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In libreria

Un libro non letto è come un coito non consumato. Ecco perché l’Umanità conta un gran numero di frustrati e di repressi
Anonimo

Riuscì a rifugiarsi nella libreria, insolitamente o forse no ancora aperta a quell’ora della sera. Giusto in tempo per sottrarsi all’ennesima carica di una massa ululante di sbirri in fregola. Per loro, una manifestazione contro l’ennesima aggressione imperialista voluta dal Governo con il consenso osceno del canagliume “di sinistra” era come una donna nuda per un gay che era andato in bianco: una provocazione contronatura.
Visto comunque che ormai c’era, si rassegnò all’idea che i suoi compagni avrebbero preso un po’ di legnate sulla schiena (o in qualche altra parte sensibile del corpo) in sua vece. Si guardò attorno, si sentì travolgere da quello tsunami di parole morte, avvistò il proprietario della libreria (che conosceva dagli anni delle lotte contro l’egemonia del Movimento Studentesco di Capanna e contro la sua galassia di partitini-satellite e di semplici lecchini opportunisti) e, come un naviglio alla deriva dopo aver avvistato il sospirato approdo, gli si avvicinò senza più indugiare.

LETTORE: Oh, ciao! Come stai? È da molto che non ci si vede: dall’ultima manifestazione contro la guerra finita in un’ecatombe di arresti e di feriti. E di compagni che, prese le prime botte della loro militanza, constatato che la Rivoluzione “non è un pranza di gala”, arrivarono alla conclusione che la politica non faceva per loro, che era “una cosa sporca” (soprattutto di sangue). Comunque, ricordi a parte (qui, sotto forma di carta stampata, ce n’è già fin troppa!),  visto che sono qui: hai qualche libro da suggerirmi?

LIBRAIO: Be’, direi proprio di sì. Hai già letto “La revoluciòn bonita. Viaggio a tappe nel Venezuela di Hugo Chavez”, di Angelo Zaccaria, edito dalle Edizioni Colibrì? Te lo raccomando senz’altro; anche se il libro, appena pubblicato, può già vantare una sorte a dir poco curiosa.

LETTORE: In che senso “curiosa”? Perché è stato scritto da Zaccaria, un compagno che, detto per inciso, conosco da tempo, e da cui ti aspetteresti forse tutto, ma non proprio un libro sulla “rivoluzione bolivariana” di Hugo Chavez e compagnia al séguito? Sarò forse condizionato dal fatto che Zaccaria appartiene a quell’area dei centri sociali milanesi che, almeno finora, non si è accodata alla politica collaborazionista del Leoncavallo e non ne ha condiviso il progetto di integrazione e di pacificazione dell’antagonismo sociale, milanese e non, ma, di Zaccaria, ho sempre letto con piacere i lavori teorici.

LIBRAIO: No, non è per questo. Narra un’antica e poco conosciuta fiaba cinese (talmente poco conosciuta che non vale la pena di ricordarne il titolo, tenuto conto anche della difficoltà di tradurre dalla lingua degli antenati del presidente Mao Tse-tung) che un contadino, dopo aver speso gran parte della sua vita a bonificare una zona prima paludosa, proprio quando sta già pregustando il piacere di cogliere i frutti del proprio faticosissimo lavoro, lo vede irrimediabilmente compromesso da un’improvvisa e gigantesca inondazione del Fiume Giallo. Ecco, qualcosa del genere è capitato a questo libro: anni di lavoro, di viaggi in Venezuela, di incontri con personaggi “istituzionali” e non (cfr. pag 12 del libro) e poi, giusto quando “La revoluciòn bonita” fa la sua apparizione sugli scaffali delle librerie, Chavez convoca una conferenza stampa e dichiara esplicitamente… di essere ammalato di cancro!

LETTORE: E con questo? Perché, secondo te, anni di lavoro sarebbero andati in fumo, per dirla con le ultime parole di Giordano Bruno?

LIBRAIO: Perché l’attenzione dell’”opinione pubblica” internazionale si è all’improvviso spostata sulla salute di Chavez, dunque su Hugo Chavez in quanto individuo. Un individuo che incarna, nel senso letterale del termine, nel bene e nel male, la natura, le caratteristiche e la direzione di marcia della “rivoluzione bolivariana”: un’involuzione, tanto in termine di immagine internazionale che di interesse da parte del Movimento e dell’opinione pubblica mondiale verso i più recenti  avvenimenti storico-sociali in Venezuela. E, più di tutto, verso una Rivoluzione che dovrebbe, proprio se ed in quanto Rivoluzione – fenomeno di classi, cioè, non di singoli individui – tener distinto il ruolo delle “masse popolari” e delle dinamiche storiche da esse avviate da quello del loro leader. Che Rivoluzione può mai essere una rivoluzione che dipende dalle vicende personali di un unico individuo, per quanto capace, lungimirante e carismatico egli possa essere? A questo punto, dopo la “rivelazione” di Chavez, avrebbe molto più senso leggere una biografia del leader venezuelano, piuttosto che una radiografia della rivoluzione bolivariana, non ti pare?

LETTORE: Allora secondo te non vale proprio la pena di leggerlo?

LIBRAIO: No, no: tutt’altro. In primo luogo, perché, nonostante tutto, il processo da anni in atto in Venezuela è un processo storico reale, checché se ne pensi e a prescindere da come lo si giudichi. Un processo che produce equivoci con la stessa frequenza con cui i rifondatori ed i loro servi partoriscono puttanate e figli bastardi; ma pur sempre un processo storico reale, lo ripeto. Che vede coinvolte masse reali (non quelle solo cartacee che seguirebbero il PD e l’ultima nata in casa “Ieri, oggi e sempre: Tradimento!”, garantisce SEL) e che rappresenta un altrettanto reale esempio di lotta di classe nella sua forma più avanzata ed acuta. In secondo luogo perché l’approccio di Zaccaria alle vicende venezuelane è, occorre sottolinearlo a suo onore e a pregio del suo lavoro, piuttosto critico che apologetico. Cosa insolita, in questi tempi di piaggeria sempre e comunque. Ed in certi ambienti, un tempo insensibili al richiamo delle sirene collaborazioniste ma sensibilissimi al fascino delle “rivoluzioni esotiche”, un abbaglio che non a caso riuscì ad accecare, contemporaneamente, catto-comunisti e cattolici “di sinistra”.
Zaccaria dà ampio spazio alle Opposizioni venezuelane: pur non essendo anarchico, concede diritto di parola addirittura agli anarchici del gruppo El libertario (cfr. pag. 168sgg) e a decine e decine di attivisti, di volontari e di militanti delle organizzazioni di base, comprese quelle meno allineate a fianco di Chavez. Lui poi, ed anche questo è un pregio del libro che mi preme evidenziare, dà prova di non essere poi così “folgorato” dal Verbo chavista, come capitò ad altri prima di lui, si trattasse della rivoluzione d’Ottobre, di quella cubana, del “socialismo in un P(aradiso)aese solo o della segreteria Berlinguer, giusto per mescolare l’oro con le feci. Arriva infatti a scrivere, per fare solo una citazione, che “di certo quello di Chavez non è un governo ‘rivoluzionario’, almeno secondo i parametri a cui siamo abituati a riferirci. Non sono stati intaccati o modificati in modo sostanziale né i rapporti di proprietà né le basi strutturali fondamentali del sistema, che continua a funzionare secondo le regole di un’economia di mercato” (pag.133). E poco importa che, più oltre, Zaccaria apparentemente arrivi a contraddirsi quando sostiene che “la mia senzazione è che al di là dei molti problemi irrisolti, contraddizioni e lati oscuri, quello bolivariano resti un processo sostanzialmente positivo, e aperto a ulteriori sviluppi positivi” (pag.159). Nodo irrisolto, mi permetto di osservare io: se in Venezuela non è ancora cambiata, dopo anni, la sostanza della formazione economico-sociale venezuelana, se cioè la formazione economico-sociale venezuelana, che era capitalistica, dopo anni di tentativi veri o presunti di modificarne la natura, è rimasta sostanzialmente capitalistica, in base a quali valutazioni si possono pronosticare (evangelicamente) “ulteriori sviluppi positivi”? Ulteriore? Ulteriore vuol dire che ne sono stati altri, prima: ma quali? E quando? Gli “ulteriori sviluppi” di una formazione sostanzialmente capitalistica non possono che essere sviluppi su base capitalistica: e che essi siano “ulteriori” è implicito nella dinamica stessa del modo di produzione capitalistico…
Il fatto è che, secondo me, Zaccaria, nonostante le buone intenzioni che lo hanno animato e che fanno di lui un “sincero rivoluzionario”, come lo definirebbero, ahimé, anche i rincoglioniti che seguitano ad interpretare il marxismo come la religione dei cretini più cretini dei Cretini per etimologia, e cioè dei Cattolici, non riesce a liberarsi dallo schema concettuale che orienta l’Area politica a cui fa nonostante tutto riferimento, e cioè quello dell’Autonomia. Questa figlia non riconosciuta e sempre ripudiata dal riformismo storico.

LETTORE: Scusa, ma questo punto non mi è molto chiaro. Potresti spiegarti meglio? In poche parole, se ti è possibile. Vedo che gli sbirri se ne sono andati, e vorrei raggiungere appena possibile i miei compagni del CPU, che sono sicuramente in prima fila negli scontri, com’è loro abitudine. A proposito: segui il loro sito-web?

LIBRAIO: Sì, certo: lo conosco e lo seguo. Comunque, vedrò di accontentarti e di non farti perdere altro tempo. In sostanza, prima volevo dire questo: ciò che accomuna i diversi tipi di simpatizzanti o di sostenitori della Rivoluzione Bolivariana é un’illusione, del tutto estranea, per non dire ostile, al marxismo rivoluzionario. L’illusione (uso un eufemismo) cioè che lo Stato sia un organo al di sopra ed al di fuori della lotta di classe. Così, la conquista del Governo (idem est: della maggioranza parlamentare) viene confusa con la conquista dello Stato, e la politica di riforme viene concepita come una sorta di “lunga marcia” verso il Socialismo, come essa stessa un indicatore di per sé significativo dell’avviata trasformazione dei rapporti di produzione sociale in senso socialista.
In realtà, tutto quello che ho appena descritto è puro e semplice lassallismo (il termine viene da Ferdinand Lassalle, un “socialista” contemporaneo di Marx), è cioè l’ennesima riproposizione di quello “statalismo socialista” che già nella seconda metà dell’Ottocento sosteneva che spetta allo Stato operare in senso riformista e promuovere un ordine sociale più giusto rispetto a quello messo in pratica dalla libera e sfrenata concorrenza tipica della teoria economica classica. C’è infatti, nella teoria dello “statalismo socialista” propugnata da Lassalle – e dai suoi epigoni contemporanei – una riabilitazione, per così dire, dell’istituzione-Stato, in contrasto ed in polemica con le scuole liberali (da qui il suo aspetto, puramente di facciata, “socialista”): lo Stato non può e non deve limitarsi a garantire la sicurezza dei cittadini, ma deve assumere parametri morali ed educativi. Compreso il ricorso alle cooperative finanziate – ed analoghe forme di organizzazione produttiva “di base” – o sostenute dallo Stato che si contrappongono ed entrano in concorrenza con le imprese capitalistiche vere e proprie. L’alfiere del “socialismo di Stato”, cioè di un’ideologia di legittimazione del potere della “burocrazia di Stato”, che si fa appoggiare dagli strati popolari proletarizzati o in via di proletarizzazione per tenere in scacco l’intera società, ti ho già detto, fu Lassalle, contro cui (ma non solo) Marx scrisse la Critica del programma di Gotha. A cui ti rimando senz’altro… Alla Critica, ma anche a Lenin, per il quale “la riforma è un sottoprodotto della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato”, dal momento che il miglioramento delle condizioni di vita è il risultato non della “predicazione riformista” (per quanto radicale essa possa essere) ma della lotta rivoluzionaria, lotta che costringe la borghesia ad usare anche la carota delle riforme nel tentativo di riportare il movimento rivoluzionario sotto il controllo dello Stato. Tu sei troppo giovane, e forse non ne hai avuto esperienza diretta, ma non hai mai sentito parlare di “riforme di struttura”, quelle che avrebbero dovuto scandire la “via italiana al socialismo” di togliattiana memoria e che, in realtà, hanno portato “la  classe operaia a farsi finalmente Stato” e, aggiungo io, a varcare la soglia del Paradiso capitalistico, dogma della religione consumistica proprio come il “Paradiso socialista” era stato un dogma della religione “comunista”?
Tornando al libro di Zaccaria, uno dei suoi limiti più gravi consiste, a mio giudizio, nell’aver adottato come criterio di misurazione del grado più o meno alto di avanzamento verso il socialismo della Rivoluzione Bolivariana il tipo ed il numero di riforme attuato da Chavez, il loro carattere più o meno popolare, “di base” e, soprattutto, parzialmente anticapitalista.
Quando invece dovrebbe essere un altro, il criterio di misurazione del grado di avanzamento di una singola formazione economico-sociale verso la Rivoluzione comunista (comunista, sottolineo, non “socialista”. L’aggettivo “socialista” non solo non significa nulla, di per sé, ma quando nonostante tutto lo fa, indica soltanto una forma particolare di capitalismo, una sua variante)…
Ma non voglio farti perdere altro tempo. Semmai, torneremo sull’argomento la prossima volta che entrerai di nuovo qui per… non farti beccare dalla polizia.
Ah, e il libro di Zaccaria? Non lo prendi?
Lo prendi perché ti interessa leggerlo ma non lo paghi perché, il tuo, è un “esproprio proletario”, perché “l’informazione e la cultura devono essere liberi e gratuiti per tutti”?
Vabbe’, per stavolta va bene così. Chissà, però, cosa ne penserebbe Chavez… Chissà se, in Venezuela, sono gratuiti, i libri su Bolivar, un personaggio che, detto per inciso, non suscitava proprio né l’approvazione né la stima di Marx…?
Comunque, hasta la victoria, companero!

Red-5