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L'arma non letale - Un'inchiesta de ”Il Buio”

Uno degli effetti provocati dalla morte del compagno Carlo Giuliani, di cui in questi giorni ricorre l’anniversario, è un dibattito che si è acceso tra le forze della repressione sull’utilizzo o meno di armi non “letali” negli scontri di piazza. Tali armi sono di varie tipologie: alcune sono studiate per bloccare attraverso l’utilizzo di scariche elettriche il soggetto che si vuole immobilizzare, altre prevedono l’utilizzo di gas urticanti e paralizzanti, altre ancora prevedono l’utilizzo di veri e propri proiettili atti a colpire “per far male”. Queste armi sono un’evoluzione di quelle già a suo tempo in uso presso, ad esempio, la polizia spagnola e sono state sperimentate contro le manifestazioni popolari anti-americane in Iraq.
Inizialmente le cosiddette “armi non letali” sparavano cilindri-proiettili in legno, nel corso degli anni i proiettili in legno furono sostituiti da più comodi proiettili con l’ogiva in plastica dura. Furono introdotte dalla civilissima Inghilterra per contrastare le manifestazioni di piazza in Irlanda del Nord. Vediamo i risultati: tra il 1972 e il 1989 in Ulster le uccisioni provocate dalle armi cosiddette non letali furono 17; oltre a ciò va aggiunto che numerosissimi furono i casi in cui il manifestante colpito riceveva un colpo talmente devastante da provocargli lesioni gravissime.

Una intuizione
Il genio italico non poteva esimersi da dimostrare tutto il suo talento, tutta la sua creatività anche in questo campo (eppoi si dice che in Italia non si finanzia la ricerca!): vi vogliamo parlare dell’intuizione di una delle fabbriche di cui il paese va fiero, una di quelle che evidentemente la crisi non la sente, cioè la Beretta.
La Beretta è nota in tutto il mondo per la produzione di armi di alta qualità e pertanto, vista la necessità di dotare i soldati schierati all’estero anche di armi che non siano i semplici manganelli della celere, ha pensato bene di sviluppare un arma “non letale” di alta precisione per poter meglio colpire il manifestante-bersaglio che magari si oppone a sassate agli eserciti invasori.
Non solo, aggiungiamo noi, ma visto che l’ordine pubblico in Italia d’ora in avanti sarà anche assicurato dai soldati, evidentemente apparirà poco dignitoso far reprimere le manifestazioni dai militari della “folgore” armati di sfollagente.

L’arma
L’arma, a differenza di quelle attuali, utilizza un sistema innovativo in grado di mantenere costante la velocità di impatto  del proiettile sparato contro il manifestante-bersaglio a seconda della distanza del malcapitato (quelle in uso, come è facilmente intuibile, hanno il grave difetto di perdere potenza con l’aumentare della distanza dal bersaglio limitandone l’uso). Il proiettile ha un raggio di azione pari a 70 metri e un grado di precisione estremo garantito da un mirino a telemetro (un sistema simile a quello delle macchine fotografiche).
In pratica l’”operatore” sarà in grado, in tutta sicurezza, di colpire un bersaglio a distanza nel punto del corpo desiderato (perchè no un occhio?) e con una potenza di impatto (e quindi con un grado di letalità) stabilito. E’ abbastanza semplice capire, infatti, che se è vero che l’arma è in grado di erogare una spinta al proiettile proporzionata alla distanza del punto di impatto, basterà sparare addosso ad una persona distante 40 metri come se fosse a 70 metri (ad esempio) per aumentarne la letalità.

Un successo internazionale
Inutile dire che l’arma è già stata ordinata dai marines americani oltre che dall’esercito italiano e che presto verrà sperimentata sul campo, o per meglio dire, sul corpo di un qualche malcapitato irakeno, che come cavia di laboratorio, secondo lorsignori, va sempre bene.

Inchiesta a cura di G.G. (su dati disponibili anche in rete)