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Settembre

“Un’arma complessa rafforza i più forti, mentre un’arma semplice – finché non si trova il modo di neutralizzarla – affila gli artigli ai più deboli”
George Orwell

La gran parte di coloro che hanno salutato all’attacco alla Bestia imperialista dell’11 settembre in quel di New York come piccola parziale rappresaglia per i crimini commessi dagli USA nei confronti dell’Umanità intera probabilmente ignorano che, per gli yankees, non si trattava della “prima volta”. Che i rappresentanti dei “dannati della terra” e dei popoli sfruttati ed oppressi dall’imperialismo, e non solo da quello a stelle e strisce, decidevano di assestare un colpo secco e doloroso (per chi lo ha ricevuto) nel “ventre stesso della Bestia”.
Il 16 settembre 1920, infatti, esattamente di fronte alla House of Morgan, la banca ancor oggi responsabile dei crimini e dei misfatti della finanza internazionale, dall’altra parte della strada, si ergeva quello che è ancor oggi considerato il cuore di Wall Street, e cioè la Borsa di New York.
Quel giorno, nel centro simbolico del capitalismo yankee, un oscuro anarchico italiano arresta il proprio cavallo che traina una carretta carica di esplosivo, per poi allontanarsi velocemente e confondersi tra la folla.
Pochi minuti dopo, l’intero quartiere è sconvolto da una tremenda deflagrazione: carretta e cavallo sono ridotti in cenere, le vetrate dei negozi e degli uffici dell’intero isolato vanno in mille pezzi, la maggior parte degli edifici circostanti prende fuoco ed una grossa parte della House of Morgan è ridotta in macerie.
Quando il fumo degli incendi e la polvere provocati dalla tremenda esplosione si sollevano, Wall Street sembra essere scampata ad una vera e propria Apocalisse: ovunque macerie e carte coperte da un’impalpabile polvere grigia; carrette, cavalli ed automobili rovesciati e distrutti, corpi ridotti a brandelli, uomini e donne ormai cadaveri oppure orribilmente feriti.
Il bilancio definitivo dell’attentato è di 33 morti ed oltre duecento feriti.
Sul piano materiale, i danni sono stimati a 2 milioni di dollari dell’epoca, una cifra a dir poco enorme.
Due giorni dopo, il New York Times, il Corriere della Sera yankee dell’epoca, definirà l’attentato un “act of war” (un atto di guerra), riprendendo alla lettera una dichiarazione della New York Chamber of Commerce in cui, fra l’altro, si chiedeva al Governatore dello Stato l’invio di truppe federali “in grado di fronteggiare possibili analoghi attacchi”.
Un atto di guerra: ma di chi?
Sul luogo dell’esplosione, solo a qualche isolato di distanza, un postino aveva trovato dei volantini stampati in modo rudimentali con sopra scritto: “Liberate i prigionieri politici o sarà morte sicura per tutti voi”. Firmato: Anarchici americani combattenti.
In realtà, qualche mese prima, erano stati arrestati Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i “migliori amici” dell’immigrato italiano considerato autore dell’attentato, Mario Buda, nato a Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì, nel 1884, membro del gruppo anarchico di Luigi Galleani.
Alcune settima dopo l’attentato, Buda rientra in Italia: passa qualche giorno ed eccolo di nuovo a casa, in Romagna.
Sono, quelli, gli anni del “Biennio rosso”: a Savignano, Buda riprende l’attività politica, organizzando conferenze e redigendo volantini in difesa di Sacco e Vanzetti.
Ma la Controrivoluzione sta ormai prendendo forza: Giolitti, allora Presidente del Consiglio, pratica una repressione ben più dura e spietata di quella sperimentata da Buda negli USA.
Cronaca Sovversiva, la rivista di Luigi Galleani viene soppressa e gli anarchici ovunque incarcerati e costretti al silenzio. Sotto il governo Mussolini, poi, gli anarchici, noti paradossalmente come “gli americani”, vengono arrestati uno dopo l’altro o costretti all’esilio.
Sorte a cui non potrà sottrarsi neppure Buda. Che comunque, giusto per gratificare gli amanti delle “storie a lieto fine” se ne andrà per sempre proprio a Savignano, nel 1963, negando fino all’ultimo di essere stato inconsapevolmente il precursore storico di Bin Laden.
Comunque sia, resta l’attacco del 20 settembre 1920 alla Borsa di New York, che rappresentò, ne fosse o meno autore Buda, uno degli attacchi più devastanti di tutti i tempi ai simboli del capitalismo e della finanza ameriKKKani ed internazionali.
A smentita del celebre aforisma di Marx secondo cui la storia si ripete sempre, la seconda volta peggio della prima…

Ravachol