Canale Video


Calendario

Febbraio 2020
L M M G V S D
« Gen    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
242526272829  

Archivio Articoli

Intervista a Giuliano - seconda parte

R: Sono in molti a temere una restaurazione del capitalismo a Cuba dopo la morte di Fidel. Ma come si può restaurare ciò che non ha mai smesso di operare, al di là delle forme diverse da quelle tipiche?  Qual è il tuo parere in proposito?

G: Visto quanto detto prima, io non credo che a Cuba operi la legge del valore. La reintroduzione del capitalismo è un processo. Cuba non ha reintrodotto il capitalismo quando l’hanno fatto i paesi dell’est europeo o la Cina. Il motivo fondamentale, a mio modo di vedere, non è tanto da ricercarsi nella maggiore integrità politica e morale dei dirigenti cubani, anche se, ovviamente, Fidel Castro non è lontanamente paragonabile a una figura di media tacca del KGB come Gorbaciov o a qualche altro cadavere ambulante della nomenclatura sovietica.

Il motivo fondamentale è da ricercarsi nell’impossibilità, da parte della burocrazia cubana, di riciclarsi in nuova borghesia, come avevano fatto i loro omologhi negli altri paesi, a causa dell’esistenza di una feroce ‘’borghesia’’ cubana in esilio, pronta a riprendersi le proprietà perdute con l’ausilio degli Stati Uniti e a far incarcerare i dirigenti del PCC. Inoltre la burocrazia cubana ha avuto modo di rendersi conto dei rischi connaturati con una restaurazione rapida del capitalismo (vedi anche quanto successo in Nicaragua). Nel proprio sforzo di salvaguardare se stessa, la burocrazia cubana ha salvaguardato anche il sistema nel suo complesso. Certo molte conquiste sociali sono state compromesse, certo l’inerzia di fondo di quel sistema non ha permesso di risolvere i problemi economici strutturali, ma la restaurazione del capitalismo non c’è stata. Più che la morte di Fidel, ad accelerare questo processo potrebbe essere la convinzione maturata in consistenti settori della burocrazia (a partire dall’esercito) che la situazione attuale non sia economicamente sostenibile, e che la maggiore minaccia non sia rappresentata tanto dai “gusanos” (i vermi, come venivano chiamati in anni passati) di Miami, o dalla nascita di una borghesia cubana, quanto dal fatto che un sistema sempre più indebitato verso l’estero, che regredisce in termini di produttività e produce sempre maggiori squilibri intersettoriali non possa reggere a lungo.

R: In passato, il ruolo di Cuba è stato fondamentale per i movimenti rivoluzionari dell’America Latina. Da decenni però le cose non stanno più così.
Tu credi che la restaurazione anche formale del capitalismo a Cuba pregiudicherà ulteriormente il futuro delle potenziali rivoluzioni sudamericane, oppure sei convinto che non provocherà modificazioni significative?

G: Verrebbe da rispondere: peggio di così… io non vedo potenziali rivoluzioni sudamericane. Mi pare che in questa fase si siano stabilizzate sia le esperienze ‘’progressiste’’, cioè vagamente socialdemocratiche (Brasile, ma anche, al di là delle roboanti definizioni, Venezuela e Bolivia), sia quelle reazionarie (Colombia).
Non sono in grado di valutare che cosa rappresenti oggi Cuba nell’immaginario di un giovane rivoluzionario sudamericano, non di un ‘’altermondista’’, per intenderci. Da tempo le dichiarazioni di Fidel Castro non sollecitano il primo tipo di immaginario, ma piuttosto il secondo. Quel che ha rappresentato in passato lo sappiamo: la dimostrazione che il sogno poteva diventare realtà, anche a 90 miglia dagli USA.
Io, senza alcun determinismo, credo che quel continente produrrà un nuovo ciclo di lotte e una nuova generazione di rivoluzionari, ma non so se per loro Cuba avrà o meno importanza. Detto questo credo che si debba difendere Cuba fino all’ultimo, contro l’imperialismo e contro un’eventuale restaurazione del capitalismo.

R: Sceglieresti di andare a vivere nella Cuba di  oggi? Se sì, perché? C’è un capitalismo migliore di un altro, un capitalismo più appetibile ed un altro capitalismo, meno appetibile?

G: Vivendo a Cuba si sconta un certo isolamento, nel bene e nel male. Isolamento dovuto all’embargo, e anche a scelte credo poco lungimiranti di limitazione delle possibilità di informazione.
Non so se ci vivrei, ma credo veramente che le conquiste fatte a Cuba abbiano portato a una qualità di vita e di relazioni umane superiori, che, purtroppo, oggi stanno svanendo.

R: Cuba è nei nostri cuori e nei nostri ricordi più felici e più belli, nonostante tutto.
Tu, in quanto appartenente, come abbiamo già ricordato, ad una Tendenza anti-stalinista che rapporto politico e sentimentale avevi ed hai con un regime, tutto sommato, stalinista?

G: Hai ragione, per quanto originale il castrismo è stata una variante dello stalinismo, anche se molti, pure fra i trotzkysti, non sembrano averlo capito.
Il rapporto politico e sentimentale non ce l’ho con un regime. Riallacciandomi anche ad altre risposte: a Cuba ho potuto verificare quanto è difficile far funzionare una società non basata sul profitto, ma ho potuto anche constatarne le potenzialità. Nonostante i privilegi, il paternalismo, l’espropriazione della democrazia nei luoghi di lavoro e di studio da parte di burocrati interessati solo a un consenso passivo, nonostante l’embargo statunitense e l’imposizione della monocoltura dello zucchero da parte del COMECON, Cuba è stato per decenni un paese che si è fortemente sviluppato. Un paese in cui il denaro contava nulla, l’individualismo era socialmente deprecato, la solidarietà, la crescita culturale e lo sviluppo della personalità erano valori dominanti.
Vorrei concludere con una riflessione. Una dei più fastidiosi luoghi comuni sul capitalismo è che porti allo sviluppo dell’individualità, laddove il socialismo porterebbe omologazione. E’ vero l’esatto contrario. Nei paesi imperialisti assistiamo sempre più la crescere dell’omologazione, della mercificazione di tutto, allo svuotamento dell’io (quello che in psicologia è stato definito l’io minimo).
Una conversazione con un cubano o una cubana, in particolare con chi ha vissuto prima della crisi, è quasi sempre un’esperienza molto stimolante: ci si confronta con personalità spiccate e ben differenziate. Decenni di paternalismo, di richiesta di conformismo rispetto ai dettami della burocrazia, hanno prodotto infinitamente meno danni di quanti non ne abbia fatti e ne faccia quotidianamente il capitalismo.