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D'america, di rivoluzioni e d'altro

Il compagno che la redazione de IL BUIO mi ha incaricato di contattare per un’intervista in esclusiva sulla situazione in Latino-America vive attualmente a Bogotà, la capitale della Colombia, un Paese al centro delle cronache più infami di quest’angolo di mondo dimenticato dal dio della Giustizia e della Verità.
Un mondo infelice e sciagurato, quello in cui Manuel (così chiameremo il nostro interlocutore, convinto, come lo siamo noi, che i nomi, in sé, non contano nulla, essendo il processo rivoluzionario del tutto impersonale ed anonimo) attualmente vive, perché oggetto delle politiche genocide ed espansionistiche del Nemico dell’Umanità per eccellenza: l’imperialismo Usraeliano.
Bogotà, a sentire Manuel e altri che conoscono di persona l’evoluzione recente della città, pare abbia compiuto un grande sforzo, negli ultimi cinque anni, per rendersi più presentabile: ha riasfaltato le strade piene di buche, ha costruito ponti e strade a scorrimento veloce; ha inaugurato la linea di trasporto veloce Transmilenio. E si è occupata anche dei tanti barboni, venditori ambulanti e mendicanti che popolavano le sue strade.
Ma tutto ciò l’ha fatto solo dal punto di vista estetico, un po’ com’è successo qualche mese fa a Napoli con una spazzatura di altro tipo. La cricca mafiosa e fascista di Uribe ha “ripulito” la metropoli dagli ambulanti, affidando nello stesso tempo la soluzione del problema dei gamines, vale a dire dei bambini di strada, alla polizia.
C’erano bande di gamines che dormivano nei parchi, facendo quello che fanno le bande di bambini senza casa in tutto il mondo: rubavano, picchiavano, uccidevano, violentavano, si prostituivano, sniffavano la coca e fumavano il basuco, la pasta di coca grezza più micidiale del crack.
La polizia si è presa cura di loro: ha preso a perseguitarli, a seviziarli, a sequestrarli, a torturarli, a minacciarli con la pistola in bocca.
A Bogotà, però, ci sono anche quartieri in cui gli sbirri del narcotrafficante al soldo degli yankee non hanno il coraggio di entrare: Cartucho è uno di questi; e proprio a Cartucho, in uno bar “più malfamati” (per dirla con una pubblicità di successo), abbiamo raggiunto Manuel, un compagno internazionalista che, a differenza delle canaglie piciste, ama la libertà, le donne e la Rivoluzione, non necessariamente in questo ordine.

IL BUIO: ¡Hola!, Manuel! Che ne dici se salto i preliminari ed entro subito nel merito della nostra intervista?

MANUEL: Certo, va benissimo!

IL BUIO: La nostra chiacchierata, già lo sai, verterà sull’America Latina. Un continente che, poco più di trent’anni fa, fu percorso dalle guerriglie che lottavano per il potere. Oggi, alle guerriglie, sembrano essersi sostituiti i “governi di Sinistra”, una sorta di alternativa riformistica alla politica rivoluzionaria delle guerriglie, piuttosto che l’evoluzione naturale delle seconde. Insomma, muovendo da Santucho, il leggendario leader dell’ERP argentino, e dal Che siamo arrivati a Chavez e a Morales: un’evoluzione o, piuttosto, un’involuzione della Rivoluzione latino-americana? Tu che ne pensi, companero?

MANUEL: Io partirei dalla constatazione, peraltro abbastanza ovvia e scontata, che sono venute meno le condizioni che hanno determinato la nascita delle guerriglie. Ne elenco solo alcune, e non lo faccio rispettando l’ordine di importanza. Innanzitutto, ricordo l’esempio della rivoluzione cubana, un esempio rivoluzionario che ha finito per rappresentare un modello a cui tutti i rivoluzionari del continente dovevano necessariamente far riferimento. Non va poi dimenticata l’esistenza di dittature al servizio dell’imperialismo yankee: ed anche voi, in Italia, sapete benissimo, per esperienza storica, che la scelta della tattica rivoluzionaria muta, se dalla democrazia si passa alla dittatura, e viceversa.
Oggi, anche per una precisa scelta dell’imperialismo a stelle e strisce, le democrazie vengono ritenute più funzionali al mantenimento della pace sociale. I motivi sono più d’uno: mi limiterò comunque a ricordarvi che, a voi, in Italia, sono stati sufficienti più o meno vent’anni per liberarvi dal regime dittatoriale fascista. Mentre ne sono passati più di sessanta ed ancora non siete venuti a capo della democrazia borghese, un regime che, non a caso e giustamente, i compagni rivoluzionari cileni hanno ribattezzato democradura!

IL BUIO: Questo significa, a tuo modo di vedere, che le guerriglie, come ha sostenuto di recente Chavez, “hanno perso senso”?

MANUEL: Non proprio. Secondo me, la guerriglia ha conservato intatto il proprio “senso storico” (che poi significa: la propria legittimità) in alcuni Paesi come il Perù di Sendero Luminoso ed il Messico (su cui spero mi porrai qualche domanda specifica più avanti): va però detto che, nelle aree geopolitiche in cui è attiva la guerriglia non è all’ordine del giorno la presa del potere. Per una serie di motivi che non ho il tempo di approfondire in una conversazione telefonica.
Prendi comunque il caso delle FARC, visto che siamo, in un certo senso, “a casa loro”.
Fino alla morte di Marulanda, il loro leggendario dirigente, un marxista-leninista forgiato nell’acciaio della lotta, non nella ricotta di certi pseudorivoluzionari delle parti vostre, le FARC si ponevano concretamente il problema della presa del potere. Nel senso che si trattava di una possibilità concreta, all’ordine del giorno, dal punto di vista dei rapporti di forza concreti fra Rivoluzione e Controrivoluzione. Oggi la situazione si è modificata: le FARC, fino alla morte di Marulanda (uso la data dell’episodio come punto di riferimento convenzionale) all’offensiva, in séguito ad una serie di sconfitte si trovano ora sulla difensiva: in pratica, in Colombia la presa del potere non è più all’ordine del giorno.
Per quanto riguarda invece i cosiddetti “Governi di sinistra”, credo vada subito chiarito che nessuno di essi, neppure quello più “avanzato”, rappresenta una reale alternativa di potere. In primo luogo perché “ottenere la maggioranza parlamentare ed andare al governo” non significa affatto “prendere il potere”: il governo non è lo Stato, i gruppi parlamentari non sono l’Esercito e le leggi non sono né le prigioni né le forze di polizia né le banche né le fabbriche.
Alcuni dei limiti dei “governi di sinistra” sono peraltro alla fonte della legittimità, e dunque della sopravvivenza, di certe guerriglie: prendiamo il caso recente dell’Honduras.

IL BUIO: A proposito di Honduras: qual è il tuo parere? Si tratta di una sorta di anacronistico “ritorno del passato”, oppure no?

MANUEL: La risposta dovrebbe essere scontata, se ripensi a quello che ti dicevo due bottiglie di birra fa (o un certo numero di scatti del telefono, per te che immagino ti domandassi a che cosa erano dovute le mie pause).
Gli yankee e le loro bestie da cortile di casa non hanno mai rinunciato definitivamente all’opzione armata, all’arma del golpe: non dovete dimenticare il tentato “golpe” in venezuela del 2002, la tentata eliminazione fisica di Chavez ed i ripetuti complotti orditi contro il popolo venezuelano; le manovre sediziose e secessioniste (altro che Bossi e la Lega in Italia!) in Bolivia; la situazione del Guatemala, le voci ricorrenti di imminente colpo di stato in Paraguay e via elencando crimini e progetti che, con la (falsa) immagine di una nuova Amministrazione yankee “tutta amore e pace” (all’italica maniera), non ha proprio nessun tratto in comune. Anche se, in Honduras, gli USsraeliani non sono, almeno in apparenza, intervenuti direttamente, è indubbio che non è affatto difficile scorgere il loro mefitico e criminale zampino. Ti faccio solo notare un particolare, su cui ti invito a riflettere, compa?ero: in passato, il pretesto per il golpe era fornito dall’ingovernabilità provocata dalla forza dei movimenti di massa; oggi, significativamente, da una presunta crisi istituzionale (senza entrare nel merito delle ragioni che l’hanno resa tale). Tutto ciò per dire anche – sottolineo anche – che l’argomentazione secondo cui le guerriglie hanno sempre e soltanto fornito il pretesto per una “sterzata repressiva” è assolutamente falsa: lo dimostra, fra l’altro, proprio il caso dell’Honduras!
Un’intero articolo, poi, andrebbe dedicato all’intervento israeliano in America Latina, più silenzioso e meno roboante di quello statunitense, ma presente in queste aree da tempo.
Dove per gli statunitensi è stato oramai impresentabile presentarsi come alleati di governi dittatoriali o autoritari (per esempio, il Guatemala della “guerra sucia” di Rios Montt), gli israeliani, assieme a Taiwan, hanno dimostrato di non avere alcun problema a fare il “lavoro sporco”.
E, sorpresa, anche nel golpe in Honduras, secondo voi chi è riapparso a “consigliare” l’operato degli squadroni della morte che mantengono sotto pressione (è un eufemismo…) l’eterogeneo fronte della resistenza?
Sai, sono ben allenati in questo…

IL BUIO: Non fa una piega… E a proposito di guerriglie, di sfuggita abbiamo letto di un ritorno di fiamma del PCP (o Sendero Luminoso) in Perù. Hai notizie più particolareggiate?

MANUEL: Bisogna, innanzi tutto, specificare che esistono vari gruppi che, sostanzialmente, si dividono sul riconoscimento del proprio leader storico Gonzalo, catturato nel 1992.
Attualmente chi riconosce Gonzalo come leader ed ispiratore è la corrente in stato di non belligeranza detta “Accordista”, che punterebbe solamente a organizzare iniziative di solidarietà con i militanti incarcerati e ad integrare il rimanente del gruppo nella lotta politica legalizzata, mentre coloro che hanno deciso di proseguire la lotta armata (la parte del PCP autodefinitosi dopo la scissione “Linea Roja”) è tuttora attivo ed è, appunto, l’organizzazione che oggi si è denominata “Proseguir” ed è tornata prepotentemente sulla scena con un attacco a una colonna militare che ha causato 19 morti e vari altri atti di sabotaggio.
Devo dire che il PCP è stato sconfitto militarmente, ma non è mai stata distrutta la sua base sociale. Ad oggi, infatti, sono molto attivi nella zona andina del Perù e hanno ripreso le azioni contro lo stato anche se l’organizzazione è confinata nella zona della selva

IL BUIO: Abbiamo accennato in più di un’occasione al Venezuela. La domanda, allora, è scontata e prevedibile: cosa ci dici del Venezuela?

MANUEL: Per chi, come me e come voi, ha a cuore le sorti della rivoluzione in Latino-America, il Venezuela chavista, bolivariano, è importante. Per la stessa Bolivia in cui mi trovo attualmente e per l’economia più generale dei movimenti progressivi latino-americani. C’è da dire che il chavismo, all’inizio movimento prevalentemente nazionalista, con fumosi ed incerti connotati di classe, ha subìto progressivamente un processo di radicalizzazione. La sua forza riposa anche sul fatto di poter contare sui proventi del petrolio. Il mio giudizio su Chavez? Tutto sommato positivo. Anche se non sono convinto che i passi che il suo Movimento sta compiendo vadano nella direzione del socialismo: semmai, verso una sorta di “capitalismo dal volto umano”, fondato su carattere pubblico (di Stato) dell’industria di base e dei principali servizi. I programmi bolivariani mi suonano bene, favorevolmente: perché mettono al centro problemi importanti come quello della Sanità e della scuola, dell’alfabetizzazione. Ciò non vuol dire che si stiano risolvendo tutti i problemi: prendete quello, tuttora aperto, dei barrios. E poi c’è la sfida della burocrazia, un cancro che rischia di compromettere il cammino e la stessa destinazione finale della Rivoluzione.
Comunque, il movimento che fa riferimento alla presidenza-Chavez è un movimento composito, articolato, sia politicamente che socialmente. Al suo interno, convivono in un equilibrio tutto sommato precario, tendenze opportunistiche che esaltano acriticamente Chavez e tendenze “di destra” – personificate da Diosdado Cabello e Chacon – che poco hanno in comune con le correnti popolari e “di sinistra” con cui di fatto convivono.
La situazione, in ogni caso, è migliore rispetto a qualche anno fa, dato che la sopraccitata “destra chavista”, la cosiddetta “borghesia rossa”, dopo aver influito negativamente su una serie di processi (come ad esempio il tentativo di dare più poteri ai Consigli Comunali che in Venezuela dovevano diventare, nella prospettiva di Chavez, una sorta di soviet, con le debite proporzioni e contestualizzazione), oggi sono sotto attacco a causa della corruzione dilagante.
Senza considerare l’importanza che riveste il Venezuela nell’ambito dei rapporti internazionali sia all’interno del continente che nel resto del mondo, cosa che basterebbe per esprimere un giudizio positivo su Chavez.
Spero di aver soddisfatto la tua curiosità, anche se, come saprai già benissimo, è difficile condensare in poche parole analisi e giudizi che richiederebbero ore ed ore di conversazione…

BUIO: Ci interessava, infine, conoscere l’attuale situazione del Messico, ritenendolo importante (sia storicamente che geopoliticamente) nel contesto dell’America Latina.

MANUEL: Vi posso dire che la situazione odierna, per quanto concerne le situazione delle realtà rivoluzionarie, non ha, a mio avviso, sbocchi immediati. Le organizzazioni presenti sul territorio urbano e contadino (Fuerzas Armadas Revolucionarias del Pueblo (FARP), Ejército Revolucionario del Pueblo Insurgente (ERPI), … che sono generalmente gruppi nati da scissioni del più famoso E.P.R.) non si scontrano con lo stato se non in occasioni contingenti come successe nel 2007, quando, in risposta al rapimento di due dirigenti dell’E.P.R., attaccarono una serie di oleodotti). Concentrano il lavoro sull’”attività di massa”.
Per quanto riguarda la situazione dell’E.Z.L.N. (Ejército Zapatista de Liberación Nacional), invece,esiste una situazione di stallo dove viene gestita la quotidianità nell’area.
Infine, a livello sociale, esistono piccole situazioni di lotta come quella dello scontro tra gli elettricisti e la società dell’energia elettrica che ha dato vita a manifestazioni di massa partecipate da milioni di persone e a scontri con la polizia.
A mio parere, la situazione, seppur in un contesto di crisi che ha generato un aumento di vari milioni di disoccupati e della conflittualità, non presenta per il potere particolari criticità.
Il problema attuale in Messico è la rottura del patto di non belligeranza tra lo stato e alcuni cartelli del narcotraffico che ha generato una serie di conflitti di cui è giunto eco anche in Europa con un saldo di circa 16.000 morti in tre anni, che danno la dimensione di un conflitto. L’attacco frontale al narcotraffico è stato esplicitamente richiesto dagli USA, ma lo stato messicano, che deve gestirlo, incontra serie difficoltà.
Parliamo di un cancro che oramai ritengo difficile da estirpare così facilmente visto che si è consolidato in anni e anni di rapporto simbiotico con lo stato e i governi sia del “democristiano” PRI che del “berlusconiano” PAN, e che per le impressionanti moli di denaro che muove costituisce una porzione significativa dell’economia messicana, e che, probabilmente, provocherà una forte scossa sociale e potrebbe avere effetti importanti sulla stabilità del paese.

BUIO: Ma come definisci il rapporto politico-economico tra USA e Messico? Siamo a livello della Colombia dove le decisioni strategiche sono appannaggio degli yankees?

MANUEL: No, assolutamente. Il Messico per tradizione e storia non accetterebbe mai di essere eterodiretto, anche se, logicamente, i rapporti tra il P.AN. (Partido Acción Nacional, il partito attualmente al governo, di destra e smaccatamente filoamericano, che ha sostituito dopo settanta anni il P.R.I., Partido Revolucionario Institucional) e gli USA è assolutamente migliorato, data la tendenza occidentalista del partito.
Teniamo presente che Uribe in Colombia è un vero e proprio fantoccio degli statunitensi, mentre Usa e Messico firmano accordi bilaterali. Ovviamente la dipendenza economica del Messico è evidente, tanto che in alcune zona di confine esistono zone dove la legislazione del lavoro messicana è sospesa a favore della produzione a basso costo di aziende che sono formalmente messicane, ma a controllo statunitense, oltre chiaramente a tutti gli accordi commerciali che legano i due paesi in maniera strettissima, ma fare un paragone con la Colombia mi sembra improprio…
Anche se attualmente, in funzione antidroga, è in vigore un piano di cooperazione militare chiamato “plan Merida”, simile in alcuni aspetti al “plan Colombia”, la presenza militare statunitense sul suolo messicano è un tabù che non è ancora stato intaccato, a differenza della Colombia. Verso gli Stati Uniti esiste ancora in Messico una certa ostilità condivisa sia da settori di sinistra che di destra.

BUIO: grazie Manuel e… hasta luego! Speriamo di risentirci presto perché vorrà dire che è accaduto qualche cosa di interessante alle tue latitudini!

MANUEL: Grazie a voi! Se ci risentiamo l’importante è che qualcosa si sia mosso. Qui o là conta poco. Conta che questo sistema de mierda perda più pezzi possibili… Speriamo di raccontarci molte grandi vittorie; delle sconfitte, seppur onorevoli, mi sono stufato…

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