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Intervista a Sante Notarnicola

Galera

Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono
alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia
ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti
infine
vollero sbarre il cielo

non ci riuscirono del tutto
altissimi
guardiamo i gabbiani che volano.

Sante Notarnicola, Favignana 1 giugno 1973

Sante Notarnicola è “uno dei nostri”, anche se alcuni di noi non l’hanno mai conosciuto personalmente.
E’ “uno dei nostri” perché è uno di quelli che hanno lottato e che lottano ancora in prima persona. Che non sono mai rimasti a guardare per vedere “come va a finire” e poi schierarsi dalla parte del vincitore, come hanno fatto e fanno pseudo-proletari incapaci persino di riconoscere in che cosa consistono e da che parte stanno i loro veri interessi.
Che non ha mai recriminato per presunti “tradimenti” subìti, per “aver dato molto più di quanto ricevuto” ad una Causa in cui non hanno mai veramente creduto o in cui hanno finto di credere per opportunismo o per viltà.
Che hanno sempre dissimulato, sotto le (mentite) spoglie dell’”odio di classe” e del “sano istinto proletario” le proprie frustrazioni personali ed una profonda invidia sociale.
Per tutte queste ragioni, – e per altre ancora – Sante è “uno dei nostri”.
Cedendogli la parola, in realtà la cediamo ad uno dei pochi che, proprio come noi, non hanno mai creduto e non crederanno mai di vivere nel “migliore dei mondi possibile”.
La Red/azione

1) Per i nostri lettori più giovani, per i pochissimi che non ti conoscono o che non hanno sentito parlare di te, puoi dirci, compagno Sante, chi sei, qual è la tua biografia politica, come è stata la tua vita e com’è oggi, lì a Bologna, dove continui in forma diversa la tua militanza di lunga data?

Mi chiedete “chi sono stato e chi sono”, sostanzialmente: che tipo di politica ho fin qui vissuto. Da questo punto di vista, ritengo di essere stata una persona particolarmente fortunata nonostante la parte centrale della mia esistenza sia stata caratterizzata da una detenzione comunque vissuta in modo attivo. Una detenzione piuttosto lunga, che non mi ha impedito di vivere avvenimenti importanti, alcuni dei quali centrali nella vita politica del Paese e comunque decisivi per il progresso e l’emancipazione dei proletari. Che è poi la storia dei movimenti. Là dove ci furono accumulazione di esperienze e conoscenze attraverso le lotte che determinarono balzi in avanti, oltre che la crescita di un’avanguardia proletaria capace di attaccare frontalmente il capitale. Questo accumulo di esperienze che si produsse dal Settanta in poi diede vita all’organizzazione proletaria che si misurò frontalmente col capitalismo al punto più alto, con alterne fortune.
Tuttavia, l’impegno più importante da me vissuto è stato quello all’interno del carcere, verso la fine degli anni Sessanta.
Di fronte ad un carcere inaccettabile, un carcere fortemente autoritario, dove accanto ai mille doveri che segnavano la mia giornata non c’era un solo diritto, la ribellione  fu immediata e totale. E sulla “cartella biografica”, i carcerieri stamparono la definizione che mi avrebbe accompagnato per tutti gli anni della detenzione: “sobillatore”.
In realtà feci parte di una generazione di detenuti che furono dei rivoluzionari e che partendo dal nulla conquistarono attraverso lotte durissime tutto il possibile. Lotte inimmaginabili, che costarono celle punitive- lunghe anche anni- processi, linciaggi, morti.
Aiutati dal momento storico particolare (quello che doveva poi passare alla storia come il “movimento della contestazione” , allorquando operai e studenti operarono una saldatura sul terreno delle lotte e delle rivendicazioni), il mondo del carcere si inserì in modo naturale,  anche perché, di quei fermenti, di quelle lotte diventò il contenitore delle avanguardie più generose. Infatti “fuori”, ad ogni manifestazione, seguivano scontri durissimi; e furono centinaia i giovani arrestati che, sia pure per brevi periodi, vissero a stretto contatto con i detenuti nelle prigioni. I primi approcci con gli arrestati politici puntarono sulla solidarietà. I detenuti “comuni”dividevano con loro il poco che avevano: sigarette, cibo, indumenti. Una solidarietà che servì a conoscerci. A stabilire tra i gruppi una istintiva simpatia. Presto si passò ad un rapporto più produttivo, un vero e proprio rapporto politico. Perché, se nella società “esterna” si contestava soprattutto l’autoritarismo presente in ogni piega dell’organizzazione sociale, il carcere, per sua natura, di questo autoritarismo era il punto più alto.
Nelle fasi precedenti, alla prigione si “resisteva” individualmente. Chi lottava lo faceva da solo e , alla lunga, ne usciva a pezzi,  nel morale e spesso nel fisico. Erano tempi in cui non si andava per il sottile. La resistenza costava mesi di celle punitive, a pane e acqua, letteralmente. Ed era alto il numero dei detenuti che, dopo un trattamento simile, venivano colpiti dalla tubercolosi. La nostra lotta invece ebbe subito carattere di collettività e a tutt’oggi ritengo sia stata la stagione più felice, più creativa di tutta la storia carceraria. E questo anche sul piano culturale. Molti libri sono stati scritti e montagne di documenti prodotti. Cominciò in quel periodo la lotta per cambiare il carcere, una lotta collettiva e non disperata, non più isolata.
Gli organismi politici esterni, quelli che andavano organizzandosi al di fuori e in contraddizione coi partiti tradizionali, intuirono la portata di quella lotta e per prima Lotta Continua e poi altri organismi stabilirono con il mondo carcerario un rapporto politico duraturo e organico con le avanguardie che andavano formandosi all’interno delle prigioni.
Questi brevi cenni storici servono a far capire quanto sia stato gravoso il percorso che i detenuti fecero per migliorare le loro condizioni di vita. Oggi, chiunque abbia la sventura di varcare la soglia di un carcere, non deve dimenticare che ogni spazio, ogni oggetto che può possedere, anche il più banale, non è stato frutto di una benevola concessione dei “superiori” ma il risultato di una lotta lunga nel tempo. E che tanto, ma veramente tanto, è costata alla generazione precedente. Quella generazione che nulla aveva e che tutto ha conquistato. È stato un compito gravoso, ma pure esaltante. All’interno di quella lotta sono stati centinaia i detenuti che, puntando sulla solidarietà e sulla conoscenza, hanno maturato una coscienza collettiva.

2) Alcuni di noi sono convinti che non solo la Storia la scrivano i vincitori (e quelli che salgono sul carro dei vincitori per viltà ed opportunismo), ma che la scrivano “a modo loro”, senza preoccuparsi minimamente della verità-vera, per chiamarla in modo da capirci. Lo dimostrerebbe anche un recente libro sulla cattura e la prigionia di Aldo Moro in cui l’autore, un docente dell’Università Cattolica di Milano, non solo ti presenta come un “detenuto comune”, ma sostiene anche – a dimostrazione della serietà e della preparazione con cui certi intellettuali di regime scrivono la Storia dei loro padroni e per i loro padroni – che tu avresti preso le distanze dall’operazione della Br (che, fra l’altro, chiedevano anche la tua liberazione in cambio di quella del loro prigioniero di guerra).
Tu che ne pensi, Sante?

Ritengo che il libro a cui fate accenno (del prof. Agostino Giovagnoli sul “caso Moro”) faccia parte comunque dello scenario ampio di pubblicazioni che negli ultimi decenni si sono susseguite sulla storia del Movimento, e della lotta armata in specifico. Pubblicazioni che comunque fanno il gioco di una miserabile classe politica e intellettuale, che da un lato strilla alla dietrologia e dall’altro ha rifiutato ogni tipo di confronto su quegli anni.
Dietrologie, falsità storiche e omissioni hanno fatto si che anch’io mi ritrovassi, per mano di questo signore, nella veste di “dissociato”. Quando le Brigate Rosse catturarono Aldo Moro fu proposta la scarcerazione di tredici prigionieri per chiudere l’azione: io ero fra quei tredici, e questo “professore” nel suo libro sostiene che mi sarei dissociato da tale azione. In realtà le cose andarono diversamente: fui il solo a dichiarare pubblicamente la mia adesione e il mio sostegno politico all’azione dei compagni. Questo perché, dei tredici, ero il solo esterno all’organizzazione, e per questa particolare condizione politica ritenni giusto dichiarare pubblicamente la mia adesione e il sostegno politico all’azione dei compagni. Proprio come fu peraltro riportato in modo chiaro dai quotidiani dell’epoca. Per questa ragione ho scritto al prof. chiedendo quale fosse la fonte da cui ha tratto questa informazione nonchè di farsi carico di una smentita pubblica.
A tutt’oggi, dopo tre mesi, non ho ricevuto risposta  dall’autore (né dall’editore). Non mi sorprende. Ho ben presente l’arroganza della cultura democristiana e di quel potere che anche grazie ai colpi assestati dalle organizzazioni rivoluzionarie, abbiamo ridimensionato. Ciò che ne rimane ha trovato collocazione nell’attuale compagine governativa dai caratteri malavitosi. Hanno perso un partito e conquistato un Padrone.

L’intervista al compagno Sante Notarnicola è stata realizzata nell’aprile-maggio 2011. E viene pubblicata in esclusiva. Ciò nonostante, se ne consente ed incoraggia la riproduzione.