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Benigni, lo spacciaballe

L’onestà intellettuale (per tacere su tutto il resto, ma solo per esigenze di spazio) del “compagno” Benigni è sempre stata fuori-discussione: nel senso che, fin dai tempi del suo film sui nazisti in cui, a liberare Auschwitz, sono… gli amerikkkani, anziché le gloriose truppe dell’Armata Rossa sovietica, é stato evidente a tutti che non esistesse affatto.
Adesso  Benigni arriva a concedere il bis (formula obbligata, vista la sede dell’evento-scandalo) con la pagliacciata sull’Unità d’Italia allestita nel corso di una delle ultime puntate de Il Festival di Sanremo.  Poiché non è nostra abitudine occuparci di “stercorari minori”, lasciamo il commento ad alcuni interventi che abbiamo letto sul web.
E che proponiamo ai nostri lettori sperando vivamente che, nel caso avessero assistito all’evento in diretta o ne avessero già sentito parlare, non si siano già affrettati ad iscriversi alla Lega Nord.
P.R.

Dal web:
Benigni perpetra la menzogna della favola dei Mille, della retorica risorgimentale intrisa di bugie. Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II, Torino… ne fa una descrizione gloriosa, mitica, santificata, “sono morti per noi”… “sono morti poveri” i Borbone invece “erano una cosa terribile … bastava dire una cosa storta e ti buttavano in galera”.
Eccezionale la chiosa “la felicità deve costare poco, se una cosa costa tanto non vale niente”. Evidentemente non pesava al suo cachet di 250,000 euro per 45 minuti di penose bugie, colpevolmente ignare di tutta una storiografia seria e documentata che dipinge il “risorgimento” con tutt’altre tinte. Bastava un accenno, una sfumatura… invece niente, la solita cartolina da propaganda tardo ottocentesca.
Se per “venderci” come cosa buona e giusta un periodo storico bisogna ricorrere a tali eccessi di menzogna e di retorica c’è qualcosa che proprio non va….
Ancora una volta il guitto toscano dimostra la totale estraneità a qualsiasi forma di onestà intellettuale.

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http://www.zapster.it/news/Sanremo-2011-Benigni-arringa-gli-italiani-e-racconta-un-po-di-balle/12560

Sanremo 2011: Benigni arringa gli italiani (e racconta un po’ di balle)
di Teresa Di Sandri

venerdì 18 febbraio 2011 12.10

Ahi ahi ahi, professor Benigni! La sua concione al Festival di Sanremo è stata a dir poco imprecisa, per non dire del tutto farlocca… e sì che, da uno che avrebbe dovuto illustrare “l’esegesi” dell’inno d’Italia e che entra in teatro in sella a un cavallo bianco (che però in questa particolare occasione fa un tantino Caligola), ci si sarebbe potuti aspettare un tantinello di più, soprattutto considerato che lei si fregia di essere un sommo intenditore di storia e letteratura italiana.
E invece di panzane ne abbiamo sentite parecchie.
Ecco alcune delle frottole più memorabili: Cavour, Mazzini e Garibaldi sarebbero stati giovincelli all’atto della fondazione dello stato italiano (“stato”, ricordiamo e non repubblica, perché fino a al termine della seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un re), quando avevano rispettivamente 51, 56 e 54 anni – certo non decrepiti, ma nemmeno propriamente imberbi…
Stessa giovinezza viene attribuita a Goffredo (Gotifredo) Mameli, paroliere dell’inno italiano e a Michele Novaro, autore della musica. Anche questa è una panzana: Mameli morì a 22 anni (non 20 come dice Benigni), ma nel 1849 e non vide l’unità d’Italia, venne ferito alla gamba dalla baionetta di un compagno d’arme, mentre difendeva la cosiddetta repubblica romana. Novaro, invece, all’epoca dell’unità d’Italia aveva 43 anni.
Ecco altre panzane ancora più notabili: Cavour, Mazzini e Garibaldi morirono poveri, addirittura più poveri di quando iniziarono a dedicarsi all’impresa di fare l’unità d’Italia.
Ora, se è vero che Giuseppe Mazzini morì sotto falso nome e da latitante, la cosa avvenne soltanto perché la polizia del regno lo stava per arrestare, in quanto la sua idea era quella di unificare l’Italia per farne una repubblica e i Savoia, sotto questo profilo, non tolleravano granché la libertà di pensiero (alla faccia del paradiso libertario descritto da Roberto Benigni). Cavour morì proprio nel 1861 da latifondista, anch’egli in declino politico, ma non propriamente un pezzente… Quanto a Giuseppe Garibaldi, gli venne concessa l’isola di Caprera e soldi per finanziare i propri progetti (forse non tutti sanno che fu lui a fondare l’ente per la protezione degli animali) e in seguito divenne parlamentare di diverse camere locali in Francia. Infine il neonato stato italiano gli garantì una rendita dorata per fargli passare una vecchiaia agiata (50mila lire annue – un patrimonio, all’epoca – che Garibaldi inizialmente rifiutò, solo per poi accettarle a distanza di un anno).
Sulla corbelleria di Garibaldi “eroe dei due mondi”, che è un titolo riconosciuto solo in Italia (di sicuro non nelle Americhe) giova ricordare che gli argentini, lungi dal ringraziare il nostro eroe per le sue nobili imprese, gli mozzarono il lobo dell’orecchio sinistro perché così facevano con i ladri di cavalli. Questa mutilazione è tra l’altro il motivo per cui Garibaldi portava i capelli lunghi fino a coprire le orecchie.
Ma – come si diceva in apertura – queste sono solo le frottole più smaccate e marchiane contenute nello sproloquio di Benigni, che, per il resto era infarcito di luoghi comuni (anch’essi altrettanto fasulli).
Insomma, caro professore… meriterebbe di essere rimandato a settembre.
Sempre che, s’intende, le imprecisioni non nascano invece da preciso desiderio di falsare la storia…

Teresa Di Sandri