praticamente integrale certi che potranno offrire un valido contributo ai lettori interessati alla questione.

La redazione web de “il Buio”

Venezuela: impressioni di viaggio

Ho avuto una sensazione costante che mi ha accompagnato in questi tre mesi di viaggio in Venezuela, dalla metà di giugno 2005 a quella di settembre: l’ambivalenza. Da un lato la percezione di una società in  movimento, dinamica, percorsa da una tensione verso il cambiamento in parte rilevante stimolata ed accolta  dall’attuale governo presieduto da Hugo Chavez, dall’altro lato una serie di contenuti e modalità  dell’azione di governo, nonché dalle forze politiche e sociali che lo sostengono, non del tutto in  sintonia con la stessa immagine che il governo propone di sé, ed anche non sempre in sintonia con un’idea  di cambiamento ispirata ai valori della libertà, del protagonismo delle istanze di base, del superamento delle barriere gerarchiche come quelle nazionali. Sarà uno dei segni indicatori di quella “crisi storica”  della quale spesso parla, parafrasando il “nostro” Gramsci, lo stesso Chavez: la crisi storica di un  paese, il Venezuela, oggi sospeso fra ciò che ha cessato di morire, e ciò che ancora non ha cessato di  nascere.

Povertà, marginalità, condizioni di lavoro.

Ad un impatto superficiale il paese, anzi in particolare la sua capitale, non si differenzia molto da qualunque altro paese latinoamericano. Fatti salvi, però, il livello di sviluppo e di ricchezza generale, la voglia di consumo (molto evidente fra i giovani), mediamente più alti rispetto alle aree più povere del sub-continente come Bolivia o Paraguay. Il Venezuela, infatti, oltre ad essere il quinto paese esportatore di petrolio al mondo, rappresenta la quarta economia dell’America Latina dopo Brasile, Messico ed Argentina.

La zona collinare che circonda la parte centrale di Caracas, è praticamente ricoperta da quartieri marginali, cresciuti disordinatamente uno sull’altro negli ultimi decenni su terreni spesso instabili o franosi; case di solo rustico, senza intonaco, infissi assenti o di fortuna, tetti precari, il tutto inframmezzato qua e là da edifici più decenti o da aree di vere e proprie baracche.

Il numero di venditori ambulanti è enorme, in tutte le zone centrali o adiacenti le principali stazioni della metropolitana. La sera non è infrequente incontrare persone, anche giovani, che raccolgono cibo o mangiano direttamente attingendo dai sacchi dell’immondizia di bar o fast-food. Molto diffuso l’alcoolismo. Tassi di criminalità e violenza paragonabili a quelli del vicino Brasile.

Ovviamente si tratta di impressioni superficiali e mi è impossibile fare paragoni con la situazione precedente l’inizio del governo chavista. I dati ufficiali dell’INE (Istituto Nazionale di Statistica) sulla povertà, la danno sensibilmente in calo, ma sono contestati sia dall’opposizione che da altre fonti.

Sulle condizioni di lavoro… iniziano le ambivalenze.

Ho avuto la netta percezione che se esiste un ambito dove le politiche chaviste hanno inciso un po’ meno che altrove, questo è l’ambito delle condizioni lavorative nel settore privato. Per esempio nel settore del lavoro terziario e dei servizi. Camerieri a Caracas che lavorano praticamente senza salario fisso, trasformati in venditori: prendono una percentuale del 10% su quello che servono ai clienti più le mance; guadagnano mediamente più di un salario minimo, ma non hanno assicurazione e nemmeno ferie e malattie pagate. Altri camerieri di ristoranti aperti 24 ore su 24 che per poco più di un salario minimo, fanno turni di 12 ore di lavoro al giorno. Dopo tre mesi sono licenziati (secondo la legislazione venezuelana è proprio il terzo mese di lavoro che la posizione lavorativa si consolida giuridicamente), anche in questo caso ferie e malattie non pagate.

Anche nel settore industriale la situazione non cambia molto. In una città come Valencia, terza per dimensioni e primo centro industriale del paese, circa l’80% della forza lavoro operaia guadagna un salario minimo (370 o 400.000 bolivares secondo le dimensioni dell’impresa). Per avere un’idea di cosa significhi vivere con un salario minimo, a Valencia un affitto medio di un appartamento costa circa 200.000 bolivares, cioè poco meno che a Caracas. Molti operai lavorano con contratti precari di 90 giorni.

In molti casi i padroni sono anti-chavisti e, quindi, si può essere licenziati perché non si fanno gli straordinari, o, addirittura, perché visti in giro a parlare con un chavista. Anche qui infine ho trovato situazioni limite nel settore terziario, come un lavoratore in un albergo che per arrivare a mettere insieme 2 salari minimi (740.000 bolivares), di notte fa il portiere d’albergo e di giorno il cameriere nell’annesso ristorante. Nel concreto questa persona lavora 16 ore al giorno. Un’altra lavoratrice dello stesso albergo, sempre per un salario minimo, si sciroppa 56 ore di lavoro settimanale, ovvero le pagano i 6 giorni di lavoro previsti, facendogliene fare 7.

In cosa consiste, allora, l’ambivalenza che ho riscontrato nel settore lavorativo?

Accanto alle situazioni sopra descritte, esiste un clima politico generale sorretto anche dalla nuova cornice costituzionale e legislativa del paese (la nuova Costituzione della Repubblica Bolivariana de Venezuela è del 2000), che ha allargato l’agibilità sindacale e gli spazi di lotta e contrattazione dentro i posti di lavoro, soprattutto quelli medi e grandi dell’industria e del terziario. In altri termini, più che in novità trascendentali dal punto di vista economico e normativo, la novità interessante risiede nell’allargamento dello spazio per la battaglia sindacale e rivendicativa.

Proverò a descrivere meglio due ingredienti importanti di questo nuovo clima. Innanzi tutto il fatto che, in un paese come il Venezuela ed in un contesto come quello latinoamericano storicamente caratterizzato dall’estrema violenza verso i suoi oppositori ed i movimenti sociali e di lotta, dall’avvento di Chavez alla presidenza i corpi repressivi hanno, non dico cessato d’esser tali, ma assunto una funzione più “neutra”; cioè meno interventista e di parte, dentro le dinamiche del conflitto sociale e sindacale.

Questo non vuol dire che non permangano grossi problemi di violenza poliziesca nella gestione della cosiddetta criminalità sociale, per non parlare del fronte carcerario. Il cambiamento sul versante della gestione dell’ordine pubblico e delle vertenze sociali e sindacali, pare sia indiscutibile, e riconosciuto perfino da espressioni radicali della sinistra non chavista, anzi fortemente critica verso la “rivoluzione” bolivariana, come settori del movimento anarchico venezuelano.

Un altro ingrediente di questo nuovo clima è rappresentato dal fatto che la nuova Costituzione prevede l’espropriazione delle imprese private totalmente o parzialmente inattive, e che il proprietario si rifiuta di vendere, qualora con provvedimento legislativo del Parlamento tali imprese siano dichiarate di “interesse nazionale”. Tale disposizione sulle espropriazioni, che pure lo stesso Chavez afferma non rappresentare la politica del governo, ma un provvedimento d’eccezione, è stata applicata in alcuni casi emblematici, come nella vicenda della cartiera Invepal di Valencia, attualmente gestita da un a cooperativa di lavoratori. Ovvio che la connotazione non in senso anti-operaio della gestione poliziesca dell’ordine pubblico, e la presenza di una normativa sulle espropriazioni che funziona da deterrente verso il padrone di turno intenzionato a ricattare i lavoratori in lotta con la minaccia di chiudere l’impresa, spostano a favore dei movimenti popolari e sindacali la bilancia dei rapporti di forza, all’interno dei conflitti e delle vertenze che si sviluppano nel territorio e dentro le aziende.

In questo nuovo clima si è costituita con un processo iniziato nel 2001 e formalizzato nel 2003, la UNT (Union General de los Trabajadores), sindacato conflittuale e filo-chavista arrivato ad avere circa 1.200.000 aderenti. La UNT ha affiancato i vecchi sindacati tradizionali come la CGT (Confederacion General de los Trabajadores), sindacato concertativi e colluso con la vecchia classe politica, nonché coinvolta nel fallito golpe contro Chavez dell’aprile 2002, e nello sciopero antigovernativo del settore petrolifero e della grande distribuzione fatto nel 2003.

Come conseguenza della nascita di questi nuovi soggetti sindacali c’è l’allargamento del conflitto dentro i luoghi di lavoro. In tutto il paese dove non esiste un sistema di contrattazione nazionale di categoria, e dove, quindi, il conflitto e le vertenze diffuse nei singoli posti di lavoro, rappresentano l’unica possibilità per i lavoratori di ottenere condizioni lavorative e salariali migliori, rispetto a quelle grame sancite dalla legislazione, in particolare dalle disposizioni sul salario minimo.

Un esempio: a Valencia, nelle aziende dove c’è contrattazione si arriva ad una volta e mezzo il salario minimo, mentre in quelle dove manca si resta inchiodati al medesimo. Ne’ la gravita del problema salariale in Venezuela sfugge al governo il quale nel corso del 2006, attraverso vari aumenti porterà il salario minimo da 370.000 bolivares a circa 512.000 bolivares.

Credo di aver spiegato a sufficienza come l’ambivalenza che caratterizza l’intero processo bolivariano si esprima su un nodo centrale come quello delle condizioni di lavoro.

(continua)