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Intervista a Giuliano

Conosciamo da tempo il compagno Giuliano Aspaotta: ha vissuto per lunghi periodi a Cuba dove ha osservato in prima persona i cambiamenti che sono avvenuti dopo il crollo del muro di Berlino.
Apprezziamo il fatto che non rientri nel novero degli acritici sostenitori del “socialismo in salsa caraibica” e ovviamente nemmeno nei critici ad oltranza dell’esperimento iniziato nel 1959.
Si tratta, dunque, di un compagno che guarda con il giusto interesse agli sviluppi reali della situazione senza lenti pregiudiziali che non siano quelle corrette dell’antimperialismo.
Al suo ritorno dall’ultimo viaggio abbiamo fatto due chiacchiere che si sono trasformate, infine, in un’intervista vera e propria.
La dividiamo in due parti dato che l’appassionante serata si é dilungata parecchio per il serrato confronto incoraggiato dai bicchieri di rhum in una nuvola di fumo Popular!

La Red/azione de Il Buio

Redazione: Nel Novecento, non sono stati  rari i casi di famosi intellettuali (ma non solo) di fede comunista (ricordiamo Gide e Camus per tutti) che, dopo un viaggio in URSS, la Patria del Socialismo, tornavano a casa talmente delusi da quello che avevano visto, da trasformarsi in feroci anti-comunisti.
E’ successo anche a te la stessa cosa? Sei partito filo-cubano e sei tornato filo-amerikano?

Giuliano: Assolutamente no, forse perché non sono partito filo-cubano! Sono stato parecchio tempo a Cuba per motivi di studio, lavoro e turismo in anni diversi. Non sono mai partito pensando di trovare il socialismo realizzato, sono sempre tornato con molti spunti per riflettere sul socialismo, sui problemi che comporta e sulle sue potenzialità.

R: Se non sbagliamo, tu appartieni ad una Tendenza storico-teorica che non ritiene possibile la costruzione del Socialismo in un Paese solo.
Pensi che Cuba abbia fatto un’eccezione?

G: Credo che l’idea del socialismo in un paese solo, che quando fu formulata obbediva a ben precisi interessi politici, oggi sopraviva solo in ristrettissime e patetiche nicchie. Ma questo, secondo me, ha più a che vedere con l’esigenza di inventarsi dei paradisi artificiali, che con un’attinenza, seppur minima, alla realtà.
A Cuba permangono, per quanto sempre più svuotate, delle conquiste sociali che non hanno pari, spesso anche in relazione coi paesi capitalistici più avanzati.
Il fatto che a Cuba non ci sia il socialismo non significa che ci sia il capitalismo. I mezzi di produzione sono nelle mani dello stato o di cooperative. Fanno eccezione le joint ventures con multinazionali straniere e la piccola proprietà contadina e il lavoro per conto proprio.
Complessivamente nel settore privato dell’economia è impiegato il 12% della forza lavoro (dati del 2008). Non esistono, per ora, capitalisti cubani che possono impiegare forza-lavoro, ma solo piccolissime imprese familiari (es. ristoranti) e lavoratori in proprio (es. taxisti e parrucchieri).
Il prodotto sociale va al bilancio statale, e quindi viene speso per scuole, sanità, pensioni, lavori pubblici, e per il mantenimento della macchina statale. Per molti anni la principale e quasi esclusiva fonte di disuguaglianza era data dai privilegi cui poteva accedere un funzionario dello stato o un dirigente di partito . La scala salariale era molto ridotta, da 1 a 5, i privilegi non li davano i soldi, ma l’accesso a beni non monetizzati legati al ruolo.
Oggi, pur sopravvivendo questa forma di disuguaglianza, essa si somma ad altre forme: i privilegi di chi può beneficiare delle rimesse dall’estero, di chi lavora in strutture turistiche e ottiene mance in valuta straniera, ecc. ecc. Spesso queste disuguaglianze son ben superiori a quelle che si instaurano fra lavoratori per conto proprio e lavoratori statali.
Uno dei problemi più consistenti dell’economia cubana è la scarsissima produttività. Se una fabbrica capitalistica si presenta come una macchina volta all’estrazione di plusvalore (assoluto e relativo), una fabbrica cubana (o un ufficio) è un ambiente spesso governato dal caso. I lavoratori riescono facilmente a trovare il modo per risultare al lavoro quando non lo sono, per qualche ora se hanno delle commissioni da fare, o per tutta la giornata. Le norme fissate sono state, storicamente, molto basse: quasi tutti i lavoratori riescono a rispettarle e a superarle, ricevendo il premio di produzione.
D’altronde, a partire dal 1990, la crisi ha reso sempre più aleatoria la produzione, data l’obiettiva carenza di materie prime, di energia e l’obsolescenza delle macchine.
C’è un detto che sintetizza bene la situazione economica a Cuba dopo il 1990: “I lavoratori fingono di lavorare e lo stato finge di pagare un salario”. C’è evidentemente un aspetto qualunquistico, ma il nocciolo di verità è il seguente: i salari pagati coprono ormai una minima parte del fabbisogno (anche considerando gli alimenti distribuiti a prezzo sovvenzionato a tutti i cittadini attraverso la famosa “libreta” e i servizi sociali gratuiti), una quota consistente di lavoratori deve trovare delle attività che integrino il loro lavoro ufficiale (“resolver”, come dicono i cubani).

Fine prima parte