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Squallida fine di squallidi servi

L’articolo che potete leggere qui sotto non è frutto della nostra Red/Azione, o di qualche nostro lettore smanioso di far conoscere il proprio punto di vista.
L’abbiamo letto, ci è “piaciuto” e, benché si occupi di “stercorari minori”, per dirla con Engels, cioè di sedicenti “comunisti” responsabili, fra l’altro, dell’aggressione imperialista alla Jugoslavia  e di altre sconcezze di minore gravità (istituzione dei  famigerati GOM, le squadrette di picchiatori attive nelle carceri volute dal compagno-ministro Diliberto, ecc. ecc.), abbiamo deciso di proporvelo, anche se con un titolo diverso da quello originale.
La Red/Azione

A proposito del documento congressuale degli eredi di Cossutta

Si terrà a Rimini, dal 28 al 30 ottobre, il sesto congresso del Pdci. Tre anni fa, a Salsomaggiore, gli eredi di Cossutta – nel frattempo trasmigrato, da «comunista» si intende, nel Pd – si leccarono le ferite della sberla elettorale dell’Arcobaleno. Una batosta maturata nei due anni del governo Prodi. Bene, cosa hanno imparato i cosiddetti «comunisti italiani» da quella esperienza? Nulla, al punto di riproporre, mutatis mutandis, lo stesso schema che portò a quel disastro.
Il documento congressuale è piuttosto voluminoso, ma in questa sede ci limiteremo ad affrontarne un aspetto, quello relativo alla «politica delle alleanze», con particolare attenzione a quello che vorrebbe essere il contributo del Pdci al programma della futura coalizione antiberlusconiana. Concentrarsi su questo aspetto è naturale, dato che i partiti producono innanzitutto linea politica, ed è su questo che vanno giudicati.
Per la verità nessuno si aspettava delle novità dal partito di Diliberto. Scontata dunque la solita tiritera sull’«unità». Ecco cosa si legge a pagina 22: «Unità democratica, unità a sinistra, unità comunista: i fondamenti che stanno alla base della nostra linea». Unità, unità, unità, triplice unità per tornare laddove si era già: nel centrosinistra e ad occupare qualche scranno parlamentare. Se fin qui siamo nell’ovvio, nel patrimonio genetico di un partito venuto alla luce nel 1998 per far nascere il governo dell’aggressione alla Jugoslavia, sono le proposte programmatiche del Pdci a dirci fino a che punto si possa arrivare con questa linea.
Queste proposte sono considerate centrali, al punto che il paginone a pagamento uscito domenica scorsa sul Manifesto, ovviamente una sintesi del documento congressuale, le ha messe appunto al centro. Dopo aver ribadito che il Pdci vuole far parte della nuova alleanza di centrosinistra, questa è la premessa: «I comunisti devono discutere il profilo programmatico della coalizione uscendo dalla trincea difensiva della politica del “no”: e questo avanzando le loro priorità programmatiche, sia alcune proposte che, seppur parziali, sono però concrete e recepibili da una coalizione democratica, ma soprattutto in grado di parlare al paese e con un forte impatto sulla condizione sociale dei ceti più colpiti dalla crisi».
Quali sono questi punti?
Primo: «Riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi». Prescindiamo qui dalla genericità della proposta – che la legge elettorale faccia schifo lo dicono tutti, ma quale legge vorrebbe il Pdci guarda caso non viene detto. Quel che è ancora più significativo è che la questione venga collocata al primo posto. E’ forse questa la priorità delle classi popolari? E’ di questo che si discute nei posti di lavoro?
Secondo: «Riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del livello dei redditi,  politiche per favorire lo sviluppo delle forze produttive». Come non ricordare  a certe facce di bronzo che la corsa senza freni del precariato ha avuto inizio con quel «pacchetto Treu» da loro votato in parlamento nel 1997, con Diliberto in veste di capogruppo? Ma, soprattutto, come non vedere la voluta genericità di questi obiettivi? Una genericità volta a non chiedere niente, ma proprio niente, all’azionista di riferimento, cioè al Partito Democratico. Del resto, si è mai visto qualcuno, specie in campagna elettorale, chiedere più precarietà, meno diritti e redditi più bassi?
Si può essere più vaghi di così? Sì, ce lo dimostra il terzo punto: «Recupero dell’evasione fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, patrimoniale e politiche fiscali per favorire l’occupazione». E bravi: niente ci dicono su come ridurre l’evasione fiscale, né su come e quanto tasserebbero le rendite finanziarie o quali dovrebbero essere i criteri per imporre una patrimoniale. Si dirà che un documento congressuale non può entrare in simili dettagli. Forse in generale è così, ma non oggi e non su questi temi. Per esempio, una maggiore tassazione delle rendite finanziarie è già nelle misure approvate dal governo, mentre lo stesso tema della patrimoniale (vedi la posizione di Giuliano Amato) non è più un tabù per alcuni settori delle classi dominanti. Entrare nei dettagli è dunque necessario, perché in questi casi la sostanza di classe è proprio lì che si trova. Si può fare una patrimoniale sostanziosa oppure di facciata, con un prelievo duraturo oppure solo «una tantum»; ci si può accontentare di un aumento al 20% delle tasse sulle rendite (come è già scritto nella delega fiscale approvata nelle settimane scorse), oppure chiedere che le rendite entrino a far parte della tassazione complessiva del reddito delle persone fisiche, ottenendo un’incidenza maggiore e salvaguardando il principio della progressività. E si potrebbe continuare. L’unica cosa che non si può fare è limitarsi ai titoli: troppo facile, troppo disonesto.
E veniamo al quarto punto: «Investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche; innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale». C’è poco da aggiungere a quanto già detto: salvo l’innalzamento dell’obbligo scolastico, la genericità la fa da padrona ed è inutile spiegare nuovamente il perché.
C’è però il quinto punto: «Pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni (comprese le risorse ambientali)». Caspita, «pubblicizzazione»! Questa è roba di sinistra, si dirà. Peccato che, davanti alla crisi prodotta dal capitalismo-casinò della finanziarizzazione estrema, niente si dica, ad esempio, sull’esigenza di nazionalizzare le banche. Una misura non necessariamente bolscevica, tanto che nel 1981 fu adottata perfino dalla Francia di Mitterand, ma un obiettivo che evidentemente non può essere neppure enunciato dagli odierni «comunisti italiani».
Questi i cinque punti programmatici proposti dal Pdci alla coalizione di centrosinistra. Se quanto vi è scritto si commenta da solo, quel che non vi è scritto è ancora più significativo. Confessiamo che, leggendoli, una domanda ci è sorta spontanea: ma nel Pdci li leggono i giornali? Hanno avuto notizia della crisi dei «debiti sovrani»? Hanno sentito parlare di quella dell’euro? Gli è giunta l’eco del crac borsistico delle grandi banche italiane? Pensano forse che si possa sviluppare in qualche modo anche un solo punto tra quelli indicati, prescindendo da questo contesto? In particolare, credono davvero i dirigenti del Pdci, di poter aggirare il nodo del debito e quello dell’Europa?
No, il degrado della sinistra italiana è tremendo, ma non possiamo credere che si sia giunti ad un simile livello di rincoglionimento. Se non ne parlano è proprio perché comprendono che la situazione richiederebbe soluzioni radicali, proprio quelle che non possono venire da loro. Se il default non è più un tabù per la stampa mainstream, il tema dell’azzeramento del debito lo è per questi tremendi «comunisti» falcemartellati. Se la fine dell’Unione Europea, almeno così com’è, è ormai ben più di una remota ipotesi, certa sinistra sarà l’ultima a porsi la questione, tantomeno l’obiettivo dell’uscita dall’UE.
In effetti, il documento congressuale affronta la questione dell’Unione Europea in un capitolo a se stante, dove correttamente si parla di «sequestro della democrazia» e di «Europa dei capitali», di «natura di classe e neoimperialista dell’Unione Europea». Giudizi assai forti, che richiederebbero risposte altrettanto forti. Ed invece no. Per il Pdci «Tutti a sinistra condividono l’esigenza di lottare per conquiste parziali nel quadro attuale della UE», e «non ci si può estraniare dalla dialettica politica e programmatica che vi si svolge in nome di un’Europa futura». Per arrivare a che cosa? Ad «una nuova architettura alternativa all’attuale». Una formula vuota che conduce allo slogan conclusivo del capitolo: «Si tratta di dare battaglia in quest’Europa, a questa Europa, per costruire un’altra Europa».
La questione se rimanere o meno nell’Unione Europea viene così liquidata con un innocuo giochino di parole, il cui punto fermo è ovviamente la permanenza nella UE. L’omissione di ogni riferimento all’Europa nei cinque punti, non deriva dunque soltanto dalla volontà di non introdurre alcun tema di possibile frizione con gli alleati del Pd, ma anche dalla visione complessiva del Pdci sulla materia.
Concludendo, un’unica cosa possiamo dire a parziale difesa di Oliviero Diliberto. Al congresso del suo partito farà di tutto per schivare le vere questioni dell’oggi, ma non sarà il solo. Così farà il Prc, per non parlare del Vendola che minaccia di emigrare qualora Bersani gli sottragga il giocattolo delle primarie. Insomma, con una simile linea il Pdci non riuscirà di certo a stabilire la famosa «connessione sentimentale» con il popolo, ma riuscirà probabilmente a ripristinare quella connessione di interessi con tutta l’area ex-arcobalenica, che è condizione per rinverdire l’alleanza con il Pd, che in tutta evidenza è ciò che più interessa.