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Sulla memoria storica

Un monologo

Mio figlio, che ha costruito tutta la sua carriera politica non dentro il Partito ma all’interno del Leoncavallo, spinello dopo spinello, concerto dopo concerto, incontro con la Giunta comunale di turno dopo incontro; e che, anche per questo, nutre un’autentica venerazione per il subcomandante Farina, che, per lui, è un altro San Francesco (come non capirlo? In fondo, sia l’uno che l’altro fraternizzano con gli animali, siano essi Amministratori comunali “di destra” o “di sinistra”, extracomunitari anticomunisti o ex sostenitori di regimi miseramente crollati sotto il peso della mafia e della corruzione, immobiliaristi, lupi, sciacalli, porci e via elencando), giorni fa mi ha chiesto della mia esperienza politica.
“Sai, papi”, mi ha detto, usando un vezzeggiativo che mi da un po’ fastidio, perché mi fa assomigliare a Berlusconi, mentre io simpatizzo per Montezemolo, “la memoria storica è importante, per giovani come me che vogliono prendere esempio da te e diventare quel che tu sei diventato: uno con un ricco conto in banca, con la villa al mare, la barchetta a vela, il lavoro da alto dirigente, la tessera del Pd nel portafogli, la Repubblica in tasca e tante belle idee “progressiste” in testa”.
Mio figlio mi adula, me ne rendo conto.
Ma potevo non spiegargli che cos’è stato, per me, il ’68?
E poi, quegli anni, io me li ricordo bene. Come il mio collega Crocetta (nomen omen) un ex democristiano culo e camicia con i preti, si ricorda benissimo gli anni di Seminario.
Io ero studente universitario alla Statale di Milano, ed avevo un sacco di amici: non solo Bocconi e Cattolica (due fratelli nati da madri diverse: una, risposatasi con un Ricco, la Bocconi; l’altra rimasta nubile a carico dei Preti, la Cattolica), ma anche Parini e Loden, uno che ti si appiccicava addosso come uno spolverino, con cui, invece di studiare, occupavamo l’Università. Al bar, chiedevamo sempre il coktail “Fragole Sangue” e ci scambiavano pettegolezzi sulla relazione sentimentale fra una tedescona di nome Rosa Luxemburg ed il Che Guevara.
Fu in quegli  anni che conobbi la mia attuale consorte (la terza, cioè la prima: nel senso che ci siamo sposati due volte, dopo un intermezzo, da parte mia, con la giornalista Lucia Annunziata, una così brutta e sgradevole che, ad un certo punto, ho preferito lasciarla all’onorevole Luigi Manconi, uno che ha avuto forse più partiti che donne tanto era di gusti facili). Mi colpì il fatto che la mia attuale moglie aveva i capelli alla Jane Fonda, o forse ad Henry Fonda, o forse no: alla Angela Davis, quell’americana che si abbronzava prendendo il sole sulla spiaggia di Los Angeles. A dire la verità, non ricordo più tanto bene: ma non credo sia poi così importante.
Un vento di rivolta soffiava sull’Europa.
In Germania, il movimento degli studenti era fortissimo, ed era guidato da Rudy, Rudy, cioè Rodolfo, Valentino. No, forse non era Valentino… Ah, ecco: adesso ricordo: si chiamava Dubcek, ed era un casinista tale che, ad un certo punto, i proprietari della casa, dei Russi così amanti dell’ordine e della tranquillità da aver sempre tenuto in ordine il loro “cortile di casa”, invasero Praga. Una capitale nota per la sua birra di primordine e perché il Crocetta, il mio collega Crocetta, ci organizzava delle sedute spiritiche con i suoi ex colleghi di Seminario che avevano sostituito Dio con Belzebù.
La chiamarono Primavera di Praga per via del maggio francese (com’è noto, maggio è in Primavera, mica come l’Ottobre russo, che non si sa in quale stagione è!).
A Città del Mexico si tenevano le Olimpiadi organizzate dai Militari, dalla Polizia e dal Clero in uno stadio che si chiamava “delle Tre Culture” (o semplicemente “della Cultura”, di una sola cioè, visto che tre, per degli scansafatiche come i messicani, sono fin troppe?).
Quello stesso anno, in America, venne ucciso Martin Luther King perché, mi sembra di ricordare, aveva vinto i 200 metri piani ma, al momento della premiazione, aveva salutato con il pugno chiuso durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano.
In quel periodo morì anche Yuri Gagarin, in uno dei tanti voli dello Shuttle: non se ne parlò tanto perché non era una gran novità, che Gagarin volasse in cielo.
In America c’era il movimento razzista del Ku Klux Klan, su cui indagava da anni il tenente Colombo (o forse no, forse non era il tenente Colombo: forse era l’ispettore Roc, quello che aveva commesso un errore perché, essendo pelato, non aveva mai usato la brillantina Linetti).
Ed in America c’era anche Kennedy, Robert Kennedy, quello che fu ucciso con una dose di veleno letale e la cui moglie, vedova del fratello, si era risposata con l’armatore greco Onassis dopo una relazione adulterina durata anni. Anche per questo, e per via dell’età di entrambi, il matrimonio di Onassis, che, per ironia della sorte, di nome faceva Aristotele, fu del tutto platonico…
A quel tempo, noi della Statale di Milano cantavamo tutti “Contessa”, una canzone scritta da famoso tennista Pietrangeli, che fu poi regista a Mediaset, mentre tra i nostri idoli c’era il famoso Mao dei Primitives (o non era Mao? che fosse Makno?).
Il nostro capo era Lui, il mitico Capanna, uno che, proprio come Farina del Leo, parlava con tutti, ma proprio con tutti (picisti, sbirri, questori, pennivendoli, preti, ecc.), tranne che con i comunisti: con quelli faceva parlare le spranghe, me lo ricordo bene.
Una sera d’agosto (o era inverno? boh…), Capanna si incazzò di brutto con le mogli dei braccianti di Avola che si erano messe in pelliccia e volevano entrare gratis alla Scala. Per questo la polizia le aveva massacrate. Noi, invece, per non essere inferiori alla Polizia, giù a tirar uova su quelle vedove dei braccianti che non volevano rispettare il periodo di lutto.
Ah, che anni quegli anni!
Formidabili, come diceva quel vecchietto cinese (o vietnamita?) con la barbetta mefistofelica che aveva fatto un c… tanto agli americani prima e agli olandesi (o non erano olandesi? Forse erano francesi. E forse prima c’erano i francesi, e solo dopo i francesi gli americani. O erano i Russi? O non era il Vietnam, era già l’Afghanistan? boh, ma tanto non importa…).
Per oggi mi fermo qui, figlio mio. Facciamo una pausa e fumiamoci uno spinello, così contribuiamo all’economia del Leo.
In chiusura, volevo solo che tu sapessi una cosa.
Che anch’io sono convinto sia assolutamente importante che la memoria storica di quel periodo non vada persa.
E, soprattutto, che io sono rimasto, nonostante tutto, quello di allora.
Con qualche capello grigio in più, con un po’ di pancia dove allora non c’era, ma sempre con una memoria di ferro, con le idee chiare ed i ricordi nitidi.

Tuo papi