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Un cigno leghista

Certo saranno in pochi ad ammetterlo; eppure i leghisti sono persone colte, molto colte.
Infatti non può non essere colto, molto colto, chi, imitando quello che avviene in circostanze analoghe nei film nordamericani visti all’oratorio, diritto sull’attenti come le galline d’allevamento e con le zampe (pardon: le mani) sul cuore come i cardiopatici ipocondriaci, canta un inno – il “Va’ pensiero…” – in cui si trovano frasi  un po’ esoteriche del tipo: “”Le memorie nel petto riaccendi/ci favella del tempo che fu/o simile di Solima ai fati/traggi un suono di crudo lamento/o ti ispiri il Signore un concento/ che ne infonda al partire virtù”.
I leghisti, dicevamo, sono persone colte. E intelligenti. Che capiscono perfettamente quello che dicono: insomma, anche loro, come il leader (si scrive leader ma si legge làder) maximo Bossi, il Trota senior, chw riesce a camminare e, nello stesso tempo, a masticare la “cicca americana”, riescono a fare – mirabilia! – due cose contemporaneamente.
Così, da persone colte ed intelligenti, i nostri leghisti di sicuro sanno anche che gli autori del “Va’ pensiero”, Verdi in particolare, sono stati, in un certo senso, i loro Maestri (anche se non di musica), i loro precursori: insomma, degli autentici leghisti ante-litteram.
Giuseppe Verdi era di Busseto: dunque un figlio del Po, un padano doc.
Verdi era un padroncino che divenne padrone, un padrone senza scrupoli e senza pietà, checché ne pensi il “compagno” Napolitano.
Quando il tanto vituperato, dai cattolici e dagli “scienziati” idealisti di ieri e di oggi, Cesare Lombroso scrive un saggio sulla pazzia indotta dalla pellagra, cioè dalla fame, viaggiando nelle proprietà del compositore, arriva ad annotare: “Inutile la ricerca di altra documentazione, ho scoperto i contadini più poveri ed affamati d’Europa”. Contadini pagati, dal Cigno di Busseto, con patate e granoturco quasi marci. E se capitava che, alla fine della raccolta, i mietitori pretendessero un covone di grano, l’idolo dei nazionalisti parafascisti e paramonarchici cresciuti nel clima della Repubblica antifascista e post-monarchica se la prendeva con i “sobillatori” che “inventano abominevoli diritti: il covone è un prodotto della terra, e la terra è mia!”.
Diventato, come Bossi, il Trota senior, senatore, si impegna nell’acquisto di “grandi proprietà, con dentro chiese e cimiteri”. E scrive lettere sui braccianti che invocano trattamenti umani, neanche si trattasse di immigrati clandestini: “Fiere scatenate,  questi sinistri distruggeranno l’Italia”.
Italia che ha raddoppiato le tasse, tanto per confermare il parallelismo storico.
Ed ecco di nuovo il diluvio di invettive del Nostro: “Quando era divisa in tanti piccoli regni, tutti quassù avevamo le finanze in ottimo stato”, perché i soldi non finivano al Sud.
E’ di nuovo tempo di elezioni e il Cigno verde-padano di Busseto avverte il pericolo “di Roma invasa dai napoletani”.
E via farneticando sulle note del “Va’ pensiero”; e delle invettive sui “piccoli borghesi voraci”, sugli immancabili “sinistri” (la paura dei quali è peraltro tipica degli animali con le corna, notoriamente allergici al rosso) e dei “radicali” in cui intingono le loro penne i mercenari della Gazzetta di Parma, acquistata per svolgere lo stesso ruolo che oggi Libero e il Giornale svolgono per il Chiavaliere di Arcore.
In conclusione, è per l’ennesima volta confermato che la Storia si ripete.
Se la prima volta ha l’aspetto della tragedia, la seconda assume quello della farsa.
La farsa ben rappresentata dai Legnanesi, intesi non come Compagnia della Morte di Pontida, ma come compagnia di teatro dialettale della Padania.

P.R.